Nel 1976 uno dei maggiori dirigenti del PCI, Giorgio Amendola, scrisse un libro autobiografico in cui illustrò le ragioni della sua militanza e le spinte profonde che lo portarono a sposare la causa antifascista e ad aderire al partito comunista. Il libro si intitolava Una scelta di vita.
In questo documentario sono molti i protagonisti che raccontano le ragioni della propria "scelta di vita"; ciascuno di essi ha avuto la propria formazione, attraverso momenti di svolta e momenti di crisi, ma tutti sono accomunati dal fatto di aver messo al centro della propria identità l'impegno civile e politico.

Per molti l'appartenenza al PCI ha significato l'entrata in una grande famiglia, di cui lo storico palazzo di via delle Botteghe Oscure a Roma, che ha ospitato per oltre mezzo secolo la Direzione del PCI, ha rappresentato simbolicamente la casa. Ma proprio come in molte vicende familiari, la storia del partito è anche una storia di lotte interne, di scontri e di separazioni. Del resto proprio da una scissione il PCI vede la luce, come costola che si separa dal PSI, a Livorno, nel 1921.
 
Il partito comunista nasce, di fatto, con la clandestinità, negli anni dell'avvento e del consolidamento del regime mussoliniano. Il suo esponente più autorevole, Antonio Gramsci, è rinchiuso, dal 1926, nelle carceri fasciste; l'attività politica dei militanti del PCI si realizza nella cospirazione, in un clima di continua paura della delazione, del carcere e del confino, quando non della tortura e della morte. E durante gli anni del regime fascista è proprio l'esperienza del carcere a formare un'intera generazione di militanti e di dirigenti politici.
Per molti fu la guerra mondiale a rompere le incertezze e motivare l'entrata nel partito. Durante la Resistenza il PCI diviene per molti lo strumento più efficace per combattere l'occupazione tedesca. Miriam Mafai afferma che si trattava di una scelta che aveva, in quegli anni, anche un valore patriottico, oltre al fatto che rispondeva ad un ideale di giustizia sociale. Il PCI, puntando l'attenzione verso le classi subalterne si adoperava per combattere le vistose disuguaglianze economiche.
 
Il partito che esce dalla seconda guerra mondiale, passato attraverso l'esperienza dell'opposizione al fascismo e della Resistenza, è profondamente cambiato: non più partito d'avanguardia ma partito di massa con oltre due milioni di iscritti e, soprattutto, forza politica che partecipa a pieno titolo alla costruzione dell'italia repubblicana, soprattutto attraverso il ruolo giocato dal suo segretario Palmiro Togliatti. Si tratta di un partito che si è radicato profondamente nella società. 'siamo dappertutto' disse Giorgio Amendola qualche anno dopo, ed effettivamente il PCI non andò lontano dalla realizzazione dell'auspicio di Togliatti che "si aprisse una sezione in ogni luogo ove ci fosse un campanile".


L'influenza del pensiero gramsciano
Un'altra tappa fondamentale della formazione intellettuale dei dirigenti comunisti è rappresentata dalla pubblicazione, nel dopoguerra, dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, interamente scritti durante la sua reclusione, dal 1929 al 1935, ed editi dalla casa editrice Einaudi tra il 1948 e il 1951; scritti che rimangono ancora oggi un punto centrale nella riflessione intellettuale della sinistra italiana e un caposaldo della cultura italiana; un risultato che si avvicina alla volontà espressa dallo stesso Gramsci in un lettera del 1926 alla cognata, cioè di far qualcosa "für ewig'", ossia per l'eternità.

I luoghi del PCI
L'attenzione del PCI alla formazione dei suoi militanti è stata sempre altissima. Non a caso uno dei luoghi storici del partito è stata la scuola di Frattocchie, in una località 20 km a sud di Roma, dove si sono svolti, negli anni, continui corsi di formazione per quadri e dirigenti politici. Se oggi Pietro Ingrao ricorda quelle lezioni con una certa noia e minimizza il loro apporto intellettuale nella formazione politica dei dirigenti del PCI, Massimo D'Alema sostiene invece che la scuola ha rappresentato un'occasione importante per coloro che, provenendo da ceti popolari, non avevano avuto la fortuna di poter studiare, ricordando come la preoccupazione di formare una classe dirigente di origine operaia era stata una caratteristica precipua del PCI. D'Alema sottolinea, inoltre, il valore rappresentato dalla scuola Frattocchie come luogo dove i dirigenti comunisti avevano la possibilità di incontrarsi e dibattere liberamente tra loro e con i maggiori intellettuali dell'epoca.

Altri luoghi della formazione dei quadri politici del PCI sono stati da un lato il sindacato e dell'altro l'esperienza sul campo nell'amministrazione di comuni, soprattutto del centro Italia. E' sempre opinione di Massimo D'Alema che il PCI non abbia mai concepito la formazione dei dirigenti come un processo che potesse esaurirsi nelle stanze di partito ma che ci sia sempre stata la coscienza della necessità di andare nelle istituzioni, di avere un contatto con la realtà e di conoscere il funzionamento della società italiana.

Un altro luogo cruciale fu certamente il quotidiano di partito L'Unità. Nel cursus honorum dei dirigenti di partito c'è quasi sempre un'esperienza editoriale come direttore de L'Unità o della rivista Rinascita; è stato così per personalità di primo piano come Togliatti, Pajetta, Reichlin, Macaluso, Chiaromonte, Alicata, Ingrao fino a D'Alema e Veltroni

La cosiddetta egemonia culturale
Il concetto di egemonia culturale, affermatosi attraverso l'analisi di Antonio Gramsci in relazione all'imposizione della propria visione da parte della classe borghese, è stato poi riferito alla notevole influenza che il Partito Comunista esercitò sulla cultura italiana nei decenni successivi al dopoguerra. Sin dalla fine della guerra, infatti, si stabilì un legame fortissimo tra il partito e gli intellettuali, un legame che passava attraverso i giornali, le riviste, i centri studi e le case editrici. Il crocevia di questo intreccio politico e culturale fu la casa editrice torinese Einaudi. I rapporti tra la casa editrice Einaudi e il PCI furono a tratti burrascosi (vedi la polemica tra Togliatti e Vittorini iniziata nel 1946 e conclusasi con la chiusura, nel 1947, della rivista  Il Politecnico fondata e diretta dallo scrittore siciliano). Inoltre se è vero che nè il suo straordinario catalogo nè la lunga lista dei suoi illustri collaboratori possono essere ascritti alla politica culturale comunista e alle file dei suoi intellettuali organici, sta di fatto che il legame tra la casa editrice e il partito furono molto stretti, trovando un saldo trait d'union nella figura di Giulio Einaudi, fondatore, nel 1933, dell'omonima casa editrice (i cui uffici erano siti, all'origine, nello stesso palazzo torinese che ospitava quelli dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci).

Nel 1953, poi, il PCI fonda una sua casa editrice, unendo due case ad esso vicine e chiamandola, in virtu' di questa circostanza, Editori Riuniti.

Molto e' stato detto sulla presunta dittatura culturale del PCI. Se da molti la sfera d'influenza comunista fu liberamente scelta, da altri fu opportunisticamente accettata e da altri ancora mal sopportata o criticata aspramente. Indro Montanelli, in un libro intervista del 2001, si esprimeva così a questo proposito:

De Gasperi disse un giorno, a chi scrive, che, da parte del potere politico, l'unico modo di rispettare la cultura era di ignorarla. [...] Fatto sta che anche dopo il suo trionfo la Democrazia cristiana non sollecitò e non trovò nessun appoggio negli intellettuali. E di questo approfittarono largamente le forze di sinistra per annetterseli con metodi non molto diversi da quelli usati da Mussolini. [...] Il Pci dimostrò la sua maestria nell'uso e abuso dei premi artistici e letterari, nel battage pubblicitario di chiunque 'scrittore, pittore, scultore, regista' si prestasse al suo gioco, nell'amministrazione delle cattedre universitarie. Insomma fu lui il nuovo Principe di una classe intellettuale che, nei secoli, di un Principe non ha mai saputo né voluto fare a meno.

Il rapporto con Mosca
Un punto dolente nel rapporto tra intellettuali e PCI era il legame del partito italiano con il regime sovietico, l'appoggio alla sua politica, ai suoi leaders e ai suoi metodi. Il primo punto di rottura è rappresentato dall'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956. In realtà l'episodio non mise in crisi in nessun modo la dirigenza comunista; in seguito all'appoggio alla repressione sovietica ci fu nei vertici del partito una sola defezione, quella di Antonio Giolitti. Pietro Ingrao scrisse allora un editoriale su L'Unita' dal significativo titolo Da una parte della barricata a difesa del socialismo, esprimendo una posizione chiara e inequivocabile, che egli oggi considera un errore, il più grande errore della sua storia politica. Del resto l'intero gruppo dirigente si schierò allora sulla stessa posizione: allineamento con la risposta militare sovietica all'insurrezione ungherese. Ma nonostante questa apparente tenuta, il rapporto con gli intellettuali cambiò e l'episodio agì rapidamente come moltiplicatore delle voci di dissenso tra gli intellettuali di sinistra, molti dei quali deplorarono l'azione sovietica attraverso una lettera-documento conosciuta come Il Manifesto dei 101. Bastarono poche ore dalla sua redazione perché, presso le Edizioni Einaudi e nella sede della rivista Società diretta da Carlo Muscetta, il Manifesto venisse sottoscritto da numerosi intellettuali. Storici, artisti, universitari, filosofi e uomini di cinema, scienziati e giuristi, attraverso un aperta critica allo stalinismo e ai suoi metodi, minano nel profondo il rapporto con l URSS.

In tutt'altro scenario si esprime la reazione della sinistra italiana alla repressione sovietica in Cecoslovacchia, seguita alla cosiddetta primavera di Praga del 1968. Questa volta il partito subisce una forte scossa e i suoi vertici reagiscono in maniera diversa. Il PCI sta attraversando una fase di violento scontro interno tra gli amendoliani, fautori dell'unità delle sinistre socialista e comunista in un partito unico dei lavoratori nell'ottica dell'esaurimento del significato storico dell'esperienza comunista, e la sinistra ingraiana. Il fatto più significativo di questo periodo è la scissione del gruppo de Il Manifesto, legato ad Ingrao, con cui aveva condiviso la battaglia all'XI congresso del PCI, tenutosi a Roma due anni prima, al termine del quale, come racconta lo stesso Ingrao avevano preso 'un sacco di botte'. Anche se, a detta di Ingrao, alla base della scissione non c'era la posizione sui fatti di Praga ma una più radicale ed ampia critica alla linea politica del PCI e la richiesta di un'accentuazione dei contenuti di classe nella sua piattaforma programmatica.
Oggi, ricordando quel passaggio politico, Emanuele Macaluso sostiene che allora si fece l'errore di non esplicitare, attraverso le mozioni, le diverse correnti che esistevano ed erano espressioni di posizioni reali. A suo avviso esse si sarebbero dovute far emergere, legittimare e provare a farle convivere; invece il gruppo degli ingraiani, perdente al congresso, fu emarginato, e tutto il dibattito venne coperto dal silenzio e si spense.

Il 1968
Nel clima infuocato della contestazione studentesca, negli anni complicati dell'autunno caldo e della strage di Piazza Fontana, il PCI si trova a fronteggiare un momento di grande difficoltà, e questo intenso, a tratti aspro apprendistato è il luogo in cui si è formata la generazione che ha diretto il partito erede del PCI. I dirigenti comunisti si trovano a doversi confrontare con fenomeni nuovi, con il desiderio diffuso di libertà, con la contestazione dell'autorità, con fenomeni sociali come l'ingresso in massa all'università, la sindacalizzazione e la durezza dello scontro nelle fabbriche, con nuove leadership che si creano al di fuori dei partiti e che ne infrangono le regole e la disciplina. Un desiderio di svecchiamento che a volte si trasforma in critica violenta contro il PCI, percepito come un'istituzione monolitica, simile ad una Chiesa e lontana dalle esigenze di rinnovamento espresse dal movimento.
Eppure non per tutti è così: c'è anche chi ritiene, come Piero Fassino, che proprio il PCI rappresentasse in quegli anni, in particolare dopo la strage di Piazza Fontana nel 1969, il baluardo più sicuro contro l'eversione nera.

L'altra esperienza centrale della propria biografia, per la generazione di militanti e dirigenti del PCI che si trovano oggi in ruoli di primo piano nella vita politica, è certamente legata agli anni della segreteria di Enrico Berlinguer.