La Democrazia Cristiana è stata un intreccio di fedi, anime e orientamenti diversi; un partito complesso i cui esponenti si sono identificati per lungo tempo con la classe dirigente del paese. Ma come e dove si forma la nomenclatura democristiana? In quali luoghi sono cresciuti gli uomini di quel partito che ha tenuto per mezzo secolo le redini della vita politica italiana? L’Università Cattolica Il 7 dicembre 1921 si inaugurò ufficialmente a Milano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, uno dei luoghi fondamentali per la formazione culturale dei giovani democristiani. A fissare l’obiettivo della sua realizzazione era stato padre Agostino Gemelli, che qualche tempo prima aveva affermato: “Se vogliamo avere un’Italia cristiana dobbiamo avere la nostra università”. Il 16 aprile 1919 padre Gemelli aveva costituito a tal scopo l’Istituto di studi superiori Giuseppe Toniolo: eretto in ente morale nel giugno del 1920 con Regio Decreto a firma di Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione dell’ultimo governo Giolitti, l’istituto divenne l’ente promotore dell’ateneo cattolico. In seguito alla Riforma Gentile l'Università Cattolica ottenne il riconoscimento come università libera (1924) con il diritto di conferire titoli accademici aventi valore legale.


Sotto la direzione del suo fondatore (padre Gemelli sarà rettore dell’Ateneo fino alla sua morte, avvenuta nel 1959), l'Università, dalle due Facoltà iniziali, inaugurò negli anni le Facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Lettere e Filosofia, Economia e Commercio, Magistero nella sede di Milano e Agraria nella sede di Piacenza. L’ultimo impegno di padre Gemelli fu l’elaborazione del progetto della Facoltà di Medicina a Roma, che aveva costituito "il sogno della sua anima". La facoltà venne istituita ufficialmente nel 1958 e aperta il 5 novembre 1961. Con l'Università Cattolica si aprì uno dei serbatoi fondamentali per la formazione di una classe dirigente fedele ai valori e agli insegnamenti della Chiesa e in grado di penetrare in tutti i settori della società italiana. Durante il fascismo, i patti Lateranensi consentirono all’Università di sopravvivere in una sorta di zona franca, al riparo dalle interferenze del regime. Secondo l’articolo 38 dei patti Lateranensi, infatti: Le nomine dei professori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del dipendente Istituto di Magistero Maria Immacolata sono subordinate al nulla osta da parte della Santa Sede diretto ad assicurare che non vi sia alcunché da eccepire dal punto di vista morale e religioso. All’università Cattolica sono passate alcune tra le personalità più importanti della DC: da lì vengono Dossetti, Fanfani, Vanoni, De Mita e lo stesso Prodi, solo per fare alcuni nomi. Alcide De Gasperi: il fondatore L’uomo che meglio rappresentò il lavoro di formazione della classe dirigente fu Alcide de Gasperi, fondatore della DC. Ultimo segretario del Partito Popolare, succeduto direttamente a Luigi Sturzo che lo aveva fondato nel 1919, e dopo lo scioglimento del partito per volere di Mussolini nel 1926, De Gasperi, arrestato e condannato dal regime, trovò ospitalità presso la Biblioteca Vaticana, dove venne assunto come impiegato e da dove continuò a lavorare per raggiungere il suo scopo: la fondazione del nuovo partito dei cattolici. Nel settembre del 1942 De Gasperi partecipò, nell'abitazione di Enrico Falck a Milano, insieme a Giovanni Gronchi e ad altri sedici antifascisti, alla riunione che sancì la nascita in clandestinità della Democrazia Cristiana. Il nuovo partito nacque dall’incontro della generazione dello statista trentino con i giovani universitari della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). In questo complesso lavoro De Gasperi poté contare sull’appoggio di un alleato d’eccezione: Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI), l’uomo chiave di questo passaggio, l’uomo che mediò con Pio XII per consentire la nascita della nuova formazione politica. Da quel momento la Chiesa si fece garante dell’unità politica dei cattolici. Nel 1946 il progetto politico di De Gasperi e Montini si rivelò vincente: la Dc fu il primo partito alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Tra i costituenti democristiani ben 35 eranno cresciuti nella FUCI; tra essi La Pira, Mortati, Taviani, Colombo, Leone, Zaccagnini, ma anche Moro e Andreotti. Molti tra questi avevano partecipato, nel 1943, a un incontro nel convento di Camaldoli, in Toscana; una settimana di studio e di dibattito alla fine della quale erano state indicate delle linee guida per lo sviluppo italiano una volta che la guerra fosse finita, successivamente articolate in 99 punti e raccolte con il nome di Codice di Camaldoli. Gli orientamenti economici proposti dal “Codice”, e nello specifico il rapporto tra Stato ed economia, furono gli stessi a cui i costituenti democristiani si ispirarono nella redazione della Carta Costituzionale della neonata Repubblica Italiana. Anche la durissima campagna elettorale del 1948 si concluse con una vittoria del partito cattolico, che ottenne la maggioranza assoluta dei seggi (48,5%). Un grande apporto a tale vittoria fu dato dai Comitati Civici, nati nell’ambito dell’Azione Cattolica. Azione Cattolica Un altro luogo di formazione è rappresentato dall’Azione cattolica. Nel secondo dopoguerra essa vive un momento di grande espansione, grazie anche all’impegno in tal senso di Pio XII, arrivando a contare due milioni di iscritti. L'Azione Cattolica costituisce la più grande e antica rete di associazioni cattoliche; tra queste una particolare importanza la riveste la FUCI, di sui sono stati presidenti uomini come Moro e Andreotti, e il cui punto di riferimento è stato per lungo tempo Giovanni Battista Montini. La CISL e le ACLI Un ruolo molto importante nella Democrazia Cristiana lo ha sempre avuto il sindacato cattolico, la CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori). Quest’ultima nasce sotto la direzione di Giulio Pastore, nel 1950, come continuazione dell’esperienza della Libera CGIL, la corrente cattolica staccatasi due anni prima dalla CGIL. Giulio Pastore, che diresse la CISL dal 1950 al 1958, prestò grande attenzione alla formazione dei suoi dirigenti. A tal scopo si impegnò a creare un'apposita scuola, che aveva come sede una villa sulle colline di Fiesole. Pare che la villa fosse di proprietà di un’anziana ereditiera americana che, al momento di venderla, avesse chiesto espressamente che le venisse trovato “un acquirente anticomunista”. La scuola, dove si sono formati più di ventimila dirigenti, ha costituito un passaggio essenziale per la carriera dei quadri e dei dirigenti sindacali. Un'altra esperienza importante è rappresentata dalle ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani). Nate nel 1945 come patto associativo tra lavoratori esse avevano l'obiettivo di operare, come era scritto nel loro primo statuto, “nell’applicazione della dottrina del Cristianesimo secondo l’insegnamento della Chiesa, perché sia assicurato secondo giustizia il riconoscimento dei diritti e la soddisfazione delle esigenze materiali e spirituali dei lavoratori”. Uno scontro interno alla DC Dopo le lezioni del 1948 una parte dell’Azione Cattolica cerca di fare dei Comitati Civici un vero e proprio strumento di pressione e di controllo sul partito, ma questa ingerenza è mal vista sia da De Gasperi che da altri esponenti cresciuti nell’Università Cattolica che credono fortemente nel valore della laicità del partito. Lo scontro in atto all’interno del mondo cattolico è molto duro e alcuni credono che in ballo ci sia il futuro democratico del paese. Ma nelle sfere ecclesiastiche c’è chi ritiene che De Gasperi non contrasti con la necessaria determinazione i comunisti e punta a creare una nuova alleanza anticomunista con i partiti della destra. De Gasperi, invece, sostenuto da Montini e dai giovani dirigenti della DC, pur opponendosi alle sinistre, non intende rinunciare al carattere antifascista e riformista del suo partito. Come racconta Ciriaco De Mita: Organizzammo dentro l’Università Cattolica la contestazione ai comitati civici, che avevano immaginato di condizionare il partito. Venne a parlare padre Lombardi e fu lasciato solo in aula quando definì i Comitati Civici “un’organizzazione permanente e non occasionale. Secondo quanto dice Ettore Bernabei, Pio XII in quei frangenti era molto preoccupato per il rafforzarsi del comunismo, in Italia e nel mondo, e si lasciò condizionare dalla destra conservatrice e anche da quella reazionaria, che avrebbe voluto mettere fuori legge il PCI o quantomeno combatterlo duramente. De Gasperi, invece, confortato nella sua riflessione da Fanfani e da La Pira, ebbe la grande lungimiranza di capire che bisognava combattere il comunismo sul terreno democratico, con le buone leggi e con il buon governo. Ciriaco De Mita ricorda che nel mondo cattolico la spinta per la creazione di un blocco di centrodestra fu molto forte. Ma a suo avviso era una posizione che non poteva vincere perché il grande valore della DC stava proprio nell'avere un avversario ideologico a sinistra e un avversario politico a destra. L’era Fanfani Succedere a De Gasperi, come dice Ettore Bernabei, “sembrava quasi una presunzione”e il presuntuoso si chiamò Amintore Fanfani, al congresso di Napoli del 1954. Sotto la sua guida fu la volta della seconda generazione democristiana, quella di Moro, di Colombo e di Rumor, riuniti nella prima vera corrente organizzata della DC, Iniziativa Democratica, che con Fanfani arrivò ai vertici del partito. Amintore Fanfani, toscano, classe 1908, professore di Economia politica all’Università Cattolica, è stato per molti anni protagonista della vita politica italiana: 11 volte ministro, 6 volte presidente del Consiglio, 3 volte Presidente del Senato. Nel settembre del 1965 viene nominato addirittura Presidente delle Nazioni Unite (alla cui Assemblea, un anno dopo, porterà a parlare il Pontefice Paolo VI). In politica interna Fanfani introduce in Italia una politica di tipo keynesiano, attraverso un massiccio intervento dello Stato nell’economia per sostenere e incrementare l’occupazione. Afferma la storica Simona Colarizi che Fanfani era un uomo che non credeva nella neutralità dello Stato, e che con il suo arrivo si ruppe l’asse De Gasperi-Costa, ovvero l’asse DC-Confindustria. Lo Stato assunse direttamente un ruolo nell’economia attraverso moltissimi interventi, a cominciare dal cosiddetto “Piano Fanfani”, un progetto di edilizia popolare ispirato ad un’impostazione cristiano-sociale da lui varato quando era ministro del Lavoro del quinto governo De Gasperi. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”: la formula definitiva che apre la Costituzione Italiana (Art. 1) è stata proposta proprio da Fanfani. Insieme ad Aldo Moro, egli inaugura la stagione dei governi di centrosinistra (con i due governi del ’60 e del ’62 formati insieme al PSDI di Saragat e al PRI di La Malfa e appoggiati esternamente dal PSI di Nenni), durante i quali vengono attuate misure importantissime quali la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’istituzione della scuola media unificata. Fanfani portò l’efficientismo che aveva appreso all’Università Cattolica all’interno del partito; una necessità avvertita anche per contrastare il partito comunista che si presentava con un’organizzazione molto forte. 1974, referendum sul divorzio: la sconfitta Ma nel 1974 arriva per Fanfani una sconfitta durissima, quella sul referendum sul divorzio. Un eventualità fino ad allora inedita per la DC diventa realtà: essere minoranza nel paese. Il risultato vide prevalere i NO, i voti sfavorevoli all’abrogazione della legge sul divorzio, con un consistente distacco sui SI (59,7% contro 40,3%). Ma quella sconfitta così plateale si poteva evitare' Ci fu una trattativa per evitare la strada referendaria' A quanto raccontano i protagonisti dell’epoca l’intero gruppo dirigente della DC era consapevole che la posizione a difesa del divorzio era minoritaria e molti erano coloro che avrebbero preferito che la questione si risolvesse a livello parlamentare senza far appello alla consultazione popolare. Ricorda De Mita che al punto 8 della piattaforma programmatica della segreteria Fanfani c'era proprio l’impegno a salvaguardare la pace religiosa, che di fatto voleva dire non arrivare allo scontro sul referendum e che era stato lo stesso Fanfani a dirgli che quel punto lo aveva concordato con il senatore comunista Bufalini. Anche nelle parole di Francesco Cossiga quel passaggio viene ricordato così: Io fui incaricato da Forlani e poi da Fanfani di condurre trattative riservate con il PCI, con il PSI, con il PRI e con il PLI al fine di evitare il referendum. Sapevano bene che la consultazione avrebbe causato uno scontro difficilmente sanabile tra partito cattolico e partiti laici, la cui allenza si era sempre basata sull’accantonamento dei temi d’ispirazione religiosa ed etica. Ma la trattativa d’un tratto si bloccò; Fanfani convocò l’intero gruppo dirigente nel suo ufficio a piazza del Gesù e ci comunicò che la Dc doveva schierarsi per l’abrogazione della legge sul divorzio. Era una richiesta diretta della Santa Sede che chiedeva al partito cattolico una testimonianza a favore dell’indissolubilità del matrimonio, a prescindere dall’esito elettorale. Nonostante questa sia la verità storica di quei giorni, l’opinione pubblica imputò a Fanfani questa presa di posizione e la conseguente sconfitta. Per la sua credibilità fu un colpo durissimo. A più di 20 anni di distanza Marco Follini commenta così l’esito della consultazione del 1974: In realtà fu un risultato provvidenziale, in quanto spinse la Democrazia Cristiana a recuperare una collaborazione con i partiti laici e a considerare che per il bene del paese era fondamentale evitare il riaprirsi di una frattura tra cattolici e laici. La stagione di Aldo Moro Negli anni Settanta l’uomo che meglio interpretò questa stagione di cambiamento fu Aldo Moro.Dall’ingresso nell’Assemblea costituente nel 1946 inizia la sua lunga carriera di leader politico: sottosegretario, ministro, segretario nazionale della DC, presidente del consiglio nel 1963 quando venen chiamato a guidare il primo governo organico di centrosinistra. Fondatore della cosiddetta corrente “Dorotea”, il centro del partito che ha sempre avuto un ruolo importante negli equilibri del partito, nel 1968 ne uscì per assumere una posizione autonoma. Con Fanfani, l’altro leader di quegli anni, ebbe un rapporto complicato, anche se e’ proprio da un accordo con Fanfani che nel 1973 che si giunse all’accordo di palazzo Giustiniani, che sancì la ripresa dei governi di centrosinistra con il ritorno di Fanfani alla segretaria del partito. Moro fu l’uomo della strategia della DC: dopo essersi dedicato negli anni Sessanta all’intesa con i socialista, negli anni Settanta Moro lavorò alla collaborazione con il PCI di Berlinguer, al progetto della “solidarieta’ nazionale”. Alle elezioni amministrative del 1975 prima e a quelle politiche del 1976 il PCI aveva ottenuto un risultato storico (34,4% nel 1976 contro il 38,7% della DC): il sorpasso era stato scongiurato ma certo era impossibile non tener conto della forza del PCI. Non per niente quelle elezioni furono chiamate "dei due vincitori". Poi arrivò la sciagurata mattina del 16 marzo 1978, il punto più alto dell’attacco terroristico sferrato al cuore dello Stato: il rapimento di Aldo Moro e l'uccisione dei cinque agenti di scorta, i 55 giorni di prigionia, i comunicati delle BR e le lettere dello statista rapito, l'italia divisa tra chi sosteneva la linea della fermezza e chi era invece per la trattativa. E infine il corpo senza vita di Aldo Moro nel bagagliaio di una Reanault 4 rossa, a via Caetani, a pochi metri dalla sede comunista di Botteghe Oscure e da quella democristiana di piazza del Gesù: un'immagine che scuoterà profondamemente la coscienza degli italiani e che dividerà in due la storia della prima Repubblica. All'epoca segretario del partito era Benigno Zaccagnini; Aldo Moro ne era il Presidente. L'11 marzo Andreotti aveva costituito il suo quarto governo, un monocolore Dc, sostenuto anche da Psi, Psdi e Pri e, per la prima volta nella storia d'Italia, dal PCI. Era la vittoria della linea di cui Aldo Moro era stato l'ispiratore. Quando egli fu rapito, la mattina del 16 marzo, la Camera era in procinto di votare la fiducia al neonato governo Andreotti. Molte cose sono state dette su quell'evento e troppe altre sono rimaste misteriose. Se in molti vi vedono un colpo alla collaborazione tra DC e PCI, gli ex democristiani intervistati sembrano tutti puntare l'attenzione all'interno della Democrazia Cristiana e a leggere l'omicidio Moro come un consapevole colpo mortale al processo riformatore in corso nella DC. Così De Mita ricorda che Moro era insieme il rappresentante della Democrazia Cristiana ma anche il nuovo che avanzava e prendendo lui come bersaglio si voleva bloccare questa avanzata. Analogamente Rosy Bindi é convinta che l’uccisione di Aldo Moro ha segnato l’inizio della fine della DC e coloro che la orchestrarono sapevano benissimo cosa stavano facendo. Andreotti: chi uccise Moro fu diabolicamente ispirato dal desiderio di mandare all’aria lo sviluppo graduale di una politica che avrebbe assestato molto meglio le cose italiane. Sull’onda dell’emozione il primo risultato elettorale dopo l’evento e’ favorevole alla DC, ma con il sequestro Moro qualcosa cambia irreparabilmente, nella DC e nell’Italia intera. Il progetto di solidarietà nazionale si rompe. Per la Dc arrivano gli anni ’80, e la segreteria De Mita. Secondo Rosy Bindi ha inizio una fase in cui la DC si sente “condannata” a governare il paese; questo la porta a stringere un accordo di ferro con il PSI e, nonostante la segreteria De Mita, a suo avviso ottima, la DC non riuscì più ad esser l’artefice di un processo riformatore nel paese. Ma il trauma della morte di Moro blocca il processo riformatore anche all’interno della DC. Se tale processo si fosse espresso oggi il bipolarismo italiano sarebbe diverso; probabilmente vi sarebbe una forza socialdemocratica e una forza moderata di centro e l’Italia si sarebbe evitata la nascita delle destre. E anche Marco Follini concorda nel dire che l'uccisione di Aldo Moro porta ad un blocco del sistema politico, allontanando la prospettiva di una democrazia compiuta che invece si stava gradualmente costruendo. Il boom dei movimenti cattolici Gli anni Ottanta vedono, con la crisi della Dc, un grande incremento dei movimenti cattolici, primo tra tutti Comunione e Liberazione, nato in Italia nel 1954 quando Don Luigi Giussani diede vita, a partire dal Liceo classico «Berchet» di Milano, dove studiavano i figli della borghesia laica e socialista, a un’iniziativa di presenza cristiana chiamata Gioventù Studentesca (GS). La sigla attuale, Comunione e Liberazione (CL), compare per la prima volta nel 1969. In risposta ai movimenti studenteschi e all'idea "rivoluzionaria" di cui essi erano portatori, la sigla sintetizza la convinzione che la comunione cristianamente intesa e non la rivoluzione, sia il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo. La Chiesa di Giovanni Paolo II punta sui movimenti cattolici (CL come la Compagnia delle Opere, anch'essa ispirata all’opera di Don Giussani) come punti strategici per fermare l’avanzata di un’Italia troppo secolarizzata e per per diffondere i valori del cattolicesimo affermando una Chiesa rinnovata ed evangelizzatrice. CL si presenta come un movimento capace di grande iniziativa, che irrompe nel panorama di allora e, secondo Formigoni, “mette in difficoltà un certo apparato ecclesiastico piu’ incline al quieto vivere. Se Formigoni afferma di non avvertire nessun tipo di dualismo tra l’orizzonte della fede e l’orizzonte dell’impegno umano, culturale o politico che sia, Rosy Bindi, come altri legati ad un'idea diversa, più legata al Concilio Vaticano II, sostiene che CL, nella misura in cui e’ arrivata a teorizzare il coinvolgimento della stessa comunità cristiana nelle scelte politiche dei propri aderenti, ha rappresentato nella vita del nostro paese un arretramento nei confronti del grande valore della laicità e anche nei confronti della Chiesa stessa nella sua principale missione di evangelizzatrice nei confronti di tutti gli uomini, a prescindere dalle loro scelte politiche. Tangentopoli Nei primi anni Novanta la DC viene travolta, insieme al PSI di Bettino Craxi, dalle inchieste legate alla corruzione e al finanziamento illecito dei partiti portate avanti dalla Procura di Milano. Ma é stata davvero Tangentopoli ad uccidere la DC? Gli ex democristiani intervistati oggi (Bindi, Follini, De Mita) sono concordi nell’affermare che la fine della DC ha molto poco a che fare con gli avvenimenti giudiziari, e che la crisi preceda quegli eventi, nonostante l’immaginario collettivo abbia identificato nell’iniziativa giudiziaria il motore della crisi. Certo è che la DC quella crisi non la supera: il 18 gennaio del 1994 il partito viene sciolto e trasformato in Partito Popolare dall'allora segretario Mino Martinazzoli), inizia la diaspora democristiana e la duratura unità politica dei cattolici si sfalda definitivamente.