Terre di schiavi - La tratta degli schiavi

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Tra il 1550 e il 1807 più di 10 milioni di Africani sono stati venduti a mercanti europei senza scrupoli e portati in America a lavorare come schiavi. A più di mezzo secolo dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo che sancisce la proibizione di qualsiasi forma di schiavitù e a 200 anni dall'abrogazione inglese della tratta atlantica, è tempo di affrontare quel genocidio passato alla storia come la 'tratta degli schiavi'.

 

I più grandi centri di reclutamento di uomini destinati alla schiavitù sono l'Africa subsahariana e occidentale, e in particolare: la Costa del Vento (Gambia, Guinea), la Costa dei semi (Sierra Leone, Liberia), la Costa d'Avorio, la Costa dell'Oro (Ghana, Togo), la Costa degli Schiavi (Benin, Nigeria, Camerun e Gabon) e infine la Costa dell'Angola (Congo, Angola). È da queste terre che gli schiavi venivano portati nel Nuovo Mondo appena scoperto e colonizzato.

 

In realtà, le tratte in Africa si dividono in tre filoni, quello Transahariano, quello Orientale e infine quello Atlantico. Mentre quest'ultimo iniziò nel XVI secolo, la schiavitù in Africa era presente già da molti secoli (almeno dal 600 d.C.) lungo le vie dell'espansione musulmana, consolidatasi con la conquista araba dell'Africa del nord. Gli Africani venivano condotti attraverso il deserto del Sahara e le regioni dell'Africa orientale, verso il Magreb, l'Egitto, il Medio Oriente e i Paesi dell'Oceano Indiano, per svolgere soprattutto lavori domestici o per essere arruolati nell'esercito; le donne, in particolare, venivano utilizzate come serve nelle case oppure negli harem.

 

Nell'allora corrente mentalità schiavista, gli Africani erano 'destinati per natura' alla condizione servile e non è un caso che nel periodo medievale gli schiavi maschi assunsero grande importanza per la difesa e l'espansione dell'Islam, soprattutto in Tunisia e in Egitto.

Un altro ruolo svolto dagli schiavi è stato, nei secoli, quello di eunuchi, e questo perché, essendo stranieri, non avevano legami con i gruppi rivali del padrone e, non avendo famiglia, non avevano necessità di appropriarsi di ricchezze per il futuro.

 

Le tratte della tratta transoceanica

Con la scoperta del Nuovo Mondo per coltivare i campi inizialmente vennero utilizzati gli indios. Ma questi, già decimati dalla crudeltà dei 'conquistadores?, morivano anche a causa dell'incidenza delle malattie; in seguito quindi si utilizzarono i bianchi assoldati in Europa ma, quando anche questi furono insufficienti, iniziò a crescere il commercio degli Africani, caratterizzati da una straordinaria resistenza fisica (tra loro si registrava, infatti, il più basso tasso di mortalità).

 

In realtà il commercio degli Africani in Europa iniziò prima della scoperta dell'America, e precisamente nel 1445 quando l'esploratore portoghese Dinis Dias raggiunse il Senegal e riportò in patria 4 prigionieri: fu l'inizio di una tratta che diventerà sistematica. Alla cattura violenta, va sostituendosi, a partire dal 1450, il commercio con gli Arabi e i capi guineani. Si conta che un secolo dopo gli schiavi rappresentavano il 10% della popolazione di Lisbona: utilizzati dapprima come servi domestici e poi nelle piantagioni di canna da zucchero delle Canarie, di Madera e delle Azzorre.

 

Ma con lo sviluppo degli imperi coloniali nelle Americhe gli schiavi iniziarono a essere deportati in  quantità sempre più consistente e in condizioni sempre più crudeli e disumane.

La tratta atlantica si svolge in tre tappe: dai porti europei salpavano i vascelli carichi di mercanzia (tessuti, perle e soprattutto zucchero e armi) destinati all'Africa, dove le merci venivano scambiate con i mercanti locali in cambio di schiavi. La seconda tappa era la traversata dell'Atlantico in direzione dell'America; nella terza tappa venivano portati in Europa i prodotti lavorati dagli schiavi in America, prodotti che in parte ritornavano proprio in Africa per essere mercanteggiati con nuovi schiavi...questo ciclo durò per oltre tre secoli, dalla metà del XVI secolo alla metà del XIX.

 

Alcune città europee hanno costruito la loro fortuna proprio sui profitti della tratta, tra tutte Liverpool in Inghilterra e Nantes in Francia. Nel Museo di Nantes, ad esempio, sono conservati moltissimi documenti inerenti il 'commercio' degli schiavi, proprio perché questo richiedeva grossi investimenti e finanziamenti che andavano debitamente registrati. Dai documenti si scopre che venivano venduti anche i bambini, chiamati 'negrillos? e le bambine 'negrittes?. Gli adulti erano divisi nella categoria dei 'negres?, gli uomini, e delle 'negreffes? le donne. 


La città era specializzata nella lavorazione del ferro, ma la sapienza e l'estro dei fabbri non venivano impiegati solamente per costruire i meravigliosi balconi che ancora oggi possiamo ammirare, ma anche per le catene che impedivano agli schiavi di scappare. Queste, come si può vedere nel museo, consistevano in un cerchio di ferro da metter intorno al collo: dal cerchio partivano delle lunghe sbarre così da impedire agli schiavi di potersi nascondere una volta riusciti a scappare. Ci sono anche dei 'collari' con degli spunzoni nella parte interna che venivano usati per le punizioni.

 

 

Il popolo dei Fanti e degli Ashanti in Ghana

Se nell'immaginario comune la tratta è rappresentata dal momento del viaggio in nave attraverso l'Oceano Atlantico, bisogna tener presente che questo 'viaggio' iniziava molto prima, dalle città dell'entroterra. È qui infatti che gli Africani venivano presi e venduti per la prima volta ed è da qui che iniziavano il loro duro cammino verso la schiavitù.

 

Ma per capire come funzionava questo mercato nel Ghana bisogna spiegare la situazione sociopolitica di quegli anni. Sulla costa e quindi a Cape Coast e a Elminà, vi erano i Fanti, un gruppo etnico degli Akan (oggi il 44% della nazione) che secondo la tradizione orale erano circa 500mila quando nel XVII giunsero dal nord sulle coste ghanesi. Qui svolsero il ruolo di mediatori tra i commercianti inglesi e olandesi e i popoli dell'entroterra. All'inizio del XVIII i Fanti si riunirono in una confederazione per proteggersi dalle incursioni degli Ashanti (un popolo egemone del nord): si susseguirono diverse guerre tra questi due gruppi fino a quando gli Inglesi aiutarono i Fanti per imporre la loro egemonia sulla costa. Nel 1874 l'unione militare tra Fanti e Inglesi sconfisse gli Ashanti e in quello stesso anno i Fanti divennero parte della 'Gold Coast colony?: nel 1807, infatti, era stata abolita la schiavitù ed era iniziato il colonialismo.


Venendo meno la sottomissione degli Stati del nord agli Ashanti (sconfitti dagli Inglesi), paradossalmente il commercio degli schiavi invece di diminuire diventò più importante, anche perché in quel periodo aumentarono le piantagioni di palma da olio.

 

L'entroterra, prima fase della tratta

Percorrendo oggi la strada che da Elminà, e quindi dal territorio dei Fanti, va verso il territorio degli Ashanti si arriva a Kumasi, dove durante il periodo della schiavitù la popolazione era costituita da commercianti di schiavi. Gli Ashanti infatti non erano schiavi ma commercianti: imponendo tributi alle popolazioni del nord ottenevano in cambio anche merce umana che rivendevano agli Europei.

 

Con gli schiavi presi al nord e rivenduti sulla costa gli Ashanti diventarono uno dei più importanti  regni dell'Africa Occidentale. La capitale, Kumasi, ancora oggi residenza di un re Ashanti, ospita il Museo delle Forze Armate del Ghana in quello che era il forte inglese a controllo della città. Qui si trovano molte reliquie delle guerre che Inglesi e Ashanti hanno combattuto per quasi un secolo, tra cui il diario di Baden-Powell (l'ideatore dello scoutismo), il quale nel 1895 comandò una delle spedizioni contro gli Astanti; durante questa spedizione venne catturato il sanguinario re Prempeh I° e mandato in esilio nelle isole Seychelles.

 

Andando più a nord, sopra il lago Volta, si raggiunge Salaga ovvero il più grande mercato di schiavi della regione, oggi difficile da raggiungere perché fuori dalle rotte del commercio e del turismo. Qui molte sono le persone discendenti da schiavi e di conseguenza la loro memoria è ancora molto viva. Uno storico orale del luogo, Osman Mumuni, infatti racconta: «Intorno al 1782 un malam, cioè uno stregone arabo, arrivò dalla Nigeria e si accampò qui a Salaga, commerciando schiavi e barattandoli con spezie, fondine, cinte di cuoio, collane per donne, noci di cola e varie spezie. Quest'arabo, quest'uomo bianco commerciante di schiavi, si chiamava Baturi e da allora tutti gli uomini bianchi qui a Salaga vengono chiamati proprio Baturi. Fino ad allora i Gonja e i Dagomba (due etnie del Ghana) non erano interessati al commercio degli schiavi; furono gli Ashanti a coinvolgerli nello sfruttamento della schiavitù».

 

Se si chiede alla gente del posto cosa sia uno schiavo, probabilmente si avrà la stessa risposta che dà Osman: «Lo schiavo è colui che non è in grado di badare a se stesso, colui che non sa sfamarsi, che non sa decidere cosa fare, uno schiavo è qualcuno che è proprietà di qualcun altro'Nessuno dovrebbe essere chiamato o apostrofato come schiavo: se vado al mercato e compro due schiavi non li chiamerei schiavi, ma esseri umani, una donna e un uomo. E se l'uomo è forte lo userò come aiutante nei campi, vedi è come un fratello, non è uno schiavo. E se la donna è bella la devo sposare. Oppure se sono due, un uomo e una donna, potrei decidere di farli sposare tra di loro e di procreare per me'E addirittura non vi nascondo che alcuni di loro sono diventati personaggi importanti, a volte capi e re della terra dei Gonja. E nessuno li può chiamare o apostrofare come schiavi».

Osman pensa dunque che ci siano due significati per la parola schiavo: il primo, dispregiativo, è riferito a colui che è incapace di badare a se stesso, mentre l'altro descrive l'uomo 'comprato' che, all'interno della società Gonja, può salire molti gradini, fino addirittura diventarne re. Il termine inglese 'slave' è quindi insufficiente a spiegare il senso della schiavitù nella città di Salaga, 'mercato di esseri umani'.

 

Nella città c?è un albero di baobab sotto al quale venivano riuniti gli schiavi, spalmati di burro di capra e rasati per farli apparire più belli agli occhi dei mercanti. Mentre i più forti e belli venivano comprati quasi subito, i 'meno buoni' e quindi meno fortunati spesso morivano a causa della fame e del sole. I morti venivano portati in una grande fossa all'aperto e dati in pasto agli avvoltoi. 

 

Molti erano i modi attraverso cui si diventava schiavi: la cattura in guerra, il rapimento, il pagamento di tributi, i debiti, la punizione per alcuni reati, l'abbandono o la vendita di bambini, e in alcuni casi l'asservimento volontario. È nel '700 che la domanda di schiavi africani da parte degli Europei raggiunse il suo apice. Questi venivano presi soprattutto nell'estremo nord del Ghana in una fascia del Burkina Faso dove le popolazioni non erano guidate da un potere politico centralizzato.

Tra queste villaggi c?è anche Cereponi, posto quasi al confine con il Togo, uno dei luoghi di caccia preferito dagli schiavisti.
Qui il capo Dawuda Nabah, racconta: «Grusis, Chapi e Lamba, queste tribù venivano vendute. Quando compri una capra la devi legare con una fune o con una catena, così anche loro venivano  incatenati. Poi Babatu o altri trafficanti di schiavi, portavano molti di loro a Salaga, per venderli ad altri commercianti che li portavano a Cape Coast per rivenderli all'uomo bianco affinché li utilizzassero come mano d'opera. Alcune persone ? addirittura ? si vendevano da sole, ovvero per povertà. Oggi sappiamo la modalità ma non siamo assolutamente in grado di fare una stima del numero di persone fatte schiave».

 

L'esatto nome che traduce la parola schiavo è Ako, che significa 'colui che è stato comprato'. Poi c?è anche il termine Nko'- Ko' che invece vuol dire 'colui che è impaurito da qualcosa e che viene a nascondersi presso di te'. Nessuno dei due termini ha un significato negativo: nelle terre delle popolazioni Gonja, infatti, essere schiavo era una delle possibilità offerte dalla vita, come era già stato nelle culture classiche, ad Atene e Roma.

Lo schiavismo ha quindi assunto un significato drammatico soltanto quando si è incontrato con la brama occidentale: da ciò si genera vergognosa grande tratta, di cui noi tutti dovremmo sempre mantenere vivo il ricordo.

  

La costa, il castello di Elminà

Gli Europei si rifornivano di schiavi in diversi porti lungo la costa africana. Ogni porto aveva un forte (dove venivano tenuti i prigionieri): se ne contano ben 43, all'epoca occupati da almeno tremila persone e distribuiti dal Senegal al delta del Niger.

Nel Ghana il porto più importante era quello di San George de la Mina, più conosciuto con il nome di Elminà, e il suo castello, costruito dai Portoghesi a partire dal 1482, ne ha preso il nome.

I Portoghesi erano arrivati a Elminà nel 1471 per commerciare in oro e avorio: il pianterreno del forte quindi veniva inizialmente usato come magazzino, ma con l'inizio della tratta degli schiavi nel 1500 venne trasformato in prigione.

 

Qui gli schiavi venivano rinchiusi e ammassati a centinaia in una stanza buia per mesi, fino al momento della vendita quando invece venivano nutriti, curati, lasciati riposare, ripuliti e unti con olio di palma per ben figurare davanti ai mercanti. Per chi cercava di scappare o di combattere per la libertà vi era una cella speciale, dove venivano imprigionati anche i pirati: chi vi entrava veniva lasciato a morire di fame. Nel 1665 gli Inglesi costruirono una stanza sotterranea collegata direttamente con il mare che arrivava a contenere anche mille schiavi: era talmente buio che facevano difficoltà persino a vedere il proprio vicino.

 

Le donne, addossate almeno 400 alla volta, venivano chiuse in una stanza a parte. Spesso venivano stuprate: quando il governatore voleva farlo, si affacciava al balcone del forte e le osservava dopo che i guardiani le avevano fatte uscire. Quelle erano le uniche volte che alle donne veniva concesso di vedere la luce. A stuprarle non era solo il governatore, ma anche i soldati e i mercanti.

 

Oggi fa effetto vedere che la stanza posta sopra la cella delle donne era una chiesa.

 

Il lungo viaggio verso le Americhe

Dalla prigione dei forti gli schiavi sopravvissuti, una volta comprati, venivano imbarcati verso le Americhe. Si parla di circa 27mila viaggi, effettuati tra Africa e America, e di 10 milioni di Africani sopravissuti alla traversata, la quale poteva durare da 1 a 3 mesi. Le condizioni in cui venivano tenuti gli schiavi durante il viaggio erano disumane: sotto coperta dovevano stare distesi nudi in uno spazio di circa 1 metro di altezza per mezzo metro di larghezza, in genere incatenati a coppie, quindi con scarsissime possibilità di movimento. I prigionieri inoltre non avevano idea di quello che li attendeva e della vita di sfruttamento a cui erano stati crudelmente destinati.

 

Guardiamo più da vicino a quella che poteva essere la giornata-tipo dello schiavo prigioniero sulle navi da trasporto.
Intorno alle 8:00 venivano svegliati: salivano a gruppi sul ponte dove si lavavano con l'acqua di mare; 2 volte alla settimana poi venivano cosparsi di olio di palma e si potevano tagliare le unghie e i capelli. Durante queste attività mattutine si vuotavano anche i buglioli e si lavava il sottoponte con aceto o bruciando polvere da sparo.

Alle 9:00 si mangiava: il pasto consisteva in un miscuglio di fave, fagioli, riso, mais, banane e manioca, il tutto bollito e speziato. Un piatto ogni dieci uomini e un cucchiaio a testa. Una volta alla settimana era previsto poi un goccio di brandy per aiutare lo stomaco a digerire.

Alle 14:00 c'era il momento della ginnastica costituita da danze ed esercizi fisici, anche al fine di prevenire lo scorbuto. Alle 17:00 iniziava a ascendere la notte: in caso di maltempo la condizione nel sottoponte era atroce. I boccaporti infatti venivano sigillati, l'oscurità era completa e il fetore dei buglioli rovesciati rendeva l'aria irrespirabile.

 

La costruzione delle navi era studiata affinché gli schiavi non potessero ribellarsi, suicidarsi o buttarsi in mare. Erano sorvegliati affinché arrivassero in America in buona salute o, come si direbbe di una merce, in buono stato di conservazione.

 

 

La fine della schiavitù

La Corona britannica bandì ufficialmente la schiavitù nel 1807. Ma ci sono voluti moltissimi anni perché finisse di fatto: ancora oggi non è scomparsa del tutto. All'inizio del '900, la tratta degli schiavi veniva considerata da alcuni storici come un'impresa salutare, tale in quanto avrebbe giocato un ruolo civilizzatore nella storia dell'Africa'! Ad ogni modo il tentativo dell'Occidente di liberare gli schiavi in tutto il mondo si scontrò con gli interessi degli stessi Paesi africani, che si arricchivano da secoli con questo orribile commercio, e con la cultura tradizionale islamica.

 

Lo storico Elikia M'Bokolo, a questo proposito afferma: «Uscire dalla schiavitù è una cosa molto, molto difficile, perché qualsiasi sia il Paese (l'America del Nord o l'America del Sud) la schiavitù resta inscritta nei rapporti sociali. E quello che è successo negli Stati Uniti è che le conseguenze sociali, economiche e finanziare della schiavitù sono state aggravate a partire dal 1890, fino al 1960 da settant'anni di segregazione e di razzismo, praticamente istituzionale».

 

Negli anni '60 infatti in America i movimenti antisegregazionisti devono prima sconfiggere i pregiudizi razziali del presente e solo dopo denunciare la schiavitù del passato. In questi anni si muove anche Hollywood: lo sceneggiato 'Radici', del 1977, tratto dal libro di Alex Haley, racconta i 200 anni della storia di una famiglia africana (capeggiata da Kunta Kinte) deportata nelle piantagioni americane. Vincitrice di 9 premi Emmy e di un Golden Globe, la miniserie, trasmessa per la prima volta in Italia nel '78, ha scosso le coscienze di milioni di spettatori.

 

Ma, come ci dice lo storico Alessando Portelli, con l'abolizione della schiavitù: «quello che veniva messo in campo era il fatto che la schiavitù dannava l'anima del padrone, che era un peccato; in un certo senso a questo filone abolizionista, degli schiavi come tali interessava relativamente poco». Infatti prima è arrivato il momento in cui gli schiavi non servono più e poi l'abolizione: all'inizio del XIX secolo, infatti, la popolazione degli schiavi delle piantagioni americane si riproduceva naturalmente e dunque, dopo un ultimo decennio di frenetica importazione, i proprietari potevano anche accettare il divieto della tratta.


Dal 1807 gli uomini bianchi hanno iniziato a presentarsi come veri avversari della schiavitù, dimenticando più di 300 anni di tratta, e soprattutto che, come afferma Portelli, 'tutto il processo di industrializzazione non sarebbe esistito senza gli Africani: basti pensare all'importanza dell'industria tessile che ruota intorno al cotone'il cotone raccolto dagli schiavi'.

 

'Nessuno sarà tenuto in schiavitù, o in servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite in ogni loro forma.? Articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti umani.



Una puntata di Giuseppe Giannotti