1945: a Mosca un sacerdote italiano viene arrestato dai Sovietici con l'accusa di essere una spia. Fa parte, come molti altri, del Russicum, il collegio del Vaticano volto alla preparazione di padri destinati a operare nella Russia comunista dove i bolscevichi hanno raso al suolo le gerarchie ecclesiastiche.
L'operazione è segreta e molti saranno i preti accusati di spionaggio; malauguratamente, troveranno la morte. La storia del Russicum è una storia di intrighi, sospetti e terrore. E forse anche di santi. 


La Russia comunista
Nella Russia ortodossa dei primi del Novecento le Chiese di rito occidentale funzionanti sono quasi duemila, oltre duemila sono i sacerdoti cattolici e oltre cinque milioni i fedeli, ma con la Rivoluzione russa del 1917 la situazione per la Chiesa cattolica si fa sempre più difficile.

Dopo una prima fase costituzional-democratica frutto della 'rivoluzione di febbraio' del 1905 che pone fine al regime zarista, infatti, l'insurrezione dei bolscevichi del 1917 porta a un regime dittatoriale e socialista fondato sul potere dei Soviet che prevede, tra l'altro, la ridistribuzione tra i contadini delle terre dei latifondisti e la totale negazione dell'esistenza di Dio.

E se nella nuova Costituzione varata nel luglio del 1918 si parla solamente di 'separazione' fra Chiesa e Stato, di fatto i bolscevichi annullano ogni forma di religione all'interno del Paese: Lenin impone fin dall'inizio il compito di organizzare non solo una propaganda antireligiosa, ma anche l'ateismo militante contro la Chiesa ortodossa (l'istituzione più importante in Russia) e contro la Chiesa cattolica.

Con un decreto, i bolscevichi guidati da Lenin espropriano tutti i beni della Chiesa, dalle terre ai luoghi di culto, dai monasteri a tutti gli edifici sacri, e tolgono il diritto di voto ai sacerdoti che si vedono anche estromettere dalle parrocchie. Il leader del partito vuole che la Chiesa venga colpita con 'tale forza da restare distrutta per almeno 50 anni'. Dopo questi primi provvedimenti nel 1919 arrivano anche i primi arresti che, usati inizialmente solo come semplici intimidazioni, iniziano a crescere esponenzialmente dal '22 quando si comincia da accusare i sacerdoti di 'attività controrivoluzionaria?.

Il primo processo collettivo ai cattolici avviene infatti proprio nel 1922, il secondo e il terzo tra il '28 e il '32. Con questi tre processi viene praticamente arrestato tutto il clero russo; di conseguenza tutta la comunità cattolica dell'Unione Sovietica rimane senza guide spirituali, elemento di grande preoccupazione per il Vaticano.

Come racconta lo scienziato Anatolij Krasikov «molti dei dirigenti dello Stato e del partito, erano  ex allievi dei seminari ortodossi, e quindi nel loro nuovo ruolo avevano introdotto i ritratti dei membri dell'ufficio politico al posto delle icone, e trasformato i riti religiosi in riti politici».

Tra il '22 e '23, proprio nel periodo in cui avvengono i primi arresti e le prime deportazioni nei gulag destinati al clero, viene avviata una trattativa diplomatica tra il governo bolscevico e il Vaticano al fine di rendere meno tesi i rapporti: in questo periodo infatti l'Unione Sovietica è del tutto isolata politicamente e ha un vitale bisogno  di riconoscimento internazionale, mentre il Vaticano è interessato al dialogo proprio perché mira alla ricostruzione di una gerarchia ecclesiastica in Unione Sovietica. Ma i canali diplomatici tra le due potenze non portano ai risultati sperati, e così già nel 1926 in Unione Sovietica non vi è più nemmeno un Vescovo.

Michel d'Herbigny e il Collegium Russicum
È il 1929 e Papa Pio XI, su suggerimento del gesuita francese, padre Michel d'Herbigny, fonda il Collegium Russicum la cui storia però risale a qualche anno prima e precisamente al 1912 quando padre Wlodimir Ledochowski, futuro generale dei gesuiti, scrive un documento in cui esprime la sua preoccupazione rispetto all' Unione Sovietica e alla necessità di preparare  cattolici da inviare in quella terra dove, già dalla rivoluzione di febbraio, si stava facendo pressioni sempre maggiori sulla comunità cattolica.

Prima di fondare il Collegium Papa Pio XI manda padre d'Herbigny per due volte a Mosca; ma queste 'spedizioni' sono ancora avvolte nel mistero in quanto molti dei documenti che le riguardano sono tuttora segreti. Quello che si sa lo racconta lo storico e giornalista padre Antoine Wenger: «Non c'erano più vescovi e per la chiesa cattolica non c'era modo di sopravvivere senza vescovi; il problema era capitale e fu in questa fase che monsignor d'Herbigny concepì il suo piano segreto: riuscì a convincere il Papa e il suo Segretario di Stato, Pietro Gasparri, a mandarlo a Mosca dopo essere stato segretamente nominato vescovo a Berlino. In questo modo avrebbe potuto consacrare  nuovi vescovi in Russia senza destare sospetti. Non a caso Gasparri (Segretario di Stato del Vaticano, dal 1919 al 1930) gli diede come titolo quello di 'Vescovo di Troia'; era una sorta di cavallo di Troia».

Dopo essere stato consacrato segretamente vescovo il 29 marzo del '26, il 21 aprile monsignor d'Herbigny arriva a Mosca e alloggia all'hotel Savoy (ancora oggi esistente). La mattina molto presto si reca nella chiesa di San Luigi dei Francesi e consacra a sua volta vescovo padre Eugène Neveu, il parroco francese di Makeevka, in un'atmosfera di grande semplicità e alla vista di pochissimi testimoni. In seguito consacrerà altri tre amministratori apostolici per le città di Leningrado, Minsk e Odessa.

Ma queste due brevi spedizioni non sono sufficienti a ridare corpo alle gerarchie ecclesiastiche, servono nuovi sacerdoti. Dunque nel 1929 viene fondato a Roma il Collegium Russicum al fine di formare nuovi sacerdoti con una duplice missione: diventare apostoli del Vangelo e andare incontro alle necessità spirituali della Russia. L'idea originale è quella di fare del collegio un centro per studenti di nazionalità russa e di rito bizantino - slavonico, ma trovare candidati russi che non siano di rito ortodosso è molto difficile, ben presto quindi il Russicum si riempie di candidati di varie nazionalità, ma uniti dallo stesso scopo: annunciare e predicare il vangelo in Russia, anche a costo della morte.

Spie o missionari'
L'atmosfera all'interno del Russicum, come ricorda un ex allievo, padre Ludovico Pichler, è piena di entusiasmo, per i giovani preti il monito è 'andare in Russia e predicare, e se occorre morire'.

Un altro sacerdote facente parte del Russicum, Padre Romano Scalfi, racconta il suo personale approccio al collegio e al mondo russo: «La liturgia bizantina era una liturgia molto bella, tutta piena di canti e io ne sono rimasto, si può dire ingenuamente, affascinato! In me esisteva già da tempo il desiderio di essere missionario da qualche parte del mondo, e dopo aver assistito a questa liturgia, mi son detto: 'Vado in Russia perché qui c?è della bellezza e dell'incanto che mi attrae'. Da quel momento ho iniziato a studiare libri sulla Russia e, da solo, come potevo, anche la loro lingua'».

In seguito nel collegio vengono introdotti lo studio della lingua e della letteratura russa, la storia della liturgia bizantina e ortodossa, e i fondamenti dell'ideologia sovietica. Vengono introdotti anche corsi di marxismo così da permettere ai nuovi sacerdoti, una volta riusciti a entrare nel Paese comunista, di confrontarsi con la gente e di contrastarne l'ideologia.

Inizialmente i missionari sperano in un accordo tra Vaticano e Governo sovietico che gli permetta di poter svolgere il loro apostolato in modo sostanzialmente libero. Ma quando risulta chiaro che tale accordo non sarebbe mai arrivato, si rassegnano all'idea del martirio: sanno che i bolscevichi sono molto repressivi nei confronti della Chiesa e che se arrestati la Santa Sede non avrebbe potuto far nulla per loro, se non aiutarli con la preghiera.

Fino agli anni Cinquanta saranno più di trenta i sacerdoti ordinati a questo scopo e la storica Irina Osipova è riuscita a trovare dei documenti di 11 di questi: «Lavorando negli archivi del KGB sono riuscita a trovare i dossier di 11 di loro: 2 fucilati, 2 morti e altri 7 spediti nei gulag. Le nazionalità sono tutte diverse: polacchi, cechi, italiani, americani'Fra tutti i dossier la figura che più mi ha colpita è quella di Pietro Leoni, l'italiano: è stato il più tenace, il meno disposto a compromessi».

La storia di Pietro Leoni
Padre Pietro Leoni nasce a Premilcuore,  in provincia di Forlì nel gennaio del 1909, ed è il quinto di sei fratelli di una modesta famiglia contadina. Entrato in seminario nel 1922 e poi nella compagnia di Gesù nel 1927 è tra coloro che vengono preparati all'interno del Collegium Russicum. Vi arriva nel 1934 e qui dopo cinque anni viene ordinato sacerdote in un clima di intenso fervore religioso: la preoccupazione per la sorte dei cristiani nell'Unione Sovietica è sempre più forte in seno al Vaticano e tra i fedeli, e questo non fa che dare maggiore forza alla vocazione del padre romagnolo.

Pietro Leoni parte per la Russia in veste di cappellano militare nel 1941. Tornato in Italia dopo la sconfitta del 1942, decide di ripartire per l'Unione Sovietica come parroco della comunità cattolica di Odessa, dove però viene arrestato il 29 aprile del '45. La guerra è ormai finita, anzi vinta, e Stalin cancella  quella poca tolleranza religiosa che si era imposto per rinsaldare lo spirito del popolo russo di fronte ai sacrifici inumani provocati dal conflitto.

Per Padre Leoni inizia un lungo calvario, a partire dall'inquisizione del KGB a cui risponde: «Io di crimini contro la potestà sovietica non ne ho commessi; lo spionaggio non so neppure come si fa. E dalla propaganda antisovietica mi sono sempre astenuto per non compromettere l'apostolato, a meno che per voi non sia propaganda antisovietica il predicare il vangelo'nel qual caso allora sì, sarei colpevole».

Dopo l'arresto viene trasferito a Mosca e poiché durante gli interrogatori si rifiuta di fare i nomi degli altri sacerdoti che operano in Russia e inoltre si oppone apertamente all governo bolscevico, affermando che nell'Unione Sovietica manca la democrazia e la libertà di parola e di stampa, la sua istruttoria viene chiusa con la condanna a dieci anni nei campi di rieducazione, tra cui il gulag dell'arcipelago delle Solovki.

Solovki, l'arcipelago gulag
Si dice che nel XVII secolo un monaco che era stato il confessore dello zar Pietro il Grande, arrivò a Solovki, l'arcipelago russo posto a 160 km dal circolo polare artico, e qui venne imprigionato in una fortezza dove una sera ebbe una visone: la madre di Dio gli annunciò che una collina di quell'isola sarebbe diventata il nuovo Golgota e quindi un luogo di grande sofferenza. Questa profezia si è avverata con l'avvento al potere dei bolscevichi, quando viene creato il primo gulag sovietico: nel 1923 il magnifico santuario ortodosso costruito su una delle isole dell'arcipelago viene trasformato in un campo di concentramento, in una sorta di accademia dell'orrore dove si studiano le violenze più scientifiche e le tecniche più adeguate di fucilazione.

I primi preti ad arrivare a Solovki sono gli ortodossi processati a Mosca nel '24. Nel '26 è la volta del primo sacerdote di rito latino e a questi ne seguiranno molti altri condannati per spionaggio e, in base all'articolo 58 del Codice penale della Repubblica Sovietica Federale Socialista, anche per attività controrivoluzionaria. È proprio grazie a questo articolo del codice penale russo che punisce 'chiunque agisce in modo controrivoluzionario' che Stalin può liberarsi di qualunque suo oppositore, condannandolo alla fucilazione oppure alla deportazione nei gulag.

Le carte in tutto parlano di 1 milione di prigionieri finiti nel lager; di questi almeno 250mila hanno trovato la morte. A farne le spese sono intellettuali, scrittori, artisti, scienziati, uomini dello zar, militanti politici e tutti coloro che in qualche modo potevano essere di ostacolo al regime comunista. Tra questi anche i sacerdoti.

È Alexej Judin a spiegare perché i bolscevichi guardavano con tanto sospetto all'operato dei sacerdoti: «Certamente il regime comunista guardava a tutto ciò con occhi diversi, innanzitutto perché per loro la loro fede cristiana non aveva alcun valore: Dio non esiste e se Dio non esiste, questi preti missionari che vengono a fare se non per motivi di spionaggio politico e industriale'!».

Una talpa all'interno del Russicum
Dagli archivi del KGB emerge una verità sconcertante: le autorità sovietiche erano informate del Collegium e dei movimenti dei sacerdoti che vi operavano. Nelle carte compaiono nomi, luoghi, date, viaggi. Di alcuni spostamenti si sapevano i dettagli anche in anticipo. L'unica spiegazione possibile è che all'interno del Russicum ci fosse una spia, ma purtroppo nei documenti del KGB la sua identità non viene rivelata, né emerge in alcun modo. 

Sebbene Monsignor d'Herbigny avesse molti contatti con i Russi della diaspora in Occidente tra cui gente sospettata di essere al soldo del KGB, la tesi più credibile è che a fare la spia sia stato un bibliotecario della congregazione delle chiese orientali, un cittadino estone, Alexander Kurtna. Quello che si sa è che Kurtna dopo essere stato cacciato dalla biblioteca del Vaticano dal rettore in persona, che aveva visto in lui atteggiament sospetti, torna in Russia.

Nel 1942 però viene arrestato in Italia dalla Sim, il Servizio Informazioni Militari fascista, con l'accusa di essere una spia comunista. Rimane a Regina Coeli per 14 mesi, fino a quando Herbert Kappler (il comandante della Gestapo a Roma), lo libera e lo prende con sé come spia, in quanto gli era già stato utile nel '42 quando gli aveva consegnato i nomi di alcuni preti partigiani e di alti prelati italiani ostili a Hitler. Il maggiore è certo che Kurtna gli sarà nuovamente utile se rientrerà in Vaticano: l'Estone ritorna quindi a fare il doppio gioco, fornendo informazioni sia ai nazisti e ai fascisti, sia ai bolscevichi. Nel '44 viene catturato dagli alleati, ma in qualche modo riesce a cavarsela.

Le sue tracce scompaiono nell'inverno del '46, quando viene rapito e probabilmente imbarcato a Genova per essere trasferito in Siberia, in un gulag.

Di Alexander Kurtna nessuno saprà più nulla, quello che è certo è che a Mosca Stalin e la sua polizia sapevano proprio tutto riguardo al Russicum, a partire da quello che era il suo scopo e il senso delle sue attività missionarie.

Pietro Leoni viene liberato
Dopo nove anni dal giorno del suo arresto, il 5 ottobre del '54, la sorella del sacerdote riceve una sua cartolina. La località è ignota, anche se porta il timbro di Mosca. 'Carissima sorella è già le seconda volta che ti scrivo, ma dubito che la precedente cartolina ti sia giunta. La mia salute è deboluccia, a causa di disturbi di stomaco, ma il morale è sempre elevato, Gesù e Maria sono la mia fortezza'?.

Qualche mese dopo un prete, anche lui missionario in Russia, torna in Italia e riferisce ai familiari di aver conosciuto padre Leoni nell'isola di Solovski. I famigliari iniziano quindi le ricerche e si rivolgono al Ministero degli Esteri il quale entra in contatto con la Russia, nella quale ormai il potere era passato, brevemente, a Georgij Malenkov. Il KGB manda due foto e un referto medico: le foto mostrano il prete con un abito elegante, per dimostrare che sta bene, ma in seguito Pietro Leoni racconterà di aver cercato di mostrare delle corna con la mano nella foto, corna che però erano state prontamente tagliate!

Intanto in Unione Sovietica, il nuovo leader del partito, Nikita Chruscev opera una revisione critica dello stalinismo: si tratta del primo timido avvicinamento tra Unione Sovietica e Occidente. È in questo panorama politico che va collocato il ritorno in Italia, il 26 maggio del '55, di Padre Leoni e padre Dante Ughetti, liberati dai Sovietici al fine di allentare le tensioni con l'Occidente.

Al suo ritorno Padre Leoni racconterà del suo silenzio di fronte ai militari bolscevichi e di essere stato condannato ai lavori forzati, dove ha fatto i lavori più disparati: dal minatore al calzolaio, dal sarto al muratore e allo 'stufaro'. Racconterà di aver lottato contro la neve e il gelo, ed è molto difficile riuscire a immaginare il suo fisico così esile e minuto resistere in un gulag. Secondo la sua testimonianza a dargli forza è stato il suo ottimismo, nutrito dall'amore verso Dio.

Nel 1959 lascerà l'Italia per servire una comunità russa in Canada, dove morirà nel 1995.

I martiri
Il bilancio finale dell'operazione Russicum può forse essere definito un fallimento, perché troppi sono stati i missionari morti o finiti nei gulag, ma è anche vero che lo spirito del Collegium ha favorito l'incontro tra Unione Sovietica e Occidente.

Tra i martiri del Russicum, ricordiamo:
Paul Chalair deportato
Fabian Abrantowicz morto nei gulag
Jan kellner fucilato
Jerzy Moskwa fucilato
Jean Nicolas deportato
Pietro Leoni deportato
Vendelin Javorka deportato
Walter Ciszek deportato
Victor Novikov deportato
Teodor Romza assassinato


Una puntata di Amedeo Ricucci