È il 2 giugno del 1981 a soli trent'anni muore Rino Gaetano, una delle voci più nuove e originali della musica italiana degli anni '70. Cantante estroso e ironico, in quegli anni così difficili cantava l'italia attraverso testi eccentrici e surreali, caratterizzati da un nonsense di fondo, forse troppo veri per essere capiti fino in fondo. Rino infatti viene apprezzato soprattutto oggi, basti pensare al successo che ha riscontrato la raccolta dei suoi pezzi del 2002, quello di Paolo Rossi che nel Sanremo 2007 ha cantato e riadattato un suo brano inedito, e infine quello della fiction Rai 'ciao Rino' dove il cantautore calabrese è stato interpretato da Claudio Santamaria, uno dei giovani attori più apprezzati nell'attuale panorama italiano. 

Paolo Rossi, riguardo alla scelta di portare a Sanremo 'In Italia si sta male (Si sta bene anziché no)': «Mi ha chiamato Mauro Pagani e mi ha detto: 'c'è questo pezzo inedito'. La prima serata mi ha portato un'emozione che dopo venti e più anni di carriera io raramente avevo provato!».

Con la canzone di Paolo Rossi si può dire che Rino Gaetano è tornato a Sanremo, vi aveva già partecipato infatti nel 1978 quando, con il brano 'Gianna', si classificò al terzo posto dietro Anna Oxa e i Matia Bazar. È grazie al festival che il suo estro viene conosciuto anche dal grande pubblico e che la sua ironia così sottile e scanzonata diventa un argomento di discussione.
La sua storia nasce in una cittadina dell'estremo Sud.


Da Crotone a Roma

Rino Gaetano, ovvero Salvatore Antonio Gaetano, nasce a Crotone il 29 ottobre 1950. Lì in Calabria vive con i genitori, sua sorella Anna e i suoi due nonni in un piccolo magazzino. La sua è una famiglia povera, come ricorda Anna: «Mio padre lavorava al forno, mia madre rammagliava le calze. Rino era un bambino molto, molto vivace, intuitivo ed era affezionatissimo alla nonna, la considerava una prima madre. Quando fece I love you Marianna naturalmente la dedicò a lei».

Nel 1960 la famiglia Gaetano si trasferisce a Roma, nel quartiere di Montesacro, in cerca di fortuna: qui Rino finisce la quinta elementare per poi entrare, proprio a causa delle ristrettezze economiche famigliari e della cardiopatia del padre, in un collegio di Narni, la scuola apostolica 'Piccola opera del Sacro Cuore di Gesù'.
Padre Renato Simeoni, del seminario di Narni, ricorda di quel periodo: «Ho conosciuto Rino nel settembre del 1962, era un pomeriggio ed era accompagnato da sua mamma. Non è che disprezzasse lo studio, però aveva dei grandi momenti di assenza'non era affatto vuoto, era molto difficile scoprire Rino i situazioni di vuoto, era sempre mentalmente occupato. Ho sempre avuto l'impressione che in lui ci fossero sempre delle ricerche personali che lo tenevano occupato, è stato un ragazzo molto sognante».

Finito il collegio, nel '68 Rino torna a Roma e si stabilisce con i suoi in via Nomentana; qui studia ragioneria, si dedica al teatro e intanto comincia a svolgere lavori occasionali: dal commesso di una libreria, al barista, fino a ottenere un posto in banca. Ma ben presto si stufa anche di questo nuovo lavoro, nonostante fosse dai più ambito, 'gli sta stretto' così come la cravatta che è costretto a portare tutti i giorni. Rino sente che il suo futuro, oltre al teatro, è quello del cantautore e vuole investire tutto per realizzare il suo sogno. Arriva quindi a discutere con il padre che una sera lo caccia anche di casa, ma poi alle tre di notte lo fa ritornare: i due parlano, espongono le loro rispettive ragioni, finché Rino propone un 'accordo': 'Papà facciamo un patto' Ti do la mano, se io entro un anno non riesco a concludere niente ti giuro che vado a lavorare in banca!'.

Il teatro Folkstudio
Così Rino inizia a girare per i locali di Roma in cerca di amicizie e possibili contatti, fino ad arrivare nel 1970 al mitico Folkstudio, il locale che ha visto nascere la scuola dei cantautori romani, tra tutti De Gregori e Venditti. Proprio quest'ultimo diventerà suo amico e produttore.

Antonello Venditti: «Ci siamo conosciuti nel '70 al Folkstudio, dove c'eravamo io, De Gregori, Giorgio Lo Cascio e poi, nel '71, Ernesto Bassignano: i famosi quattro ragazzi con la chitarra. Io ero il più ricco di tutta questa banda di cialtroni e avevo la macchina che mi era stata regalata da mia nonna per la laurea, un Maggiolone cabrio stupendo, quindi facevo il tassista e accompagnavo tutti a casa. Rino era l'ultimo'abbiamo fatto centinaia di volte quel tratto di strada che poi lui ha fatto da solo quella tragica mattina».

Ernesto Bassignano: «Comparve questo tizio, magro magro, coi denti rotti e sta chitarrina seppe come entrarmi nel cuore subito, tanto è vero che Giancarlo Cesaroni (il boss del Folkstudio) che lo aveva sentito suonare e 'zappare' (come diceva lui) la chitarra, non era del parere di farlo cantare nemmeno la domenica pomeriggio, io invece avendo riscontrato delle cose molto carine, naif e veraci in lui, aspettavo il momento in cui il boss andava in giro a bersi un wisketto per Trastevere con De Gregori, e lo buttavo sopra al palco. Ricordo bene queste due canzoni che fece per qualche domenica di seguito, una dedicata a un suo amico che aveva avuto un incidente in machina, e l'altra dedicata a un ferroviere che mi è rimasta veramente impressa: contiene una bellissima immagine di un treno lungo il tavoliere che continua a correre'».

E in giro per locali, Rino Gaetano, conosce anche Bruno Franceschelli, che diventerà uno dei suoi più grandi amici e in qualche modo il suo 'mentore':  «L'ho conosciuto al bar sotto casa mia, io stavo lì a giocare a dama, mio nipote me lo indica e mi dice che è un cantautore, allora mi siedo accanto a lui e tira fuori dei fogli, io li leggo, esprimo la mia opinione, e noto subito che non era uno dei soliti cantautori (anche se lui era ancora un apprendista) ma aveva un modo diverso di esprimersi».

Rino colpisce le persone per la sua semplicità, per il fatto di essere una persona genuina e diretta, mai artificiosa. E per queste sue doti conquista anche Amelia Conte, la sua fidanzata di sempre che ricorda così il loro primo incontro: «L'ho conosciuto nel '75 in una maniera un po' strana: studiavo legge e fui invitata da un amico alla sua festa di compleanno. Il mio amico mi disse che quella sera sarebbe stata una serata speciale perché doveva venire un suo amico le cui canzoni si sentivano nella trasmissione di Arbore 'Alto gradimento'. Durante tutta la festa non si faceva altro che parlare di questo amico che sarebbe venuto, poi a un certo punto suona la porta e arriva un tipo lungo lungo allampanato, magro e con dei brufoli in faccia'la prima cosa che pensai fu: 'Mamma mia quanto è brutto!'».

Ma ben presto questo ragazzo con i brufoli diventa il suo fidanzato: la loro è una storia d'amore allegra, ricca di amicizie in comune e di affetti. Tanto che Rino e Ameluzza (la chiamava così) si sarebbero dovuti sposare un mese dopo la morte del cantante.

Il primo 45 giri
Se è vero che Rino approda nel mondo discografico grazie alla sua amicizia con Venditti e De Gregori, è anche vero che l'incontro decisivo per la sua carriera sarà quello con Vincenzo Micocci, proprietario della casa discografica IT. Venditti racconta che dopo l'incontro con Rino, il discografico gli disse: «Ma che ci facciamo con questo strano personaggio'!».
Eppure ben presto anche Micocci gli si affeziona: sarà proprio lui infatti a pubblicare i suoi primi quattro LP, a partire dal 1973 quando, con lo pseudonimo Kammamuri's, Rino pubblica il 45 giri 'I love you Marianna' (sul lato B Jacqueline) prodotto dagli amici Antonello Venditti e Piero Montanari.
Già dalla canzone del lato A, I love you Marianna, viene fuori la predisposizione di Rino per i giochi di parole e i doppi-sensi: la canzone, infatti, potrebbe essere interpretata come un'orecchiabile metafora sulla marijuana, quando in realtà si riferisce all'affetto che lo lega a sua nonna Marianna, con la quale giocava da piccolo.

Il 45 giri però non ha successo: l'aspetto 'demenziale' del suo genere e il suo non essere socialmente e musicalmente collocabile, infatti, gli crea dei problemi: in Italia le sue canzoni così romanticamente drammatiche o fortemente ironiche sono impensabili per quei tempi, quando o si era schierati o non si era nessuno. E Rino proprio non vuole schierarsi: 'Ci sono persone pagate per dare notizie, altre per tenerle nascoste, altre per falsarle. Io non sono pagato per far niente di tutto questo'.

Alle volte non viene capito dagli stessi De Gregori e Venditti: «Era un folletto, un clown che aveva dentro radici così diverse dalle nostre che era quasi inesplicabile! Quando ci faceva sentire le sue canzoni noi ci guardavamo sconcertati e cercavamo comunque di collocarle». Ma, come afferma il critico musicale Dario Salvatori: «La cosa che più odiava era proprio essere collocato. Era un talento libero, una personalità libera, poco propensa ai compromessi».

E Vincenzo Mollica aggiunge: «Aveva uno stile anarchico, era uno che diceva quello che gli passava per la testa, senza rispondere a codici ben precisi né sociali, né tantomeno politici'La sua forza era l'ironia, ma non sempre veniva capita in quegli anni quando tutti erano molto settari. Badava a fare le sue canzoni che rispecchiavano il suo pensiero rigorosamente, anche nella bizzarria, e aveva la capacità di deformare la realtà per raccontarla meglio, usando l'arma del paradosso».


Verso il successo
Nonostante il flop del '73, 'Kammamuri's' ritenta il colpo e l'anno seguente pubblica il suo primo album: 'Ingresso libero'; tra i brani troviamo Ad esempio a me piace il sud, e I tuoi occhi son pieni di sale. Ma l'Italia, come detto, non è ancora pronta per la sua sottile ironia, per il suo amore sincero per la vita, per le sue denunce troppo gentili e cortesi, e così neppure 'Ingresso libero' riesce ad attirare l'attenzione del grande pubblico.

Eppure, il destino gli sorriderà ben presto, il successo arriverà infatti con una nuova canzone, ancora una volta ironica e di denuncia: Ma il cielo è sempre più blu.
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Ernesto Bassignano ricorda così la storia di quel pezzo: «Lui con 'sta chitarra ci ha fatto sentire Ma il cielo è sempre più blu, noi allora tutti entusiasti siamo andati da Vincenzo dicendo: 'Guarda che questo ha scritto un pezzo che può fungere!' Micocci non era mica tanto convinto, però poi si lasciò convincere e nell'estate fece un 45 giri che veniva passato moltissimo nelle radio private di allora, soprattutto su 'Punto Radio' ai castelli. Andò talmente bene che in pochi giorni vendette 45.000 copie. Micocci impazzì!».

Dopo solamente un anno esce un nuovo lavoro che segna l'ingresso di Gaetano nell'Olimpo dei cantautori italiani: Mio fratello è figlio unico. L'open-track omonima, con un testo in bilico tra il racconto degli affetti famigliari ('e ti amo Mario') e la denuncia sociale ('è convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati/ mio fratello è figlio unico sfruttato, represso, calpestato, odiato'), vanta uno dei testi più ironici e toccanti della scena italiana di quegli anni. Ma è soprattutto il testo del nonsense, a partire dal titolo 'mio fratello è figlio unico'. Nonsense del quale Paolo Rossi afferma: «Come molti altri stili del popolare, appare come una cazzata, ma poi questa cazzata alle volte diventa dirompente, ti costringe ad avere più punti di vista su un testo».

Nel '77 esce il suo terzo album, 'Aida', forse il suo lavoro più rappresentativo. Ancora una volta i brani si dividono in due filoni: quello tragicomico e la scanzonata satira sociale. Del primo filone ne è un esempio la bellissima Escluso il cane, un brano che canta la solitudine e la malinconia, il lato più intimo del cantante. 'Aida' suggella l'interesse della critica su di lui, giornali e riviste iniziano a chiamarlo 'cantabarista' oppure 'cantautore dei nonsense'. E quando viene ospitata da 'Adesso musica', si presenta con il suo cane, metafora della solitudine umana: «Il discorso è che siamo tutti un po' cani, un po' avulsi dal discorso umano e un po' soli. Siamo abbastanza messi da parte uno con l'altro'».

Sanremo
Rino ha ormai raggiunto il successo e nel '77, alla vigilia dell'uscita del suo nuovo album 'Nuntereggaepiù' gli viene proposto il festival di Sanremo. Gli amici lo esortano a non partecipare, in quel periodo infatti la cosiddetta 'musica leggera' era vista male più che mai; Amelia ricorda che Rino: «Era un po' in dubbio, non era tanto convinto di fare Sanremo manifestazione canora che, secondo il suo parere, era sempre più in declino». Alla fine però si convince, vuole partecipare con il suo ultimo pezzo ancora inedito, Nuntereggaepiù: sarà il suo amico Bruno a fargli capire che non è la canzone adatta, gli dice di andare con Gianna anche se a Rino non piace perché assomiglia a Berta filava. Bruno Franceschelli: «Ricordo che Rino disse: 'Però ci vado come dico io'».

E a Sanremo Rino Gaetano ci va come dice lui: indossa un frac con cilindro, scarpe da ginnastica e una chitarrina da accompagnamento. Durante l'esibizione, sul coro finale eseguito dai Pandemonium, comincia a gettare medaglie al pubblico: da questo momento le sue performance saranno sempre accompagnate da un supporto visivo, sia che si tratti del suo look, sia che si tratti di oggetti che porta con sé sul palco.

In seguito a una domanda postagli da un giornalista riguardo al festival e al senso delle medaglie, Rino risponde con la sua solita ironia: «Penso che Luigi Tenco dieci anni fa sia morto di noia perché da 28 anni Sanremo è sempre uguale, perché non c'è la buona intenzione di cambiarlo davvero, perché tutti gli artisti, discografici, giornalisti, esperti e organizzatori non hanno mai veramente voluto rinnovarlo [...] Ma il festival resta una passerella e come tutte le passerelle ti offre tre minuti per fare un discorso che normalmente fai in uno spettacolo di due ore. Così devi trovare un sistema. Da parte mia, ho scelto la strada del paradosso un po' alla Carmelo Bene'».

Il festival decreta il successo per il cantante di Crotone: si piazza al terzo posto, Gianna vende più di 600mila copie e le recensioni sul suo pezzo sono tutte positive. Da questo momento la sua visibilità sale notevolmente, viene invitato a diverse trasmissioni e intervistato dai più importanti personaggi televisivi del tempo: da Arbore a Morandi, da Boncompagni a Costanzo.

1978, Nuntereggaepiù
Nella primavera del 1978 finalmente esce l'album 'Nuntereggaepiù?. Di certo il suo disco più irriverente e scanzonato, il più dissacratore. Rino è contro tutto e contro tutti, ma lo dice ridendo, come sempre. Il brano omonimo infatti fa espliciti riferimenti a personaggi, misteri ed eventi italiani: da Gianni Agnelli alla P2, dalle P38 a Berlinguer, dal giornalismo di Gianni Brera allo scandalo della spiaggia di Capocotta. Il pezzo è tra i vincitori della rassegna 'Disco mare' in onda sulla Rai, ma Rino lascerà la manifestazione perché gli viene impedito di cantarlo, "è troppo scomodo per i suoi contenuti e riferimenti", dicono.

Ma proprio a causa di quei riferimenti verrà chiamato da Costanzo a cantare il pezzo durante la trasmissione 'Acquario', in presenza dell'ospite del giorno: Susanna Agnelli, uno dei personaggio a cui Rino urla "Nuntereggaepiù!". In quell'occasione il cantante piuttosto emozionato dopo la performance chiede alla signora Agnelli: «Lei si sente una parte rappresentativa di questa 'italietta', insieme ai suoi fratelli'»; Susanna Agnelli risponderà con garbo e classe: «Beh, una parte sì, temo di sì». Vincenzo Mollica commenta così quel confronto: «Fu un momento televisivo molto bello. Rino non solo divertiva ma aveva anche il coraggio di fare nomi e cognomi di tutti, proprio nei tempi in cui farlo era molto difficile!».


Nel 1979 l'album, 'Resta vile maschio dove vai' lancia il tormentone estivo Ahi Maria. Il disco segna il passaggio dalla piccola casa discografica IT, alla multinazionale RCA e lo porta a fare una tournée che lo fa conoscere in tutta Italia. Il successo quindi sembra continuare a crescere, ma il nuovo brano E io ci sto del 1980, nonostante dimostri il lato più arrabbiato del cantante, non ottiene grandi riscontri da parte del pubblico. Pertanto alla fine del 1980 la RCA dà vita a un progetto promozionale che lo vede protagonista assieme a Riccardo Cocciante e i New Perigeo. L'esperimento prevede la fusione di diversi stili compositivi, e dalla tournée ne esce fuori un disco: 'Q-Concert' che viene accolto con discreto entusiasmo.

Intanto Rino continua a collaborare con il teatro e nel 1981 Carmelo Bene lo vuole nel suo Pinocchio, per il ruolo della volpe.


Un uomo non schierato, fino alla fine
Ernesto Bassignano: «C'erano Baglioni e Cocciante da una parte che erano i melensi, e c'era Battisti che nessuno di noi valutava granchè, poi c'era chi come me si rifaceva alla Francia, Tenco che si rifaceva a Dylan, e chi come Venditti a Elton John. Rino è stato il più Italiano di tutti, perché non si rifaceva a niente e a nessuno». Ma per Venditti il cantante di Crotone un riferimento lo aveva: «Aveva un solo esempio, che ha fatto una fine tragica come lui, ed era Fred Buscaglione».

« ...vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia che ce l'ha con me... »

All'alba del 2 giugno 1981 Rino si schianta con la sua Volvo 343 contro un camion sulla via Nomentana, all'altezza dell'incrocio con viale XXI aprile, non lontano da casa sua. Negli ultimi tempi Rino beveva più del solito, pochi giorni prima della sua tragica scomparsa, infatti, era già stato protagonista di un incidente molto grave dal quale era uscito miracolosamente illeso. La sua auto però si era distrutta completamente tanto che Rino decise di comprarne una nuova, stessa casa stesso modello.

Il caso ha voluto che il 2 giugno nonostante fosse stato prontamente soccorso ben cinque ospedali lo rifiutarono, morì quindi a seguito del malfunzionamento di quell'Italia che tanto prendeva in giro. Ancora una volta nella vita del cantante si manifesta il lato tragicomico della realtà: una delle sue prime canzoni, La ballata di Renzo, racconta infatti una circostanza praticamente identica, ovvero la storia di un giovane che, a seguito di un incidente automobilistico, non trova un ospedale che riesca a ospitarlo...

Amelia Conte ricorda quella tragica giornata: «Avevo fatto uno strano sogno quella notte: una macchina, un incidente e poi una bara'una cosa tristissima. Ricevetti una telefonata e mi dissero che dovevamo vestirci e andare a Roma perché Rino aveva avuto un incidente. Non lo so, forse avevo già capito o forse non volevo capire, infatti non facevo altro che dire: 'Ma perché non mi portate da Rino'! Perché non mi portate da Rino'!' Fino a che una mia amica carissima mi prese da parte e me lo disse'Avremmo dovuto sposarci pochi giorni dopo'».


Il ricordo
Vincenzo Micocci: «Che i giovani di oggi continuino ad amarlo, o a riamarlo in certi casi, dipende dalla sua grande semplicità».

Antonello Venditti: «È come se si fosse placato una ventina d'anni, fosse andato a cercare il suo paese in cielo e poi fosse tornato a buttare gocce di pioggia su chi l'ha raccolta, che sono poi quelli di oggi».

Claudio Falco, musicista: «Lui diceva le cose con una semplicità'conosceva solo tre accordi, parliamoci chiaro, però con quelle poche cose riusciva a costruire melodie, frasi, incredibili'».

Vincenzo Mollica: «Sono tutte canzoni che se le riascolti ancora oggi hanno tutte un loro perché, una loro verità e una loro attualità. Era un vero fustigatore, era uno che metteva un dito nella piaga e ci metteva pure un po' di sale se serviva. Era un cantante paradossale ed è stato quello che costruendo i paradossi più incredibili riusciva a raccontare con perfetto realismo quelli che erano i suoi tempi, la sua vita e i suoi amori».

Claudio Santamaria: «La prima parola che mi viene in mente pensando a Rino è 'poeta'».

Paolo Rossi: «Lui deve aver un posto nell'Olimpo della canzone popolare italiana».

Bruno Franceschelli: «Oggi Rino c'è, perché lui c'è, lui l'ha detto: E io ci sto!».

Giulio Repetti (Mogol): «Nel mondo della musica è passato come la primavera, velocissimo'».