La storia di Amintore Fanfani, nato il 6 febbraio del 1908 e scomparso il 20 novembre 1999, è il racconto dell'avventura politica e umana di uno dei padri della Costituzione, tra i massimi esponenti della DC, che ricopre per ben sei volte la carica di Presidente del Consiglio durante gli anni del boom economico e dell'ascesa dell'Italia al rango di potenza industriale, ed è anche l'unico italiano a presiedere l'assemblea generale dell'ONU.


La mia vanità è il Piano Casa del 48. L'aver costruito e distribuito case a più di 300mila famiglie operaie.


Nasce Amintore Fanfani
La figlia Annamaria dipinge Fanfani come un uomo molto prudente perché conscio della sua ingenuità; un uomo che non mostrava mai agli altri la sua fragilità. Eppure l'Italia lo ricorda per le sua battaglie politiche, il suo dinamismo e soprattutto la sua fermezza. Amintore Fanfani nasce a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo il 6 febbraio del 1908. Primo di dieci figli, fin da piccolo gli viene dato il compito da sua madre di leggere il giornale tutte le mattine ai fratelli.

Dopo aver fatto il liceo scientifico ad Arezzo, si iscrive all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove studia nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Dopo la laurea in economia e commercio nel 1932 a soli 24 anni ottiene la libera docenza in storia economica. In questi anni aderisce al fascismo di cui condivide soprattutto la politica economica e il corporativismo.

A 31 anni sposa Biancarosa Provaroli che sarà la madre dei suoi sette figli e con la quale avrà un rapporto, secondo il ricordo dei figli, 'tenero ma riservatissimo? tanto che nessuno di loro vide mai i propri genitori scambiarsi effusioni d'affetto. A Milano Fanfani inizia a frequentare Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira con i quali partecipa a numerose riunioni su cattolicesimo e società. Dopo l'8 settembre del '43 il gruppo è costretto a sciogliersi e Fanfani si rifugia in Svizzera. Tornato in Italia, Dossetti lo vuole a Roma per associarsi anche lui alla rinascita democratica del Paese.

Nel '46 viene quindi eletto come deputato dell'Assemblea Costituente e la sua partecipazione sarà determinante per la stesura dell'articolo 1 della Costituzione: 'L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro', così come commenta Fausto Bertinotti: «Appartiene a quegli uomini che hanno pensato a una Repubblica fondata sul lavoro che combattesse le disuguaglianze».

Il suo apporto politico sarà fondamentale, infatti, anche in materia di organizzazione sindacale, diritto di sciopero e proprietà privata.

Con le sue peculiarità caratteriali la carriera di Fanfani, uomo riservato e ironico, pudico e burbero, decisionista e profondamente credente, si rivela da subito una corsa contro il tempo: dopo la Costituente, diventa Ministro del lavoro nel quarto e quinto governo De Gasperi e getta le basi dei cosiddetti 'ammortizzatori sociali' come la cassa integrazione. Insieme a Giorgio La Pira, amico inseparabile, vara poi 'Il piano casa', ovvero l'operazione politica che Fanfani ha sempre considerato il suo vanto e che ha permesso a 300.000 famiglie operaie di avere una casa costruita con i fondi del piano previdenziale.

Il primo scandalo della Repubblica italiana: il caso Montesi
L'11 aprile 1953 al lido di Torvaianica viene ritrovato il cadavere di una ragazza di 21 anni, Wilma Montesi, completamente vestita ma senza le calze. Il 5 maggio il giornale 'Il merlo giallo' pubblica una vignetta che raffigura un piccione con nel becco un reggicalze: è un'allusione piuttosto esplicita al giovane musicista Piero Piccioni, figlio del Ministro degli esteri, all'epoca vicepresidente del consiglio e numero due del partito.

Qualche mese dopo, precisamente il 6 ottobre del '53 il settimanale scandalistico 'Attualità? scrive che la ragazza era morta durante un festino a base di sesso e droga tenutosi a casa del marchese Ugo Montagna: scoppia il primo scandalo italiano. A confermare la tesi del settimanale è il memoriale di una testimone che dalle mani di un vescovo arriva a La Pira e poi a Fanfani. Oggi Andreotti racconta di non aver preso sul serio quel testo all'epoca dei fatti, mentre Fanfani decise di aprire un'inchiesta e molti videro in quel gesto la volontà di colpire politicamente la figura di Piccioni co-erede con lui di De Gasperi.

Il 28 maggio del '57 comunque tutti i protagonisti del caso Montesi verranno prosciolti con formula definitiva.

Leader della DC
Dinamico, ottimista e talvolta spericolato, nell'estate del 1954, a 46 anni, Fanfani viene eletto nuovo presidente della Democrazia Cristiana. Nel suo nuovo incarico capisce che il partito sarebbe dovuto essere il più indipendente possibile: decide quindi di fare alcune operazioni politiche affinché il rapporto con i vescovi diventasse meno pressante così come la dipendenza economica dalla Confindustria.

Opera inoltre alcuni cambiamenti interni che trasformano la DC in un partito di massa moderno e tesse nuove alleanze, prima fra tutti quella con l'Eni di Enrico Mattei.

La crisi di Suez del 1956
Quando Francia e Inghilterra decidono di attaccare l'Egitto in seguito alla Nazionalizzazione del Canale di Suez voluta da Gamal Adb el-Nasser (Presidente dell'Egitto e in seguito anche della nazione araba), l'Italia sceglie una linea di mediazione, simile a quella americana, volta cioè alla nazionalizzazione ma anche alla difesa del diritto degli stati esteri di attraversare il Canale.

Il 17 settembre il presidente Enrico Mattei prima di partire per incontrare Nasser, ha un colloquio con Fanfani che nel suo diario annota: 'Vedo Mattei, va da Nasser. Gli dico di comunicargli e consigliargli di accordarsi con gli americani per ottenere il riconoscimento della sovranità e proprietà del canale, ammettendo un controllo misto sulla gestione'.

Quindi quando il 31 ottobre con il pretesto di difendere il Canale le truppe anglofrancesi attaccano l'Egitto, Mattei manda dal Presidente egiziano il diplomatico Raimondo Manzini: Nasser che in quel momento sta a consiglio con i suoi ministri, riceve l'italiano e gli conferma la volontà di trattare con gli americani così come consigliatogli da Fanfani. Dopo una settimana di scontri quindi, grazie soprattutto alle pressioni degli americani su Francia e Inghilterra, le truppe finalmente si ritirano da Suez.

Nel 1986, Fanfani durante la trasmissione Mixer disse: «Posso ancora vantarmi di quei successi che abbiamo ottenuto per evitare anticipi di guerre nel Mediterraneo. Nel 1956 le flotte anglofrancesi davanti a Suez e Alessandria non arrivarono a scatenare la guerra. Avevo a lungo trattato con Eisenhower che tenne fede a quello che avevo capito».

Il governo Fanfani
Dopo questo primo successo in politica estera l'ascesa politica di Fanfani sembra inarrestabile e il 1 luglio del '58 diventa Presidente del Consiglio (nel '54 aveva formato un precedente Governo che però non aveva ottenuto la maggioranza ed era caduto dopo un mese). Assume inoltre la carica di Ministro degli esteri oltre a mantenere la segreteria della DC: nessun'altro prima di lui a parte Mussolini e De Gasperi, aveva mai avuto tanto potere. E Fanfani questo potere è deciso a usarlo, con risoluzione, tanto che Andreotti con ironia lo apostrofa 'Potente e Prepotente'.

Sempre nel '58 viene inaugurato il nuovo Ministero degli esteri, il mussoliniano palazzo della Farnesina. Il ministero però viene messo a soqquadro anche da un'altra novità: l'arrivo di giovani diplomatici che godono della fiducia di Fanfani e che vengono chiamati 'Mau-Mau' come la feroce setta del Kenya. Piero Ottone oggi commenta: «Avevano acquistato molto potere e lo usavano in una maniera violenta, brutale e spregiudicata. L'incoraggiamento a fare queste rivoluzioni interne al ministero degli esteri (quali imporre le loro regole e 'tagliare teste' in maniera violenta), tutta questa forza politica gli venne data fondamentalmente da Amintore Fanfani».

Ma per Fanfani intanto governare l'Italia diventa sempre più faticoso: oltre all'opposizione politica del Partito Comunista deve superare un ostacolo ben più duro: i dissidenti della stessa DC. Nel '59 il suo governo viene bersagliato dai franchi tiratori democristiani che lo costringono a rassegnare le dimissioni sia come capo del governo (che passa ad Antonio Segni) sia come segretario della DC.

Si tratta della prima battuta d'arresto della sua lunga carriera politica segnata - per usare le sue stessa parole - da continue 'Pasque e resurrezioni'.
E infatti nel 1960, dopo la parentesi travagliata del governo Tambroni, torna alla Presidenza del consiglio per la terza volta.

Il 21 ottobre entra in vigore un'altra sua riforma decisiva, quella agraria, che nel bene e nel male segnerà tutto l'impianto del sistema agrario italiano dal dopoguerra in poi. Nel 1962 Fanfani è chiamato a formare il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI) e a vivere il periodo di maggiore successo della sua carriera politica. Tra le operazioni più importanti c?è la nazionalizzazione dell'energia elettrica, vista da molti come una stalinizzazione, che oggi Bertinotti commenta così: «Uomini come Fanfani e Mattei avevano un'idea precisa del mondo, pensavano che non potesse essere regolato dal mercato».

Dopo la sconfitta elettorale della DC alle elezioni del '63 (durante il governo di Giovanni Leone) la Presidenza passa al più mite Aldo Moro che inserisce per la prima volta dopo il '47 dei ministri socialisti all'interno del governo italiano. Fanfani intanto inizia ad aspirare al Quirinale, la sua politica quindi si fa più conservatrice e soprattutto meno 'avventata'.

L'impronta di Fanfani in RAI
Negli anni del suo governo ha inoltre l'intuizione di capire l'importanza della televisione e delle sue potenzialità mediatiche: consacra quindi la RAI come servizio pubblico con trasmissioni quali 'Non è mai troppo tardi' del maestro Manzi, i reportage di TV7, le interviste di Enzo Biagi e 'Tribuna politica' che dà spazio a tutte le forze politiche in egual misura.

Alla direzione dell'azienda dal 1961 mette Ettore Bernabei che oggi ci mostra una delle lettere ricevute dal Fanfani: 'Io ho assolto il dovere di assicurare alla RAI un direttore probo e capace, assolva ora ella il suo di dimostrare che il governo ha ben servito l'interesse pubblico'?

La crisi dei missili a Cuba
Quando nel 1962 scoppia la crisi causata dai missili sovietici posizionati a Cuba per minacciare gli Stati Uniti, Fanfani raccoglie l'appello del Papa per una soluzione pacifica e di mediazione. Propone quindi agli americani di togliere le loro postazioni missilistiche dalla puglia (all'epoca le uniche in grado di colpire il territorio sovietico). Per la sua trattativa riservata sceglie un intermediario particolare, Ettore Bernabei, che in quei giorni si trovava in America come direttore della RAI.
Il 27 ottobre del '62 dopo un'attesa di due giorni Bernabei viene ricevuto alla Casa Bianca dove gli viene dato l'incarico di riferire a Fanfani che la sua proposta era stata accettata sia dagli USA che dai sovietici.

Tra il '65 e il '68 Fanfani è nuovamente Ministro degli esteri e viene eletto presidente dell'assemblea dell'Onu.

Un terremoto politico nato in 'casa'
Nel'65 mentre sta negli USA sua moglie invita a casa Giorgio La Pira e la giornalista Gianna Preda la quale pochi giorni dopo pubblica sul settimanale 'Il Borghese' alcune dichiarazioni che La Pira aveva fatto quella sera, grazie a un microfono nascosto che aveva portato con sé.

L'articolo, intitolato 'La Pira parla in libertà?, riporta varie dichiarazioni del politico su questioni di politica nazionale e internazionale. Viene pubblicato per esempio il suo giudizio sul Presidente del Consiglio, Aldo Moro, considerato troppo 'molle' tanto che il suo governo sarebbe durato poco; oppure su quello che per La Pira considerava il governo ideale ovvero un governo monocolore guidato da Fanfani e appoggiato da tutti: fascisti e comunisti; e inoltre indiscrezioni come quella in cui spiega che il Presidente americano Lyndon Baines Johnson avrebbe dovuto fare presto la pace in Vietnam perché questo volevano i grandi finanzieri americani e che il pericolo comunista non esisteva più?

La Pira e la lotta per la Pignone
Queste dichiarazioni 'rubate' naturalmente provocano un terremoto politico tanto che Fanfani, arrabbiatissimo con la moglie per la sua imprudenza, è costretto a dimettersi da Ministro. Di fatto comunque cerca di sminuire la gravità delle parole del suo amico di sempre con il quale, come in tutte le grandi amicizia, aveva avuto diversi contrasti, come quando nel '53 La Pira, all'epoca Sindaco di Firenze si schiera con gli operai della Pignone, la più grande industria siderurgica della città nonché leader mondiale, che era costretta a chiudere.

Fanfani in qualità di Ministro degli interni gli scrive una lettera di fuoco: 'Non ti rendi conto in quale situazione mi hai già messo e in cui mi metteresti ove tu continuassi nelle manifestazioni esterne che ti trasformano da Sindaco a capo di agitazioni sindacali. Credo sia mio dovere avvertirti e Dio solo sa con quale sacrificio io faccia questo che ove tu non rispettassi le norme suddette mi metteresti nelle condizioni di prendere provvedimenti gravi, gravidi di conseguenze per te, per la città di Firenze e per la nazione italiana'. Ma il Sindaco replica: 'Con duemila licenziamenti illegittimi tu come Ministro dell'interno non mi incuti nessuna paura e non mi susciti neanche, perdona, speciale rispetto'.

Intanto la città di Firenze si stringe intorno al suo Sindaco, organizza una colletta per gli operai e i negozianti chiudono i battenti per solidarietà. Ma qualche giorno dopo, il 29 novembre Fanfani ha finalmente una buona notizia: Mattei gli propone di far acquisire dall'Eni la Pignone, salvando così dal licenziamento gli operai.

L'eterna rincorsa al Quirinale
Nella politica di Fanfani però non ci sono solamente vittorie, ma anche sconfitte. La più dura probabilmente è l'eterna rincorsa al Quirinale: nel '71 nonostante sia sostenuto da tutte le correnti della DC gli viene preferito Giovanni Leone.

Andreotti racconta di avergli detto alla vigilia delle elezioni che tra di loro non ci sarebbero stati franchi tiratori, ma di stare attento ai socialisti e ai comunisti perché non era vero che lo avrebbero votato. Ma secondo Bertinotti e come lui molti altri, Fanfani non divenne Presidente della Repubblica proprio perché non appoggiato interamente dal suo partito.

Il referendum sul divorzio
Dopo lo smacco (più personale che politico) del Quirinale, con il referendum sul divorzio del 12 maggio '74 Fanfani subisce un nuovo duro colpo. Il leader democristiano si batte con tutte le sue forze contro il divorzio, con lo slogan 'divorzio chiama divorzio', ma la sua è una partita senza speranza.

La sua tenacia però lo porta comunque a convocare lo stato maggiore della DC (Cossiga, Zaccagnini, Colombo, Rumor e Aldo Moro) nel suo ufficio a piazza del Gesù per decidere la strategia da mettere in atto secondo il volere di Papa Paolo VI (difendere l'indissolubilità del matrimonio). Tra i membri del partito la discussione si fa accesa, e Rumor in particolare pone l'accento sull'inevitabile calo dei voti che avrebbe portato al partito il combattere contro il divorzio. Cossiga ricorda: «Fanfani mi disse: questo referendum lo perderemo, dobbiamo impegnarci tutti a combatterlo, ma lo perderemo».

E infatti il 12 maggio gli Italiani votano 'NO': per la DC è una sconfitta clamorosa e Fanfani ne diviene il capo espiatorio ideale.

Il sequestro di Aldo Moro e la sua morte
Tra i membri del partito Fanfani è colui che più si impegna per salvare la vita di Moro. Nei suoi scritti del 18 marzo '78 si legge: 'Visito la signora Moro, una meraviglia di fortezza, fede e serenità. Quando le esprimo la mia ammirazione risponde: Aldo ed io da anni eravamo preparati a un simile evento'.

Durante i suoi terribili giorni di prigionia Moro scrive più volte ai suoi compagni di partito affinché mettano in moto delle trattative con i brigatisti. Ma il partito decide per la linea della fermezza. Gli unici a sostenere realmente Moro e la sua famiglia sono Craxi e Fanfani, entrambi convinti della possibilità di uno scambio: la vita di Moro per una brigatista che non si è macchiata di fatti di sangue, Paola Besuschio. Andreotti nega che questa possibilità fosse stata presa veramente sul serio perché la Besuschio aveva due 'mandati' e quindi se liberata sarebbe stata comunque rimessa in galera: 'La verità - afferma il senatore a vita - è che non ci fu niente da fare'.

Nei diari di Fanfani il 4 aprile '78 si legge ancora: 'Giunge una seconda lettera di Moro. Zaccagnini la fa qualificare inattendibile. A me sembra meriti attenzione, e quando alle 20,30 Zaccagnini mi chiama lo dico a lui e agli altri'. Ma all'interno della DC Fanfani è sempre più isolato. Ettore Bernabei racconta che il 9 maggio '74, poco prima del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani, Fanfani aveva appena iniziato un discorso in cui avrebbe dichiarato l'intenzione di concedere la grazia alla Besuschio, quando viene avvertito della terribile notizia.

Fanfani sarà l'unico membro della DC ad essere autorizzato dalla famiglia Moro a partecipare ai funerali privati a Torrita Tiberibna (ai funerali di Stato la famiglia non vi partecipa).

La morte
Nel '74 dopo la morte di sua moglie Fanfani si sposa con Maria Pia Tavazzani una donna che veniva dal bel mondo milanese e che oggi racconta: «Quando ho sposato Amintore, lui mi chiese di non giocare più a golf e di non avere macchine importanti, tutte cose che lui considerava inutili e soprattutto mi chiese se io me la sentivo di stare vicino a lui nella sua vita ufficiale. Era un carattere forte ed era difficile coniugare due caratteri così perché anch'io ero forte, ma avevo deciso di essere sempre la numero due. Sono stati anni felici, di grande lavoro e grandi viaggi».

Intanto nonostante in passato avesse sempre collaborato all'affermazione delle correnti moderate della DC, nel Congresso nazionale del 1980 Fanfani decide di sostenere al successivo Congresso proprio la Sinistra del partito, designando come successore alla segreteria della DC non il suo delfino (Arnaldo Forlani) bensì Ciriaco De Mita. Questo fatto scatena subito fischi e contestazioni tanto da creare una scissione interna al partito tra chi voleva seguire Fanfani in questa apertura a sinistra e i più moderati che si schierano invece con Forlani.

Nell'82 e poi nell'87, Fanfani diviene Presidente del Consiglio per la quinta e sesta volta. Nel 1992, viene eletto Presidente della commissione permanente 'Affari esteri' del Senato: è il suo ultimo incarico istituzionale. Dopo Tangentopoli (è uno dei pochissimi esponenti della DC a non esserne stato coinvolto) e le trasformazioni subite dal partito, decide di aderire alla formazione del Partito Popolare Italiano.

Amintore Fanfani muore il 20 novembre del '99 nella sua abitazione di corso Rinascimento, vicino Palazzo Madama.