Oil Storm - Emergenza petrolio

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Lo scenario terribile di una crisi petrolifera globale diventa oggetto di una simulazione, basata su minacce incombenti e concrete: un uragano può portare al collasso l'intera economia americana, un sistema dalle fondamenta estremamente fragili.
A 50 anni dalla scoperta dell'effetto serra (grazie al ricercatore Charles Keeling che nel 1958 individuò la concetrazione di CO2), Giovanni Minoli ci parla di quali potrebbero essere le conseguenze mondiali se una fiction come Oil Storm divenisse realtà.


Oil Storm
La fiction (risalente al 2005) ipotizza che, a seguito di un uragano, il principale oleodotto statunitense, Port Fourchon in Louisiana, si sia interrotto e il prezzo del petrolio sia cominciato a salire. E per un'economia petrolio dipendente come quella statunitense, la difficoltà di approvvigionamento causa un blocco dell'economia. Il governo si attiva, ma, visto che le disgrazie non vengono mai da sole, un'altra serie di eventi catastrofici, come attacchi terroristici ai pozzi arabi, portano il prezzo del petrolio a oltre 150 dollari al barile e gli Stati Uniti alla fame.

A 'La Storia Siamo Noi' la ?fantaeconomia? diventa la storia di una crisi immaginaria ma possibile. Una crisi petrolifera, che potrebbe riguardare tutti, in un prossimo futuro. Uno scenario apocalittico, che svela tutta la fragilità del nostro sistema economico e industriale, che dipende in tutto e per tutto dal petrolio.

Proviamo a prendere in esame cosa succederebbe se il petrolio non fosse più improvvisamente disponibile e se un insieme di disastri naturali, incidenti meccanici e conflitti politici, tagliasse di colpo l'approvvigionamento del greggio. Quali sarebbero le conseguenze per il mondo intero'

In questa puntata-finzione, un uragano di nome Julia (come il vero uragano Katrina abbattutosi negli Stati Uniti durante l'estate del 2005), è il primo protagonista del nostro scenario di fantaeconomia.
L'uragano Julia si è abbattuto sulla Louisiana lasciando morte e devastazione. E, dopo la distruzione e le perdite umane, c?è anche il rischio dello shock petrolifero. La Louisiana è nel caos. L'intero sistema economico americano rischia il collasso.
Le conseguenze dell'uragano Julia potrebbero essere terrificanti.
Nel filmato la Casa Bianca non ha scelta. Per evitare un nuovo devastante shock petrolifero, deve ricorrere alla 'riserva strategica'(ovvero la riserva di petrolio disponibile qualora ci fosse un'interruzione delle forniture).
Una misura di emergenza che, in America, è stata adottata solo negli anni Settanta, da Richard Nixon.

Da principio, questo rimedio sembra funzionare. Il prezzo del greggio scende al di sotto dei 70 dollari al barile. Ma, naturalmente, in questo scenario immaginario, anche la riserva strategica può essere solo una soluzione temporanea.
Quali possono essere le soluzioni strutturali' Insomma, come rifornire l'America di tutto il petrolio di cui ha bisogno'
Dove trovare la benzina per le macchine, il gasolio per i camion che trasportano il cibo e le merci, il carburante per gli aerei'
L'unica soluzione sarebbe ricorrere al petrolio straniero.
Ovviamente l'Arabia Saudita sarebbe il partner privilegiato (nella finzione e nella realtà), ma anche il possibile alleato per fronteggiare una crisi senza precedenti. Chiedere però il petrolio all'Arabia Saudita potrebbe essere, infatti, un'arma a doppio taglio. Dopo l'11 settembre la famiglia reale saudita è entrata nel mirino di al-Qaeda e dei fondamentalisti islamici, che la giudicano troppo amica di Washington. Proprio dall'Arabia Saudita giunge la notizia di disordini da parte di un gruppo fondamentalista che ha preso il controllo di un centro commerciale in cui si trovano 300 persone. I terroristi chiedono che l'Arabia Saudita revochi l'accordo per l'aumento di fornitura di greggio all'America. La strage ha inizio.
Il timore che l'Arabia Saudita piombi nel caos e nell'anarchia scuote i mercati di tutto il mondo. Il prezzi della benzina schizza a livelli astronomici. E allora, qual è il prezzo da pagare per quel petrolio di cui l'America ha così disperatamente bisogno'
Cosa fare per proteggere quei pozzi di petrolio in Arabia Saudita da cui ormai dipende addirittura la sopravvivenza degli Stati Uniti'
Per Washington c?è un'unica strada: l'opzione militare.
La Casa Bianca dà l'annuncio: 5.000 soldati partiranno per l'Arabia Saudita. E il mondo si trova, una volta di più, sull'orlo di una guerra per il petrolio.

In Oil Storm sono trascorse sette settimane dall'uragano Julia, e nonostante l'invio delle truppe in Arabia Saudita, i mercati non sembrano tranquillizzarsi.
Il petrolio raggiunge i 6 dollari al gallone ? tre volte il prezzo normale.
L'America è sconvolta e potrebbe crollare definitivamente. E allora, per rassicurare la Nazione, il Presidente Bush decide di intervenire.
Il porto di Houston sostituisce in tutto e per tutto la base di Port Fourchon, distrutta dall'uragano Julia. E dunque, ora Houston è diventato il vero centro nevralgico di una situazione già disperata.
Una incredibile concatenazione di circostanze ha portato gli Stati Uniti ad una situazione di crisi senza precedenti. Se da una parte, la produzione di petrolio si arresta, dall'altra i prezzi schizzano, a livelli astronomici.
La crisi ha una prima immediata conseguenza: il super-Commissario per il Petrolio, Jack Roden, deve rassegnare le dimissioni. Al suo posto, a sorpresa, il Presidente Bush nomina il negoziatore con l'Arabia Saudita: il sovietico Sasha Stanìmir. La Russia diviene ora l'interlocutore principale di Washington.

Ma nella fiction le terribili notizie non finiscono. Tra esplosioni di raffinerie in Arabia Saudita, vittime, disordini e dirottamenti di navi petrolifere, i riflessi sull'America sono devastanti. Notizie che potrebbero leggersi su qualunque quotidiano di un qualunque giorno se davvero queste circostanze si verificassero.
Senza elencare tutte le possibili concatenazioni di eventi che nel nostro filmato si sono abbattute sull'America, partiamo dalla situazione attuale dell'emergenza petrolio, per capire se e cosa accadrebbe se la finzione divenisse realtà.

La situazione attuale
Come ha dimostrato nel 1956 Marion King Hubbert , geofisico americano della compagnia petrolifera Shell, la crisi di una risorsa come il petrolio non si ha quando la risorsa finisce, ma quando ne resta ancora la metà, ovvero quando la produzione smette di crescere o quando il consumo cumulato raggiunge il punto di flesso. Seguendo tale teoria, il punto di produzione massima, oltre il quale la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert. Ciò muove dall'assunto che la domanda petrolifera sia sostanzialmente anelastica ai prezzi, che il petrolio sia un bene primario, del quale non si può fare a meno. Ne deriva che, anche se gli investimenti necessari all'estrazione divenissero proibitivi, la produzione non cesserebbe perché si incontrerebbe una domanda comunque disposta a remunerarli.

Questa teoria è stata pienamente confermata in seguito dall'andamento della produzione di petrolio degli Stati Uniti, che ha raggiunto il suo punto di fine della crescita nel 1970. Da allora la produzione americana continua, ma è in costante calo, con la conseguenza che gli Stati Uniti importano quantità crescenti di petrolio dall'estero.
Secondo i principi elementari odierni del mercato, se i prezzi salgono significa che la domanda supera l'offerta: ed ormai, da anni la domanda sta crescendo. Oggi la diminuzione della disponibilità del petrolio è dovuto a motivi contingenti, come la guerra in Iraq e le vicende della Yukos in Russia (l' azienda petrolifera nata dalla fusione di due aziende sovietiche, poi messa all'asta con lo scopo di cedere ad un privato una importante azienda del comparto energetico russo), eppure verrà il giorno in cui la metà del petrolio del mondo sarà stato consumato.

Ma il fattore nuovo e più importante è lo sviluppo accelerato della Cina, e dell'Asia meridionale e orientale ( in primis l'India) che stanno aumentando in modo straordinario i loro consumi di tutte le materie prime e di energia (cresce la loro domanda di proteine animali, le quali per essere prodotte richiedono un'estensione di terreni otto volte superiore rispetto quella richiesta per produrre proteine vegetali), quindi anche di petrolio.
La Cina oggi consuma la metà del cemento del mondo, un terzo del ferro, ed è diventata il secondo consumatore mondiale assoluto di petrolio e derivati. Considerando i tassi di crescita attuali, in pochi anni sarà la prima consumatrice di petrolio, e la sua economia supererà anche quella degli Stati Uniti d'America.

Ritornando alla teoria di Hubbert, oggi la maggior parte delle analisi fa cadere il 'picco mondiale' intorno al 2020, soprattutto in previsione di eventuali crisi economiche che potrebbero temporaneamente ridurre la richiesta di petrolio.

Nel nostro Paese poi, a differenza di altre nazioni, il 73% dell'energia proviene da combustibili fossili, il 14,5% sono rinnovabili e il resto viene importato. Insomma, siamo petroliodipendenti come gli Stati Uniti della fiction.

In studio, con Giovanni Minoli, Davide Tabarelli, docente di Economia ed Energia all'Università di Bologna e Presidente di Nomisma Energia. Insieme cercheranno di chiarire alcune questioni fondamentali circa la crisi petrolifera che il mondo intero sta vivendo. Riportiamo di seguito l'intervista di Giovanni Minoli al Prof Davide Tabarelli.

Professore, è solo fantascienza quella che abbiamo visto' Potrebbe capitare così o peggio'
?Anche peggio perché non c?è capacità inutilizzata al mondo per dare a qualcuno del greggio che viene a mancare. In sostanza la Russia in questo momento non avrebbe del greggio da sostituire a quello dell'Arabia Saudita.?

Analizziamo nel dettaglio questa fiction: che cosa è veramente solo finzione' ?Non è concepibile che gli Stati Uniti possano far a meno del petrolio?

Davvero una calamità naturale potrebbe portare a delle conseguenze simili' ?Si. E' quello che è accaduto nell'agosto del 2005 con l'uragano Katrina e poi Rita che portò a livelli record il prezzo del petrolio.?

Viviamo in un sistema veramente fragilissimo'
?Si molto fragile, dipendente per il 40% dai consumi mondiali d'energia dal petrolio che arriva soprattutto dal Medio Oriente. Dagli anni '70, quando ci furono gli altri shock petroliferi, simili a quelli paventati nel filmato, la nostra dipendenza dal petrolio è immutata.?

Non è cambiato niente'
?Sostanzialmente niente. Non ci sono finora molte alternative.?

Il mondo occidentale è condannato a fare sempre più guerre per il petrolio' ?Quello che sta accadendo dal marzo del 2003 in Iraq lo conferma.? 

Quindi guerra per petrolio, non per esportare la democrazia'
?Quello può essere un palliativo o un addolcitore.?

Qual è il teatro di guerra più a rischio'
?Sempre il Medio Oriente, in particolare l'Iran. Non è una nuova guerra ma è una continuazione di quella cominciata con la rivoluzione del 1979.

Questo equilibrio così instabile come può essere portato avanti senza che deflagri completamente'
?Qualche problema lo abbiamo già avuto perché se siamo a 100 dollari a barile in questo momento, c?è uno squilibrio nel mercato petrolifero mondiale. Il petrolio costa 10 dollari a barile, da 10 a 100 è profitto finanziario delle compagnie (che hanno raggiungo guadagni scandalosi) e dei paesi produttori di petrolio. Paesi come Arabia Saudita, Iran, Iraq prendono l'80% delle entrate dei guadagni.?

Lo scenario potrebbe davvero coinvolgere la Russia di Putin come diciamo nel nostro filmato'
?La Russia è già coinvolta perché è uno dei grandi esportatori di petrolio, sono coinvolti perchè esportano molto gas, il futuro dell'Europa e dell'Italia.?

Il gas che viene esportato dalla Russia viene esportato a seguito di investimenti per la distribuzione'
?Per il momento la Russia sta facendo pochissimi investimenti, li ha fatti in passato negli anni '50 e '60 grazie al gigantismo del comunismo, nel frattempo i consumi sono aumentati tantissimo e noi europei viviamo oggi su quegli investimenti e sulle infrastrutture fatte grazie ad una compagnia italiana, l'ENI. ?

Perché l'ENI di Mattei faceva infrastrutture'
?Si. Tra l'altro tutto il gas che importiamo in Italia dalla Russia viene trasportato da infrastrutture fatte dall'ENI e concepite ai tempi di Mattei .?

Quindi ci potrebbe essere quasi una nuova guerra fredda per il petrolio'
?I toni usati dall'Europa sul gas negli ultimi due anni sono toni da guerra fredda. I russi sono preoccupati perché hanno tantissimo gas sottoterra ma non ne hanno pronto da vendere all'Europa. Loro preferiscono andare in giro per il mondo a fare i finanzieri come le grandi compagnie petrolifere piuttosto che andare in Siberia a fare dei buchi.?

Tra i consumi si sono aggiunti quelli di India e Cina. Cosa significa che il prezzo continuerà ad aumentare'
?Significa che la domanda petrolifera, nonostante i 100 dollari, cresce di 1,5 milioni di barili al giorno, che non rallenta e quest'anno crescerà ancora del 2%, vuol dire che il prezzo non è poi così alto.?

E i cinesi'
?I cinesi fanno quello che facevamo noi negli anni '50 vanno a offrire migliori condizioni ai paesi produttori, mentre le compagnie occidentali che hanno più tecnologia, devono rispondere alla pressione della borsa, cioè dare utili immediati.?

Quindi una grande impresa statale che ha orizzonti diversi di ritorno del proprio investimento è più strategica di una grande impresa che deve rispondere al mercato'
?Si perché il petrolio implica tempi lunghissimi, che non sono quelli della borsa. Nel petrolio occorre fare investimenti in 20-30 anni. L'ultimo grande giacimento kashagan scoperto dall'Eni all'inizio degli anni '90 (il più importante trovato negli ultimi trent'anni in Kazakhistan), deve ancora entrare in produzione e ha creato dei problemi all'ENI negli ultimi mesi.?

Perché in Italia la benzina è fra le più care del mondo'
?Perché c?è un'altissima tassazione: il 70% sono tasse, come nel resto d'Europa.?

Dipendiamo dal petrolio ma Rubbia dice che il petrolio finirà tra 20 anni'
?Le statistiche parlano di 40 anni per la fine del petrolio, ma ogni anno si scopre più petrolio di quello che si consuma. Di petrolio nel sottosuolo ce ne è tantissimo, il problema è portarlo fuori. Ce n?è tantissimo nel medio oriente.?

Energia alternativa'
?L' energia alternativa vale la pena, tuttavia il sole conta pochissimo, 0,1%, possiamo ragionevolmente sperare nel 5%. L'80% del nostro futuro energetico, come il passato, sarà fatto di fossili e petrolio.?

E il nucleare'
?Nucleare poco, con molti problemi ma fa elettricità. Il petrolio serve per fare andare le macchine con la benzina.?

A dieci anni, investendo nelle energie alternative, quanto si potrebbe arrivare a coprire'
?In dieci anni si potrebbe arrivare a coprire il 2-3% dei nostri consumi.Abbiamo degli obiettivi a livello europeo del 20%: secondo me sono irrealistici ma potremmo farcela. 20% al 2020, cioè tra dodici anni.? 

Lei ha detto che l'Italia è l'anello debole dell'Europa.
?In realtà lo ha detto l'Economist però è vero, nell'energia è indubbio.?

Siamo in piena emergenza petrolio e non sappiamo cosa fare'
?Dobbiamo cominciare a risparmiare ed essere più razionali e a comportarci meglio perché dello spreco ne facciamo tanto.?

Quindi è fondamentale ripensare al modello di sviluppo'
?Siamo troppo legati all'energia fossile, consumiamo enormi quantità di energia che solo i combustibili fossili ci possono fornire. Le risorse sono scarse e non dobbiamo dimenticarci dell'effetto serra. Nei prossimi anni avremo una concentrazione di C02 nell'atmosfera che sicuramente porterà a dei cambiamenti climatici.?