"Signori, con questo ordine del giorno avete aperto la crisi del regime". Con queste parole  Benito Mussolini il 25 luglio del 1943, si rivolge ai membri del Gran Consiglio che lo avevano sfiduciato approvando la mozione di Dino Grandi. Quell'ordine del giorno ha fatto di Grandi l'anti-Mussolini per eccellenza: proprio lui che, per tutto il ventennio fascista, era considerato uno dei naturali successori del duce.
Dino Grandi uscì vincitore da quel voto, ma fu un successo apparente perchè il fascismo era già al declino: gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia senza incontrare resistenze, mentre le truppe italiane in Russia erano alla disfatta.
Ma chi era Dino Grandi?
Un traditore o un "fedele disubbidiente"?
E, soprattutto, perchè ha fatto cadere il dittatore facendo passare il comando delle Forze Armate dal duce al re?
Uomo di grande eleganza, il conte Grandi proveniva da una famiglia della borghesia agraria emiliano-romagnola. Aveva grandi sbalzi di umore tanto che spesso si rinchiudeva in una stanza buia aspettando che passasse la cupa depressione che spesso lo coglieva.
Grandi non nasce socialista come Mussolini. Fu, anzi, per estrazione un deciso anti-socialista. Dopo il "biennio rosso" del 1919-1920 aderisce ai "fasci di combattimento" e già contesta a Mussolini la paternità milanese del fascismo, rivendicando le azioni squadristiche in Emilia e Romagna, come vera genesi del movimento.
Inizia così la sua ascesa. Sarà sottosegretario, ministro, ambasciatore.
Nel 1942 si rende conto che la guerra non può essere vinta. Un anno dopo l'Italia è in ginocchio e Mussolini, rassegnato e abulico. L'unico punto di riferimento restava, dunque, il re Vittorio Emanuele III di Savoia. E fu così che, per salvare il fascismo, Grandi comincia a pensare a un'uscita dell'Italia dalla guerra attraverso una semplice destituzione di Mussolini.
Ma la situazione precipita: il 26 luglio il re fa arrestare Mussolini e nomina capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio.
Grandi reagisce con grande delusione e disappunto all'arresto del duce. Si sente tradito nella sua visione tutta strategica e politica del passaggio dei poteri al re.
A questo punto Grandi si trova tra due fuochi: è braccato dai tedeschi che lo considerano un traditore, mentre Badoglio e il nuovo governo lo temono come promotore di nuovi complotti.
Fugge quindi in Spagna e poi in Portogallo, dove resta in esilio fino agli anni sessanta.
I suoi familiari rischiano di essere deportati dai nazisti e nel gennaio 1944 si celebra il processo di Verona contro i "traditori del fascismo".
A Verona, tra gli altri, viene fucilato Galeazzo Ciano, marito di Edda, figlia di Mussolini. Grandi quindi viene a sapere dell'esecuzione di coloro che avevano votato il suo ordine del giorno e precipita in una 'tragedia interiore?.
Tra Grandi e Ciano non intercorsero mai buoni rapporti, ma con la morte del "fascistissimo", Grandi ne rivalutò la dignità perchè "era morto bene", secondo il mito fascista della "bella morte".
Dino Grandi muore nel 1988 senza rinnegare il suo passato e le sue idee. Nella sue memorie ha scritto: "sono stato vicino a Mussolini nei momenti difficili. L'ho attaccato, ma sempre alla luce del sole. Gli ho voluto bene, e anche lui me ne voleva".