La mattina del 25 marzo 1944 su 'Il Messaggero' si legge:
Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella (...) Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati ed ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. L'ordine è già stato eseguito.
Così il quotidiano di Roma dava notizia della terribile rappresaglia nazista seguita all'attentato partigiano di via Rasella; una ferita ancora aperta nella memoria dei familiari delle vittime e di tutta la città, nonché una pagina della storia della Resistenza italiana che ancora oggi suscita accese polemiche.


Roma 'città aperta'

All'interno della storia militare della seconda guerra mondiale in Italia, gli eventi del marzo 1944 vanno inquadrati nei mesi nevralgici che separano lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944) dalla liberazione di Roma (4 giugno 1944).
Il 14 agosto dell'anno precedente (1943), il ministro degli Affari Esteri, Raffaele Guariglia, proclama Roma 'città aperta'. Il Comando Supremo italiano, in seguito a tale nota, ordina immediatamente alle batterie antiaeree della zona di Roma di non reagire in nessun modo in caso di passaggio aereo nemico sulla città; comanda poi lo spostamento di sede dei comandi italiani e tedeschi e delle rispettive truppe; si impegna a trasferire gli stabilimenti militari e le fabbriche di armi e munizioni e a non utilizzare il nodo ferroviario romano per scopi militari, né di smistamento, né di carico o scarico, né di deposito. L'espressione "città aperta" significa che la città non possiede mezzi difensivi o offensivi, e che per tali ragioni è esente da bombardamento o da attacco. Ma la situazione reale, immortalata dalla pellicola di Rossellini dal titolo, appunto, 'Roma città aperta' è molto diversa. Roma è, di fatto occupata dall'esercito tedesco e, d'altro canto, il suo territorio non viene risparmiato dai bombardamenti alleati (il più tristemente famoso è quello del quartiere di S. Lorenzo, avvenuto però prima della citata proclamazione, il 19 luglio del 1943).

L'attentato di via Rasella

L'attacco in via Rasella viene deciso dal comando dei GAP (Gruppi di azione patriottica) in sostituzione dell' assalto, programmato per quel giorno, al corpo di guardia di via Tasso per liberare i prigionieri della Gestapo. Dopo un sopralluogo gli uomini dei GAP ritengono irrealizzabile quell' operazione, dato il sistema difensivo approntato dai tedeschi e architettano invece l'aggressione ad una colonna tedesca che ogni giorno percorre via Rasella di ritorno dalle esercitazioni di tiro al Foro Italico (ex Foro Mussolini) per dirigersi al ministero degli Interni, dove era alloggiato

Racconta Giorgio Amendola, allora Comandante dei GAP di Roma, che fu egli stesso ad individuare l'obiettivo da colpire: l'XI Compagnia del III Battaglione dell'SS Polizei Regiment Bozen, che faceva ogni giorno lo stesso percorso alla medesima ora. Per Amendola quel battaglione che marciava intonando canzoni militari in pieno centro di Roma (la zona è quella di via del Tritone) rappresentava il simbolo dell'occupazione tedesca della capitale, la violazione eclatante di Roma 'città aperta' e la dimostrazione della prepotenza nazista. I GAP romani iniziano a procurarsi l'esplosivo e a preparare l'attentato. Il giorno stabilito è il 23 marzo, in cui in un palazzo di via Veneto, poco distante da via Rasella, si sarebbe celebrata la nascita del fascismo, avvenuta 25 anni prima a Milano.
La bomba viene fabbricata e poi nascosta in un carretto della nettezza urbana. Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, guidava il carretto; agli angoli delle strade, a coordinare l'azione e dare il segnale c'erano Carla Capponi, Franco Calamandrei (Cola), Pasquale Balsamo, Carlo Salinari (Spartaco) ed alcuni altri. Poco dopo le tre e mezza, il Battaglione "Bozen" spunta all'orizzonte; al segnale convenuto (Calamandrei si toglie il cappello) Rosario Bentivegna accende la miccia e scappa via. Una forte carica di tritolo esplode al passaggio del reggimento in via Rasella, davanti a palazzo Tittoni. Una volta avvenuta l' esplosione, l'assalto continua con bombe a mano e colpi di pistola. Ha inizio una sparatoria, rivolta soprattutto a colpire le finestre degli edifici più vicini, dai quali i tedeschi ritengono siano stati lanciati gli ordigni esplosivi. I gappisti riescono a fuggire senza perdite di uomini, nonostante la immediata reazione dei tedeschi. Nell'attacco muoiono invece un ragazzo e due civili italiani, oltre a 32 tedeschi del battaglione Bozen.

La reazione tedesca

Subito dopo la deflagrazione, arrivano sul luogo il Generale Mätzler, comandante della Wehrmacht nella capitale, detto il Re di Roma, il Colonnello Dollmann, Ufficiale di Collegamento tra il Generale Karl Wolff delle SS e il Feldmaresciallo Kesselring, comandante delle truppe tedesche nel sud Europa. Il Generale Kurt Maeltzer 'andava e veniva, gridava, gesticolava ed anche piangeva, non si poteva trattenere. Secondo lui si sarebbero dovuti fucilare sul posto individui arrestati nelle vicinanze e far saltare, con tutti i suoi abitanti, il blocco di immobili davanti al quale era avvenuto l'attentato'; è la testimonianza dell'allora Console del Terzo Reich a Roma, von Möllhausen, anche lui accorso in via Rasella subito dopo l'attentato. Secondo quanto racconta il figlio del console, Maeltzer inveiva contro suo padre, urlando che quello era il risultato della politica morbida della diplomazia. E quando Moellhausen cercò di dissuaderlo dai suoi propositi, Maeltzer si arrabbiò ancora di più intimandogli di non intromettersi negli affari militari. Il console, quindi, si ritirò all'ambasciata tedesca, da dove iniziò il suo tentativo di mediazione diplomatica. Si mise in contatto con il feldmaresciallo Kesselring, che in quel momento si trovava ad Anzio. Moellhausen cercò di evitare il peggio, sapendo che la reazione tedesca sarebbe stata terribile. E in effetti così fu.

Dopo neanche un'ora dall'attentato i tedeschi eseguono un'accurata perquisizione nelle case di via Rasella, e iniziano il rastrellamento indiscriminato di civili (in tutto 110 persone). Li fanno uscire dalle case e li mettono tutti in fila contro il muro, con le braccia dietro la testa, in via Quattro fontane, lungo la cancellata di palazzo Barberini.
Sono circa le 17.00 quando la notizia arriva in Germania, a Hitler che, come racconta il colonnello delle SS, Eugen Dollmann, 'pareva impazzito, voleva che venisse distrutto un intero quartiere di Roma con tutti i suoi abitanti e che per ogni soldato tedesco morto si fucilassero trenta o cinquanta ostaggi italiani.'
Inizia una fitta comunicazione tra i vertici militari tedeschi di stanza in Italia e la Germania. Tutti sono convinti che sia necessaria una risposta dura ma, tra i militari tedeschi in Italia, c?è chi vorrebbe ridimensionare le intenzioni del Führer. Il colonnello Dollmann, lo stesso pomeriggio del 23 marzo, chiede un'udienza immediata con padre Pancrazio Pfeiffer, considerato il corriere di Papa Pacelli presso i nazisti e compagno di scuola del generale Maeltzer, nella convinzione che esista un solo potere a Roma che possa fermare la rappresaglia: il Papa. Pio XII cerca di informarsi dell'accaduto e delle intenzioni tedesca tramite l'ambasciata, ma le risposte sono evasive. Del resto tutto, in quella circostanza, accade molto rapidamente. E' una corsa contro il tempo, e anche contro la ferrea volontà di Hitler, deciso a colpire duramente e inizialmente restio ad accettare i consigli di alcuni tra i suoi stessi collaboratori, che sostenevano che una rappresaglia troppo violenta potesse nuocere agli interessi del Reich.
Anche se sembra impossibile, il rapporto di 10 uomini a 1 stabilito per la rappresaglia, risulta essere il frutto di un compromesso.
Albert Kesselring, dal banco degli imputati al quale è seduto, nel 1947, per rispondere dell'accusa di 'crimini di guerra' avrà l'ardire di difendersi così:
Avrei potuto ordinare lo sfollamento di Roma mandando raminghi verso il nord, morenti di stenti e di fame, battuti dall'aviazione alleata, i due milioni di abitanti di Roma. Quante centinaia di persone sarebbero allora morte per strada' Avrei potuto dichiarare decaduto lo status di 'città aperta', far rientrare le nostre truppe a Roma ed esporre così la cittadinanza dell'Urbe alle distruzioni dei bombardamenti aerei effettuati a tappeto, secondo gli usi anglo-americani. Avrei potuto, infine, dare alle fiamme l'intero quartiere di Roma, ma preferisco sedere quì, su questo scranno di imputato, piuttosto che avere nella storia un seggio vicino a Nerone.

La rappresaglia

Il Comandante della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, nel suo ufficio di via Tasso, inizia a redigere la lista degli uomini da fucilare. Alle otto arriva l'ordine ufficiale di Hitler. Dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Esecuzione immediata. Kesselring incarica Kappler di organizzare la rappresaglia. La lista di Kappler contiene i nomi dei condannati a morte reclusi nelle carceri della capitale, ma sono pochi. Vengono così aggiunti i nomi di 57 ebrei, ma il conto non torna ancora. Kappler allora chiama il questore Pietro Caruso chiedendogli di fornirgli altri 50 nomi. Alla fine nell'elenco numerosi saranno i detenuti per reati comuni; in ogni caso nessuno di quei nomi ha a che fare con l'attentato. A fianco di ogni giustiziando viene indicato sommariamente il genere di 'reato' per cui è detenuto; per gli ebrei si indica semplicimente "Jude".

A mezzanotte Moellhausen tenta un'ultima mediazione. Ancora secondo la testimonianza del figlio, il console interviene per 'supplicare di non consegnare al plotone di esecuzione degli innocenti, per scongiurare di riflettere bene sulle tremende responsabilità che implica questa rappresaglia davanti agli uomini ma, soprattutto, davanti a Dio'. Ma la mediazione fallisce.

La mattina dopo Kappler, insieme al capitano Erich Priebke, continua a redigere la lista delle sue vittime. Quella stessa mattina ogni comunicazione tra i detenuti delle carceri e l'esterno viene vietata. Pietro Caruso consegna a Kappler la lista con i cinquanta nomi da lui richiesti.

Sono circa le 14.00 quando i civili vengono prelevati, per la maggior parte dal carcere di Regina Coeli e da via Tasso; vengono caricati sui camion, con le mani legate dietro la schiena, e trasportati sull'Ardeatina, in una cava di tufo alle porte della città. Nulla viene detto loro della sorte che li aspetta.
Chiesi a Schutz (colui che aveva avuto l'incarico di dirigere materialmente l'esecuzione, ndr) se aveva avvertito le vittime della loro sorte: Schutz mi rispose che aveva effettivamente pensato in un primo tempo di avvertirli, ma che poi non lo aveva fatto per evitare che qualche prigioniero, dall'autocarro, potesse gridare durante il percorso che era condotto alla fucilazione col probabile risultato che al passaggio degli autocarri si verificassero dei tentativi di liberazione.
Dagli atti del processo a carico di Herbert Kappler, 1948.

L'eccidio

Calcolai quanti minuti erano necessari per ognuna delle vittime, calcolai anche le armi e le munizioni necessarie, cercai di rendermi conto di quanto tempo avessi a disposizione. Divisi i miei uomini in piccole squadre che dovevano alternarsi; ordinai che ogni uomo sparasse solamente un colpo e che la morte fosse istantanea.
Dalla deposizione di Kappler al suo processo

Le modalità dell'eccidio fanno ancora oggi rabbrividire; gli uomini vengono uccisi con un colpo alla nuca, e ciascun condannato viene fatto salire sui cadaveri di quelli appena giustiziati per ricevere il colpo di grazia. Alla fine i carnefici stessi devono arrampicarsi sul mucchio di cadaveri per uccidere i successivi. I colpi rimbombavano cupi nella solitudine circostante e non lasciavano dubbi circa la loro tragica natura, ma le grida arrivavano soffocate. (Dall'Inchiesta del col. J. Pollock del Comando di Polizia Alleata, 13 luglio 1044). Una pratica di indicibile violenza, che viene compiuta dai tedeschi in uno stato di macabra esaltazione. Alla fine di questo disumano rituale, Kappler e Priebke si preoccupano di far saltare con delle cariche esplosive l'ingresso della cava, sigillando così l'orrore che hanno appena compiuto. Loro intenzione è tenere la città di Roma all'oscuro delle reali dimensioni e della modalità della strage.
 
Roma prende coscienza della immane tragedia

Nei giorni del 23 e 24 marzo i familiari dei detenuti provano a far visita ai loro cari ma senza successo. Girano molte notizie sulla rappresaglia tedesca ma nulla si sa di preciso in quei primi giorni. Pochi giorni dopo l'eccidio, ai primi di aprile, nelle case dei giustiziati vengono recapitate delle lettere del Comando tedesco. Sono poche righe scritte in tedesco, in cui si invitavano i familiari a recarsi in via Tasso a ritirare i documenti e gli effetti personali dei familiari; una lettera di morte senza alcuna motivazione. Solo nel giugno del 1944, però, dopo la liberazione di Roma, le dimensioni dell'eccidio vengono alla luce. Si forma spontaneamente un'associazione tra i familiari delle vittime, che si batte perché i cadaveri non vengano seppelliti prima di essere stati identificati. Ci vogliono mesi e mesi per il riconoscimento (sono circa una decina quelli ancora oggi rimasti senza nome).
Nel frattempo le fosse Ardeatine sono diventate per i romani un luogo di pellegrinaggio.

Il primo concorso d'architettura che il Comune bandisce dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944) è proprio quello dedicato alla progettazione di un monumento in ricordo delle 335 persone uccise dai nazisti nelle cave Ardeatine.
Nel 1949 viene solennemente inaugurato, nel luogo dell'eccidio, il monumento alle vittime, che abbraccia in un solo complesso le grotte, nelle quali venne consumato l'eccidio; il Mausoleo, ove sono raccolte le salme, e il gruppo scultoreo, che sintetizza la tragedia dei 335 martiri.
I morti delle cave Ardeatine sono le vittime vittoriose di una guerra perduta. I 335 formano un gruppo unico, per tutta la città di Roma, che assume un significato che sorpassa quello comune dei morti in guerra. (...) non potevano essere trattati semplicemente come un soldato dallo sguardo torvo che cola acqua verde su di un basamento di granito: ci voleva per loro qualche cosa di particolare, qualche cosa di più sacro, e l'hanno avuto.
Con queste parole, nel 1949, l'architetto Ludovico Quaroni, sulle pagine de 'Il Cittadino', commenta l'inaugurazione del mausoleo.

La strage nazista compiuta a Roma nel marzo del 1944 ha lasciato una memoria viva nella città; l'eterogeneità sociale e politica delle 335 persone uccise rende le Fosse Ardeatine uno snodo che lega insieme tutte le storie di Roma, creando una forte identità collettiva. Ancora oggi le moltissime targhe sui muri dei palazzi mantengono viva la memoria di quegli eventi, ricordando come a morire sotto il fuoco tedesco siano caduti uomini, ragazzi, cattolici, ebrei, comunisti, azionisti, liberali, monarchici, e anche persone senza nessuna appartenenza politica.
Come scrive Alessandro Portelli "quella delle Ardeatine è, in termini di rappresaglia, l'unica strage metropolitana, cioè fatta in una grande città d'Europa. Questo comporta una serie di conseguenze notevoli. La straordinaria eterogeneità delle vittime, innanzitutto: uno spaccato 'sia sociale sia politico- molto più ampio e complesso di quanto non sia quello delle altre stragi. (...) se ci domandiamo chi erano gli uccisi, se risaliamo alle loro storie, alle loro origini, alle loro famiglie, ricostruiamo letteralmente la storia di Roma nelle generazioni tra Roma capitale e la guerra, il tessuto professionale e geo-sociale della città: è come se tutte le storie di Roma fossero davvero confluite per un momento in quell'unico luogo".

I processi

Herbert Kappler viene processato nel 1948 e condannato all'ergastolo. Nel 1975 fugge dall'ospedale militare del Celio e torna in Germania, dove muore sei mesi dopo.

Pietro Caruso viene processato al Palazzo di Giustizia di Roma il 18 settembre 1944 e giustiziato a Forte Bravetta quattro giorni dopo. Il processo e la fucilazione di Pietro Caruso vennero ripresi da Luchino Visconti per il film Giorni di gloria, realizzato nel 1945. Durante quel processo l'esasperazione popolare portò anche ad uno sconvolgente atto di linciaggio (anch'esso documentato dalla macchina da presa di Visconti) contro il direttore del carcere romano di Regina Coeli, Donato Carretta, che era stato chiamato al processo come testimone.

Erich Priebke viene scovato solo nel 1994 a Bariloche, in Argentina, dove ha vissuto indisturbato per cinquant'anni. Estradato in Italia viene processato a Roma. Condannato all'ergastolo sta scontando la pena agli arresti domiciliari.

Albert Kesselring viene processato e condannato a morte nel 1947; la pena viene poi commutata in ergastolo. Viene poi messo in libertà per gravissimi problemi di salute e torna in Germania nel 1954, dove viene accolto come un eroe dai circoli neonazisti bavaresi, con cui collabora attivamente fino alla sua morte (1960). Pochi giorni dopo il suo rientro in Germania, Kesselring ha l'impudenza di dichiarare pubblicamente di non aver proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli un monumento. A tale affermazione risponde Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4 dicembre1952, ottavo anniversario della morte di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista.

Lo avrai camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA


La difesa tentò di rintracciare, nell'ambito della giustizia militare, un fondamento giuridico alla 'rappresaglia', ma il massacro delle Fosse Ardeatine non poteva rientrare in alcun modo in questa fattispecie, mancando totalmente il criterio della proporzionalità.

La memoria divisa

La critica che è stata mossa con più frequenza ai "gappisti" è che gli autori dell'attentato avrebbero dovuto consegnarsi al nemico, evitando così la morte di tanti innocenti.
A queste accuse Giorgio Amendola ha risposto così: 'Al di là del fatto che non ci fu chiesto in nessun modo di farlo, non ci saremmo comunque consegnati al nemico. Eravamo un reparto in guerra e non potevamo consegnarci al nemico. L'unico nostro impegno era di continuare a lottare.'
Nella critica all'azione di via Rasella è la stessa legittimità morale della Resistenza ad essere messa in discussione. Dopo aver passato in rassegna una serie di episodi analoghi, azioni antitedesche e conseguenti rappresaglie in varie parti dell'Europa occupata, lo storico Gabriele Ranzato scrive nel 1999:
Solo in Italia la vicenda dell'attentato di via Rasella è una storia infinita, una contesa inesauribile in ambito nazionale che si ridesta in ogni occasione con rinnovata animosità. Le ragioni di questa particolarità italiana sono molteplici, ma forse il punto nodale di differenza è dato dal fatto che mentre negli altri paesi europei la disputa è sull'opportunità di una azione, nel caso italiano ad essere messa in discussione è la legittimità stessa dell'azione partigiana.

Nel 2001 Alessandro Portelli pubblica il libro L'ordine è già stato eseguito (sottotitolo: Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria.); è un lungo e appassionato racconto, ricostruito dalla viva voce dei testimoni di come la storia delle Fosse Ardeatine si sia radicata nella memoria della città, ed è anche il racconto di come sia stata 'inventata' una memoria collettiva sui fatti di via Rasella; l'autore, infatti, mostra il percorso attraverso il quale un ampio fronte di forze sia riuscito ad erodere in vasti settori dell'opinione pubblica il senso della legittimità morale dell'azione di via Rasella e di come si sia radicata la teoria che gli esecutori dell'attentato 'si dovevano presentare' (in una nota dell'Osservatore Romano, ad esempio, subito dopo la strage, si piangono le 320 persone sacrificate 'per i colpevoli sfuggiti all'estero'). La teoria viene confutata con efficacia dall'autore, che dimostra come i tedeschi non offrirono minimamente questa possibilità e come la rappresaglia fu pensata ed attuata nel giro di 24 ore, per poi essere comunicata con quelle terribili parole che danno il titolo, appunto, al libro di Portelli. Dalle moltissime testimonianze raccolte nel volume, inoltre, emerge quanto ignorata sia la dinamica dei fatti che intercorrono tra via Rasella e l'eccidio delle Ardeatine (molti ritengono che tra l'uno e l'altro evento ci siano stati giorni, settimane, perfino mesi) e quanto il dubbio sulla necessità che i partigiani si consegnassero si sia insinuato anche tra persone favorevoli alla Resistenza armata.

Lo storico Alberto Berzoni (autore del volume Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella), sostiene che la Resistenza romana era fatta di varie anime (monarchici, azionisti, socialisti, comunisti e altre sigle dell'antifascismo); tutte si ponevano l'obiettivo di avere un ruolo al momento dell'arrivo degli Alleati nella capitale, che si riteneva prossimo (gli Alleati erano sbarcati ad Anzio il 22 gennaio di quell'anno). Non esisteva una linea comune nel movimento antifascista; prima della svolta di Salerno non c'era una disciplina condivisa, i gruppi operavano per conto proprio e spesso in contrapposizione uno con l'altro. Quel che è certo è che l'idea di aspettare semplicemente che gli Alleati liberassero la capitale dispiaceva ai comunisti; l'azione del 23 marzo va inquadrata in quest'ottica, come un'azione che voleva colpire gli attendisti e dare un segnale in un'altra direzione, affinché il popolo si mobilitasse più attivamente contro l'occupante e affinché si accendesse la miccia di un'occasione rivoluzionaria.

L'attentato di via Rasella ha suscitato negli anni polemiche di ogni genere; si è a lungo discusso, spesso in maniera pretestuosa, sulla deriva 'terroristica' della Resistenza, sull'opportunità dell'azione partigiana, sull'operato dei comunisti in quelle circostanze, sulla posizione di Togliatti (si ricordi che Togliatti arrivò in Italia dall'esilio sovietico il 27 marzo 1944, tre giorni dopo la strage). Ci sono state sentenze, ricorsi e nuove sentenze che vertevano intorno al tema della 'liceità dell'attentato', del riconoscimento dei Gap come 'legittimi belligeranti' o sulla qualificazione dell'attentato quale azione di guerra o di altra natura, fino alla sentenza della Cassazione del 1999 che archivia il caso considerando l'episodio di via Rasella 'una legittima azione di guerra'.

L'ultima sentenza della Corte di Cassazione: condannato Il Giornale

L'attentato di Via Rasella del 23 marzo 1944, attuato dai partigiani romani guidati da Rosario Bentivegna contro i tedeschi del battaglione SS Bozen, fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari": lo sottolinea la Cassazione nella sentenza n. 17172 del 7 agosto 2007 confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) nei confronti del quotidiano Il Giornale che, nel 1996, aveva pubblicato articoli denigratori, con fatti non veri, dei gappisti e di Bentivegna.

I giudici i entrano nel dettaglio per smentire alcune affermazioni contenute negli articoli del Giornale. Secondo quanto riferito da Il Giornale, scrivono nella sentenza, il Bozen sarebbe stato composto da vecchi militari disarmati. Al contrario si trattava di soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole. Per il quotidiano i civili uccisi furono sette, ma anche su questo la Cassazione sottolinea che: "ora nessuno piu' mette in discussione che quelle vittime furono soltanto due".

L'ultimo punto preso in esame riguarda le Ardeatine. Il Giornale scrisse che dopo l'attentato: "erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". I giudici affermano: "Tale asserzione trova puntuale smentita nella circostanza che la rappresaglia era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato, e soprattutto nella direttiva del Minculpop, il Ministero della Cultura Popolare, la quale disponeva che si sottacesse la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta.

La conclusione dei giudici è chiara: "Ciascuna delle circostanze non vere sopra riportate considerate da sole, ed ancor piu' nel loro complesso, erano chiaramente (per non dire dichiaratamente) e univocamente dirette a qualificare negativamente sotto il profilo morale i partigiani organizzatori dell'attentato.