Monsignor Romero - Una morte annunciata

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Il Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli, chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri. Mons. Romero

Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale. Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio. Ai poveri dell'America Latina Romero aveva promesso: "Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo".


Romero diventa vescovo di Santiago de Marìa

Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios un paese vicino alla città di San Miguel, ne El Salvador. Secondo di otto fratelli, la sua è una famiglia modesta. Suo padre è un telegrafista, mentre la madre è casalinga. Nel '37 entra in seminario e pochi mesi dopo viene mandato a Roma per proseguire gli studi. Qui il 4 aprile del '42 viene ordinato sacerdote e inizia la tesi di dottorato, ma con lo scoppio della guerra si vede obbligato a tornare nel suo Paese.

 

Il suo impegno come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per poi spostarsi a San Miguel, dove rimane per 20 anni. In seguito diviene segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, fino a quando il 25 aprile del '70 viene nominato Vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l'ordinazione episcopale il 21 giugno 1970: diventa così il collaboratore principale di Monsignor Luis Chàvez y Gonzàlez che, insieme a Rivera y Damas, è uno dei protagonisti della Conferenza dell'episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia) del 1968 e sta realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II esige per lo sviluppo di un nuovo modo d'intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina.

Questi poerò non vedono bene la nomina di Romero perché non in linea con il loro pensiero: egli è noto per essere un convinto conservatore. Intanto il 15 ottobre del '74 viene nominato Vescovo di Santiago de María, uno dei territori più poveri della nazione.

 

Il gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L'esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: 'Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte'». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l'organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».

 

Negli anni '70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l'esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

 

Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri

Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l'illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del '77 quando viene ucciso il gesuita Rutilio Grande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.

 

Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all'opposizione dell'annunziatura, risponde: 'Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà?. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.

 

La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c?è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.

 

Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo 'cambiamento' Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un'inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

 

Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.

Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un 'istigatore della lotta di classe e del socialismo'.

 

 

L'assedio di Aguilares

La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del '77, il generale Carlos Humberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d'insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.

Un anno dopo, il 21 giugno del '78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.

 

Intanto l'esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l'ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto 'covo di marxisti infiltrati', calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre Rutilio Grande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l'ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: ?Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra?.

 

El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del '79.

 

Romero chiede aiuto

In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell'episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: 'Haga patria, mate a un cura' (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.

Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la 'liberazione' in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l'impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.

 

Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L'anno seguente, è il febbraio dell''80, riceve la laurea Honoris Causa dall'Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell'occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: 'Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese'? e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.

Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell''80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l'omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.

 

Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l'assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».

 

 

La morte

Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film 'Salvador? (1986). 

 

Al 'National Security Archive' americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c?è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull'assassinio di Romero. Si legge: 'La decisione di assassinare l'arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d'Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto'.

 

Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: 'Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti'. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l'ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l'arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.

 

Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell'esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all'ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice 'non ammazzare'. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».

Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.

 

La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po', sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: 'Il cuore tra una pulsazione e l'altra riposa. E più ne ha più si riposa».

 

Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell'ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l'uscita mentre dice l'omelia: ?Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione?. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l'offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell'altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.

 

«Corsi ad aiutarlo ? racconta una suora - ma vidi che era impossibile, perché l'emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».

 

Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.

 

Il funerale

Romero, per le sue posizioni apparentemente vicine alla Teologia della liberazione, ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana, tanto da non ottenere l'appoggio del nuovo Papa Giovanni Paolo II anche perché nei suoi primi mesi di pontificato non riusciva ad avere un chiaro quadro della situazione politica salvadoregna, soprattutto a causa delle scarse notizie, talvolta filtrate, che giungevano sulla sua scrivania.

 

A presenziare il funerale non c?è Giovanni Paolo II, ma il cardinal Corripio Ahumada arcivescovo di Città del Messico. Alla cerimonia partecipano circa 50.000 persone, colpite a loro volta da un'esplosione di cui non è mai stata chiaramente accertata l'origine. I morti sono 30, dovuti più alla folla in preda al panico (che calpesta anche le vittime), che non all'esplosione stessa.

Il Papa, nonostante le pressioni del governo salvadoregno volte a persuaderlo, si recherà a rendere omaggio a Monsignor Romero tre anni dopo, il 6 marzo del 1983 durante un viaggio in Sudamerica.

 

Nel 1997 viene aperta la causa di beatificazione di Romero della quale è stato nominato postulatore il Vescovo di Terni, Monsignor Vincenzo Paglia. 

 

Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000 ha catalogato Romero tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo: «Ricordati, Padre, dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l'indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all'altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico».

 

 

Ma chi lo ha ucciso'

La sua morte diviene un caso internazionale che coinvolge anche la CIA. Roberto White, ambasciatore americano in Salvador nel 1980, racconta: «Sapevamo della sua morte immediatamente, nel giro di un'ora e in 48 ore avevamo già individuato i responsabili del suo omicidio. Si trattava dell'estrema destra del gruppo di d'Aubuisson». FBI e CIA dunque servono assistenza agli investigatori salvadoregni, e la CIA in particolare apre un'inchiesta che però negli archivi di Washington è ancora piena di omissioni. Anche sulle squadre della morte ci sono moltissime censure, l'unico nome reso noto è proprio quello di Roberto d'Aubuisson.

Queste censure fanno capire quanto sia guardata a vista dagli americani tutta la situazione salvadoregna.

 

Ne El Salvador gli squadroni della morte si sviluppano tra il '67 e il '79: nascono come organizzazioni paramilitari di destra che hanno come scopo quello di identificare ed eliminare quelli che vengono considerati comunisti, e sono formati da militari, agenti di polizia in borghese e civili. Le loro attività cominciano in modo più violento a partire dalla fine degli anni '70 per poi diffondersi durante la Guerra Civile (1979-1992).

L'inchiesta della CIA mette in luce come si siano sviluppati in seno all'Agenzia Nazionale di Sicurezza Salvadoreña (ANSESAL) di cui era  a capo proprio d'Aubuisson. Gli squadroni della morte agiscono clandestinamente e firmano i cadaveri mozzando le loro teste e legandogli i pollici dietro alla schiena; agiscono per runa precisa volontà politica: mantenere il Paese in uno stato di terrore e soggezione mediante l'uso della violenza.

 

Dalla dichiarazione di testimonianza di Amado Antonio Garay al giudice penale di San Salvador: Lavoravo come autista del capitano Alvaro Savaria. Il 24 di marzo del 1980 verso le 5 del pomeriggio, mi fu chiesto di condurre una macchina che era una Volkswagen rossa verso l'ospedale Divina Provvidenza. Seduto in macchina con me c'era un personaggio che non avevo mai visto, ricordo che aveva la barba. Mi ordinò di fermarmi davanti alla porta della chiesa e mi disse di chinarmi e di fare finta di riparare qualcosa. Sentii sparare un colpo di arma da fuoco, mi girai e vidi che l'uomo imbracciava un fucile. Tranquillo mi disse di ripartire, ma con calma. Tornammo a casa del capitano Alvaro Savaria appena arrivati l'uomo con la barba gli disse: 'Missione compiuta'. Tre giorni dopo accompagnai il capitano in una casa dove c'era ad aspettarlo il maggiore d'Aubuisson. Ricordo che il capitano disse al maggiore: 'Tutto quello che avevamo programmato per l'assassinio di Monsignor Romero è stato fatto'. Poi entrarono in casa.

 

Il capitano Savaria in seguito è stato processato, ma grazie alle protezioni politiche di cui aveva sempre goduto è riuscito a scappare come latitante. Mentre Roberto d'Aubuisson, mai processato, è morto a causa di un cancro all'età di 47 anni nel 1992.

 

Breve storia di Roberto d'Aubuisson

Ex ufficiale della guardia nazionale ed ex membro di ANSESAL, d'Aubisson entra in azione quando lascia i sevizi segreti e porta con sé un bagaglio prezioso di interi dossier messi a punto durante la sua carriera di 007. Nato a San Salvador il 23 agosto del '43, sposato, con quattro figli, viene da una famiglia che lo educa al cattolicesimo. Giovanissimo entra nella scuola militare e lo mandano alla guardia nazionale, ovvero nel corpo repressivo del Paese. In seguito diviene capo di ANSESAL e inizia a partecipare a gruppi repressivi di estrema destra tra cui FALANGE, ovvero il Frente Armato Anti-comunista por la Guerra d'Eliminacion. Nell'82 fonda il partito di destra ARENA, attualmente al governo nel Paese. Nell'82 è presidente dell'assemblea costituente e fa riscrivere la Costituzione: è sua l'idea di concepire la giustizia non bendata che vede e giudica, così come l'ha fatta raffigurare in una statua ne El Salvador.

 

Di lui raccontano:

Sua sorella Marisa: Siamo di una famiglia di classe media. Siamo quattro fratelli. Roberto a scuola era un leader, organizzava disordini ed era indisciplinato. Aveva la prepotenza propria di tutti i militari salvadoregni. Quando finì la scuola militare gli diedero un incarico alla guardia nazionale.

In macchina aveva sempre una granata, la teneva sul cruscotto e una mitragliatrice. Inoltre teneva sempre una pistola alla cintura.

 

Carlos, il cameraman che lo seguiva: Mi chiedevano un certo tipo di riprese: i volti dei sindacalisti, degli studenti e degli operai che partecipavano alle manifestazioni. Poi studiavano dettagliatamente le immagini e dopo pochi giorni la gente che riprendevo veniva trovata morta nelle strade. Era un lavoro degli squadroni della morte. Lui si comportava in modo maleducato, offensivo. Gli piaceva prendere in giro gli altri, era prepotente, e gli piaceva molto l'alcol.

 

Armando Calderon Sol, presidente del  partito Arena: Era un uomo molto attivo, un lavoratore instancabile, carismatico. Aveva molto successo con le donne, non riusciva a stare fermo. Il partito pensa che era un vero eroe, un vero nazionalista.

 

Ancora la Sorella: la gente di ARENA fu sempre ostile a Monsignor Romero, lo calunniarono, si burlarono di lui e lo spiavano per indagare le sue intenzioni. Penso che questo fosse il gruppo che Roberto frequentava e da questi nacque l'idea così crudele di assassinare Monsignor Romero. Per noi fu molto duro'era impossibile per noi accettare che fosse stato mio fratello a voler uccidere una persona che amavamo così tanto, una persona che per noi e il nostro popolo rappresentava la speranza.

 

Dopo la guerra il partito ARENA è sempre uscito vincitore alle urne e così è stato anche alle ultime elezioni, tenutesi nel 2004, che hanno decretato la vittoria netta del candidato Elìas Antonio Saca. In tempi recenti, sono sorte nuove pesanti critiche riguardo la volontà del ARENA di concedere al defunto d'Aubuisson, mandante dell'omicidio dell'arcivescovo Oscar Romero, l'onorificenza di 'figlio meritevole de El Salvador?, titolo che alla fine però gli è stato dato.

 

 

Appendice: Lettera al presidente Carter

Signor Presidente,

in questi ultimi giorni è apparsa sulla stampa nazionale una notizia che mi ha vivamente preoccupato. Si dice che il suo governo stia studiando la possibilità di appoggiare ed aiutare economicamente e militarmente la Giunta di Governo.

Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta.

Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti de El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi (addestrare tre battaglioni). Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace ne El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l'ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali.

L'attuale Giunta di Governo e soprattutto le Forza Armate ed i corpi di sicurezza, disgraziatamente non hanno dimostrato la capacità di risolvere, nella pratica politica, i gravi problemi nazionali. In generale sono ricorsi alla violenza repressiva provocando un numero di morti e di feriti molto maggiore di quello dei regimi militari precedenti, la cui sistematica violazione dei diritti dell'uomo venne denunciata dalla stessa Commissione Interamericana dei Diritti dell'Uomo.

 

La forza brutale con cui i corpi di sicurezza hanno recentemente allontanato ed assassinato gli occupanti della sede della Democrazia Cristiana, nonostante che la Giunta di Governo ed il Partito non avessero autorizzato l'operazione evidenzia che la Giunta e la Democrazia Cristiana non governano il Paese ma che il potere politico è nelle mani di militari senza scrupoli che sanno solo reprimere il popolo e favorire gli interessi dell'oligarchia salvadoregna .

Se è vero che nel novembre scorso 'un gruppo di sei americani distribuì ne El Salvador duecentomila dollari in maschere a gas e giubbotti antiproiettile e ne insegnò l'uso durante le manifestazioni', lei si renderà conto che da allora i corpi di sicurezza, dotati di più efficace protezione personale, hanno represso con violenza ancora maggiore la popolazione utilizzando armi mortali.

Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell'Archidiocesi di San Salvador, ho l'obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell'uomo, di:

-impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno;

-garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.

 

Stiamo vivendo nel nostro Paese momenti di gravi crisi economica, ma è indubbio che ogni giorno il popolo si organizza e si rende conto di essere responsabile del futuro de El Salvador e l'unico in grado di superare la crisi.

 

Sarebbe ingiusto e deplorevole che per l'intromissione di potenze straniere il popolo salvadoregno venisse frustrato e represso e le venisse impedito di decidere quale autonomia di tracciato economico e politico che deve seguire.

Significherebbe violare il diritto che il Vescovi latino-americano riuniti a Puebla hanno riconosciuto pubblicamente: 'La legittima autodeterminazioni dei nostri popoli permette loro di organizzarsi secondo il proprio carattere e scegliere il cammino della propria storia, cooperando al nuovo ordine internazionale' (Puebla 505).

Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell'uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo Paese che soffre tanto.

 

17 Febbraio 1980

Oscar A. Romero, Arcivescovo.