Marco Pantani - Il campione che irritò gli dei

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Un campione che ha fatto appassionare l'intero paese alla bicicletta, tanto tenace sulle salite dei passi di montagna quanto fragile nella vita privata. Il ricordo di Marco Pantani attraverso le parole di familiari, amici, colleghi e di quanti hanno seguito negli anni le imprese del "pirata".


Nato a Cesena nel 1970; trovato morto il 14 febbraio 2004, in una camera d’albergo vicino a Rimini, a una ventina chilometri da casa sua, con cento grammi di cocaina in corpo. Chi gli ha dato tutta quella droga? C’è una inchiesta, che molti dicono essere stata chiusa troppo presto.
Il cadavere sta disteso per terra, accanto al letto, nel caos di tutta la stanza. Non tutti  credono ad un suicidio; non ci crede Pino Roncucci, il suo primo allenatore. E’ l’ultimo grande mito del ciclismo, soprannominato “il pirata” per le sue prodezze in corsa, e soprattutto in salita. Ma un campione dallo sguardo sempre triste, che sarebbe vissuto solo trentaquattro anni. Capace di vincere nello stesso anno il Giro d’Italia e il Tour de France, come prima di lui Fausto Coppi. Carattere forte, dunque, ma anche fragile, orgoglioso e sfortunato.
In questa puntata parlano di lui molti che lo hanno conosciuto da vicino, ma soprattutto sua madre, Tonina Pantani. Le rievocazioni vengono mescolate agli angosciosi, inconsolabili interrogativi sugli enigmi rimasti indecifrati nella troppo breve avventura vitale di questo campione “che irritò gli dei”.
La data maledetta della sua vita è il 5 giugno del 1999, quando a Madonna di Campiglio, ormai quasi alla fine del Giro, ad un controllo della Federazione  Internazionale (che lui stesso considerava legittimo) gli si riscontra l’ematocrito troppo alto. Viene fermato, perché continuare la gara comporterebbe rischi per la sua salute. Il Giro è finito, per lui, che incomincia ad essere sospettato di aver fatto ricorso al doping, nonostante le sue dichiarazioni di innocenza (“io avevo la coscienza pulita, non so che cosa è successo”). Il valore dell’ematocrito, per essere accettato dai controlli, non dovrebbe essere superiore al 50%. Più è alto, più c’è il sospetto del doping. Il suo è al 52%. “Ma è un esame ballerino” dice Pantani “perché il valore dell’ematocrito è condizionabile dallo stress, dallo stato d’animo, dalla disidratazione … Al doping non sono mai risultato positivo”. Ma intanto, estromesso dal Giro, il corridore viene sospeso per quindici giorni. “Un episodio che è una ferita non fisica ma spirituale”, dirà il giornalista Gianni Mura, “che perciò non si è più rimarginata, perché il campione non è più riuscito a superare quella umiliazione”. Qualcuno dal pubblico gli grida dietro “Vai a casa, dopato!” Qualcuno dei suoi amici sparisce, non si fa più vedere, e Pantani rimane solo a combattere. “Lui era convinto di essere stato ingannato”, ricorda Pino Roncucci.
Incomincia ad essere difficile trovarlo, incomincia il sospetto che sia stato intrappolato da fornitori di cocaina, che ora gli servirebbe a dimenticare, a stordirsi. Chi gli vuol bene capisce che Marco non tornerà più a correre, che si sta rovinando. La madre dice: “Noi due non parlavamo mai di cocaina, ma ormai era circondato dalla peggior specie di gente che esista sulla terra. Io lo convinsi ad entrare in clinica, ma il giorno dopo lo sapeva tutta la stampa”. La sua manager, Manuela Ronchi, interpreta così l’ultimo periodo del campione: “Prima era lui a dominare le montagne, ma poi si accorse che era la droga a dominare lui. Se avesse avuto vicino una donna che lo amasse, questo lo avrebbe aiutato; ma decideva sempre lui, tutto”. “E’ morto solo” dice Diego Maradona, “abbiamo colpa tutti”. La madre preferisce guardare le fotografie di quando era piccolo, “perché”, dice, “allora era più mio, dopo è diventato della gente”. Secondo Gianni Mura, in Marco Pantani c’era “qualcosa di mistico”. Una volta, ricorda il grande giornalista sportivo, ebbe un incidente alla catena della bicicletta. Ebbene, risalì in sella, rimontò settanta corridori che stavano avanti a lui e vinse. Forse semplicemente perché, come confessò una volta, “Vado più forte degli altri, in salita, per abbreviare la mia agonia”.