17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi viene freddato con due colpi davanti al suo portone. Ben 16 anni dopo arriverà la contestata confessione di Leonardo Marino che indica come esecutore materiale Ovidio Bompressi, e come mandanti Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.

In questa puntata ripercorriamo la storia dell'omicidio Calabresi con una particolare focalizzazione sul movimento di Lotta Continua e sui dubbi che ruotano intorno alla confessione di Marino che ha poi portato all'arresto di Ovidio Bompressi, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.


Milano, 17 maggio 1972, a colpi di arma da fuoco il commissario di polizia Luigi Calabresi viene ucciso davanti alla sua abitazione da due killer. Solo nel 1988 si arriva a una svolta: Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessa la sua partecipazione all'omicidio e indica come esecutore materiale Ovidio Bompressi, e come mandanti Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Ai tre 22 anni di carcere. Ma la confessione di Marino ha molti lati oscuri.

Per contestualizzare l'omicidio di Luigi Calabresi e seguirne la vicenda, caratterizzata da numerose polemiche e punti mai chiariti, bisogna partire dalla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli e ancor prima dalla strage di piazza Fontana.

Pinelli e la strage di Piazza Fontana
Milano, 12 dicembre 1969, alle 16:37 una bomba esplode nella sede milanese della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana. I morti sono 17, i feriti 88.
È una strage.
Alle 16:55 una seconda bomba esplode a Roma nei pressi della Banca Nazionale del Lavoro; i feriti sono 13. Altre due bombe esplodono sempre a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all'Altare della Patria e l'altra a piazza Venezia; i feriti sono 4. Lo stesso giorno viene trovata un'altra bomba, fortunatamente inesplosa, nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana.

Si tratta dunque di cinque attentati terroristici avvenuti nel pomeriggio dello stesso giorno e concentrati in un lasso di tempo di soli 53 minuti. Le indagini vengono subito orientate verso tutti i gruppi politici estremisti; vengono quindi fermate 80 persone per degli accertamenti, si tratta in particolare di anarchici, e tra questi c?è anche il ferroviere Giuseppe Pinelli.

A convocare Pinelli intorno alle ore 18, è proprio Luigi Calabresi, commissario di polizia addetto alla squadra politica della questura di Milano. Questi lo terrà con la forza in questura per tre giorni, eludendo la legge, fino alla notte del 15 dicembre quando, durante l'ennesimo interrogatorio Giuseppe Pinelli cade dalla finestra posta al quarto piano della questura e muore.

Licia Pinelli, moglie di Giuseppe, racconta quella tragica sera: «All'una meno dieci sono arrivati i giornalisti per avvisarmi che mio marito era caduto dalla finestra del quarto piano della questura [...] Con mia suocera ci siamo mosse verso il telefono per sapere se era vero, non ci volevamo rendere conto che le cose erano andate veramente così, abbiamo detto cosa ci avevano riferiti i giornalisti e chiesto perché non eravamo state avvisate, mi è stato risposto: 'Non avevamo tempo'».

La prima versione data dal questore Marcello Guida è quella del suicidio: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Secondo il questore, Pinelli si sarebbe suicidato perché durante l'interrogatorio non era riuscito a fornire un alibi valido; in seguito però lo stesso Marcello Guida si troverà costretto a ritrattare poiché risulterà chiaro che Pinelli invece aveva un alibi attendibile.

Il 3 luglio del 1970 l'Autorità Giudiziaria decide di archiviare il caso come 'morte accidentale'. Licia Pinelli però non crede affatto che le cose siano andate come dice la magistratura, inizia quindi la sua personale battaglia per avere giustizia; a sostenerla c?è anche la maggiore formazione della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua (LC), che comincia una violentissima campagna di accusa contro il commissario Calabresi, indicato come l'assassino dell'anarchico Giuseppe Pinelli.

Ma il 27 ottobre del 1975 una nuova istruttoria archivia il caso con la motivazione che Pinelli era precipitato in seguito a un 'malore attivo'. Questa formula controversa "malore attivo" usata nella sentenza che di fatto assolve l'operato delle forze dell'ordine suscita da subito aspre polemiche principalmente nel mondo sociale, politico e culturale della sinistra.
Secondo l'inchiesta della magistratura, condotta da Gerardo D'Ambrosio, nella stanza della questura al momento della caduta erano presenti quattro agenti di polizia e un ufficiale dei carabinieri, mentre Calabresi si trovava in un'altra stanza. Questa tesi è stata smentita da un altro anarchico, Pasquale Valitutti, anche lui come Pinelli trattenuto in questura illegalmente, il quale ha sempre affermato che Calabresi si trovava in quella precisa stanza.

I dubbi sulla morte di Pinelli, comunque, non sono stati mai sedati e la violenza delle accuse da parte di Lotta Continua si sono fatte sempre più forti. Ad ogni modo, il giorno successivo alla morte del ferroviere, grazie alla testimonianza di un tassista, viene arrestato Pietro Valpreda con l'accusa di aver partecipato alla strage di piazza Fontana.

La morte di Calabresi
Nato a Roma nel 1937, laureato il legge con una tesi sulla mafia, Calabresi si trova a Milano dal 1965 prima come vicecommissario, e poi nell'ufficio politico; a lui sono affidate le inchieste più scottanti di quegli anni e negli ambienti di sinistra è conosciuto perché viene spesso inviato a controllare le manifestazioni di estrema sinistra.

Dopo la morte di Pinelli, come detto, la sinistra italiana e in particolar modo il movimento di Lotta Continua, si accanisce contro di lui perché accusato di aver provocato la morte del ferroviere anarchico, nonostante Calabresi avesse sempre dichiarato di non essere stato nemmeno presente nella stanza al momento della caduta e della conseguente morte.

Il 1972 è un anno durissimo dal punto di vista delle morti legate alla lotta armata. Ed è in questo clima che si inserisce anche la morte di Calabresi: sono le 9:15 del 17 maggio 1972, il commissario è appena uscito di casa, in via Cherubini, e sta attraversando la strada per raggiungere la sua macchina, una FIAT 500 blu, quando un uomo (secondo i testimoni oculari, molto alto) lo fredda alle spalle con due colpi di pistola, uno alla nuca e l'altro alla schiena, per poi fuggire.

Dopo la sua morte la testata di Lotta Continua esce con questo titolo: 'Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli'.

Aldo Giannuli, perito del tribunale di Milano, oggi commenta così la mancanza di protezione verso il commissario: «Era stato trasformato in un simbolo e per questo motivo in un bersaglio. La stessa scelta di confermare Calabresi e addirittura di promuoverlo nella città di Milano nonostante le campagne stampa, nonostante la violenza delle polemiche e nonostante addirittura l'avviso di reato dell'agosto '71 per 'omicidio preterintenzionale della persona di Giusepppe Pinelli', era una scelta che evidentemente lo esponeva a rischi molto gravi!».

Calabresi viene ucciso alla presenza di numerosi testimoni oculari che forniscono quindi precise testimonianze e che permettono la ricostruzione di un primo identikit del killer: il 17 maggio del 1972 viene segnalato dalla questura di Pavia Mathias Deichmann un giovane tedesco di 29 anni dell'Unione italiana marxisti-comunisti, che assomiglia molto all'identikit, ma ha un alibi di ferro. Due giorni dopo, il 19 maggio Ugo Ferretti, pregiudicato e detenuto, dichiara di aver sentito negli ambienti di LC la necessità di uccidere Calabresi. Il 20 settembre sempre dello stesso anno viene fermato alla frontiera Gianni Nardi noto esponente neofascista, a bordo di una macchina carica di esplosivi, detonatori e pistole: uno degli agenti nota la sua straordinaria somiglianza con l'identikit, ma Nardi fornisce un alibi confermato da diversi testimoni.

Nel 1980 militanti delle Brigate Rosse e di Prima Linea, collaboratori di giustizia come Roberto Sandalo, Marco Donat Cattin, e Michele Viscardi, riferiscono che l'omicidio Calabresi era maturato nell'ambito dell'ambiente di Lotta Continua. Ma si tratta solamente di voci.

Nel luglio del 1988 Leonardo Marino, ex militante di LC, a seguito di una crisi di coscienza confessa ai carabinieri di aver partecipato all'omicidio.

La testimonianza di Leonardo Marino
Secondo Leonardo Marino nell'autunno del 1971 Giorgio Pietrostefani, uno dei leader di LC, gli avrebbe comunicato che l'esecutivo politico dell'organizzazione aveva deciso di uccidere Calabresi. A lui, nello specifico, veniva chiesto di occuparsi della guida della macchina, mentre Ovidio bompressi sarebbe stato l'esecutore materiale. Marino però voleva avere conferme dal leader indiscusso del movimento, Adriano Sofri, che avrebbe quindi incontrato il 13 maggio del '72 durante un comizio a Pisa. Qui, sempre secondo la versione di Marino, Sofri gli avrebbe confermato la necessità dell'operazione. In seguito, quindi, Marino si sarebbe recato insieme a Ovidio Bompressi a Milano dove, dopo aver rubato una macchina, la mattina del 17 maggio, avrebbero ucciso il commissario Calabresi.

Questa testimonianza ha portato dopo sette processi a 22 anni di carcere per Ovidio Bompressi come esecutore materiale, e per Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti dell'omicidio.

Leonardo Marino, oggi parla di sé: «Io sono nato in provincia di Caserta, a Pastrano, sono nato nel '46 e sono rimasto nel mio paese fino a 5 anni, poi siccome mio padre era ferroviere ci siamo trasferiti a Torino; non erano ancora gli anni del boom delle emigrazioni di massa verso il nord, eravamo pochi e per me così un bambino di 6 anni andare a scuola in un posto dove eri il 'terrone' non era facile. Il mio primo lavoro è stato in una fabbrica di occhiali, nel frattempo avevo fatto domanda alla FIAT, il traguardo massimo per chi viveva a Torino, e ho lavorato lì fino a quando sono stato licenziato, nel '70, per un motivo banale, perché ritardai a inviare un certificato medico. All'interno di LC ero conosciuto da tutti, non stavo né con l'uno né con l'altro, ero amico di tutti».

I processi
I processi sui militanti di LC si sono basati sulle dichiarazioni dei testimoni oculari rilasciate nel '72 e sulla confessione di Marino dell'88, unitamente a una nuova dichiarazione degli stessi testi oculari del '72.
I processi sono stati ben sette:
1990, Processo di Primo grado: i tre imputati vengono condannati a 23 anni di carcere, mentre Marino a 11 anni.
1991, Primo Processo d'Appello: le condanne vengono confermate.
1992, le Sezioni Riunite della Corte di Cassazione annullano le condanne.
1993, Secondo Processo d'Appello: tutti gli imputati vengono assolti, compreso Marino. Il giudice relatore redige la motivazione della sentenza in contrasto con la decisione della Corte.
1994, la Prima Sezione della Corte di Cassazione annulla la sentenza di assoluzione. 1995, Terzo Processo d'Appello: gli imputati vengono nuovamente condannati a 22 anni, mentre per Leonardo Marino il reato viene dichiarato prescritto.
1997, la Quinta Sezione di Cassazione conferma le condanne.

Le incongruenze tra Marino e i 'testi'
I processi sono dunque sette, ma non sono comunque bastati a fugare i dubbi intorno alla confessione di Marino, a causa delle incongruenze tra la testimonianza di questi e quella dei testimoni oculari. Tali dubbi riguardano quattro questioni in particolare:

Il momento in cui Marino sarebbe stato assoldato come autista per l'omicidio
Marino racconta di aver ricevuto da Sofri il mandato di uccidere Calabresi il 13 maggio del '72 durante una conferenza a Pisa. Secondo il testimone, Guelfo Guelfi, ciò non era possibile: «Io rimasi sempre accanto ad Adriano, discutemmo con chi lo salutava, con chi poneva problematiche, e poi ce ne andammo verso la macchina. Si avvicinò molta gente, ma certamente non vidi Leonardo Marino. Io e Adriano rimanemmo molto prossimi dall'inizio del comizio fino a sera a casa della sua ex moglie Alessandra Peretti. Siamo stati a distanza di 1 metro e mezzo dalle 6 del pomeriggio fino alle 10 di sera. Riguardo al fatto che Marino venne a casa della moglie mi pare la ciliegina sulla torta della sua contraddizione, perché se un mandante di un omicidio tanto efferato e complicato come quello Calabresi, avesse dovuto dare delle disposizioni e articolarle con delle motivazioni, quale migliore occasione poteva essere quella dell'incontro a casa di Alessandra Peretti dove appartatamente e separatamente avrebbero potuto parlare'!'Marino non si ricorda, se l'è ricordata dopo quella circostanza! È un piatto freddo, costruito: un po' incassa Marino, un po' i carabinieri, un po' il Tribunale di Milano'».

Eppure riguardo a ciò la Quinta Sezione di Cassazione del '97 ha affermato: 'Non sono state affatto ignorate o inesattamente valutate le deposizioni dei testi sui movimenti di Sofri dopo il comizio, in particolare Guelfi, ma correttamente rinvenuto che nessuno di essi abbia dichiarato di aver seguito Sofri come un'ombra minuto per minuto e di averlo tenuto costantemente sotto controllo'.

A questa Quinta Sezione si contrappone però una sentenza precedente, quella del 1992 quando le Sezioni Riunite, ovvero il fior fiore delle sezioni raccolte in un organo collegiale di grande importanza, riconobbero nelle parole del Guelfi una chiara testimonianza a favore di Sofri e degli altri imputati.

L'incidente automobilistico avvenuto prima dell'omicidio
Quel 17 maggio, avviene un incidente tra la macchina dei killer e un teste oculare, Giuseppe Musicco, proprio pochi minuti prima dell'omicidio.
Marino racconta che salito a bordo della FIAT 125, precedentemente parcheggiata nei pressi dell'abitazione di Calabresi, dopo averla messa in moto si era mosso verso il portone del commissario, ma mentre usciva dal parcheggio aveva avuto un piccolo incidente: aveva infatti urtato col parafango contro un'altra macchina che si accingeva a parcheggiare. Fuggito dal luogo dell'incidente si era poi fermato davanti a un negozio di frutta e verdura (lì vicino) per circa un quarto d'ora prima dell'omicidio.

Secondo Giuseppe Musicco, il guidatore dell'altra macchina, le cose erano andate diversamente: una macchina lo aveva speronato sul parafango e sul paraurti anteriore sinistro per poi fuggire; subito dopo passando in via Cherubini aveva notato in gruppo di persone al numero 6 dove vi era un uomo ferito a morte da dei colpi di pistola: aveva subito dedotto che la macchina che lo aveva urtato era collegata al delitto.

Anche su questo fatto la Quinta Sezione di Cassazione del '97 e le Sezioni Riunite del '92 divergono: la prima dà credito a Marino, mentre la seconda si basa sulle dichiarazioni date dai testimoni subito dopo l'omicidio, in questo caso al signor Musicco, il quale dichiarò che tra l'incidente e l'omicidio passarono solo pochissimi minuti e non più di un quarto d'ora come invece afferma Marino.

Il movimento del killer
Secondo il racconto di Marino, il killer, ovvero Bompressi, stava appoggiato al muro del portone e fingeva di leggere il giornale mentre aspettava che Calabresi uscisse di casa. Quando il commissario era uscito dal portone per andare verso la sua macchina, Bompressi lo aveva quindi colpito alle spalle con due spari a brucia pelo, per poi scappare in macchina con Marino che lo stava aspettando.

Secondo il teste oculare, Pietro Pappini, che si trovava dietro la macchina guidata da Marino, il killer non si trovava appoggiato vicino al portone, bensì dentro la macchina che stava davanti a lui e che procedeva molto lentamente.
Il teste raccontò: «Dalla macchina scese un uomo alto che raggiunse il commissario, gli puntò la pistola con canna lunga ed esplose due colpi alla tempia. Mentre la vittima si accasciava al suolo, lo sparatore teneva sempre la pistola in mano, indietreggiava e raggiungeva l'auto che nel frattempo si era avviata, prendendo posto sul sedile accanto a una donna che guidava».
Anche un altro testimone, Luigi Gnappi, fornisce il particolare della donna al volante: «A fianco del killer c'era una donna, mi sembrava molto giovane».

Ancora una volta la Quinta Sezione di Cassazione del '97 e le Sezioni Riunite del '92 divergono, dando credito rispettivamente a Marini una e a Pappini e gli altri testi l'altra.

L'ala estremista di Lotta Continua
Un altro punto importante riguarda il movimento di Lotta Continua: durante i processi si dà infatti grande importanza all'esistenza di una struttura illegale al suo interno; ne sarebbero prova le rapine di autofinanziamento e gli assalti alle armerie che alcuni esponenti di LC avevano fatto.

Guido Viale, esponente di LC, oggi dice: «Uno degli argomenti principali per dimostrare l'esistenza di gruppi armati è che tre militanti di LC, due a Roma e uno a Milano (tra l'altro dei ragazzini relativamente giovani) sono stati trovati in possesso di armi provenienti da una rapina a Torino, che poi a posteriori Marino ha denunciato come fatta da militanti di LC, e non da lui che invece non vi avrebbe partecipato'che una prova del genere basti a sostenere la tesi per cui esisteva una lotta armata mi pare francamente un po' folle!».

Marino invece racconta: «Fino alla fine del '72 all'interno di LC c?è stata questa voglia di lotta armata, e questo non è che lo dico io, basta leggersi tutti gli atti di quel periodo, i volantini, i convegni'».

Ma anche altri esponenti del movimento dichiarano cose diverse rispetto a Marini, tra questi Enrico Baglioni un ex militante di LC passato poi a Prima Linea: «Io stavo nella sezione più importante, quella di Sesto San Giovanni, dove c'era continuamente lo scontro con i fascisti di Monza; non abbiamo mai usato le armi, se non per difesa, la dotazione era quelle delle manifestazioni di piazza, cioè quelle che dichiara anche D'Alema, le molotov'uso delle armi all'interno di LC non ce n'era: né uso e consumo, né sentore'invece a Prima Linea dopo tre mesi sono stato arrestato con altre sei persone mentre ci stavamo addestrando per l'uso delle pistole: eravamo 7 persone con 7 pistole!».

Anche in questo caso la Quinta Sezione di Cassazione del '97 e le Sezioni Riunite del '92 divergono: le Sezioni Riunite infatti dichiararono: 'Non è affatto dimostrato che si sia qualificata come un'organizzazione di tipo terroristico, ma piuttosto come strumento di acquisizione di mezzi finanziari con le rapine e di promozione di una violenza diffusa nell'ottica di uno scontro armato contro gli avversari politici, i fascisti'.
Mentre la Quinta Sezione dichiarò: 'Detta struttura illegale armata, aveva carattere militarista terroristico considerato il numero sproporzionato di armi micidiali (circa sessanta trovate nella sola armeria Leone di Torino) distribuite tra i vari militanti, utilizzate per l'addestramento e usate sia per rapine che per atti intimidatori'.

I dubbi sulla confessione di Marino
Secondo quanto dice Leonardo Marino il suo pentimento sarebbe arrivato dopo il fallimento di una rapina: si reca prima dal parroco del suo paese Duca di Magra, e poi dai Carabinieri. Il prete racconta che Marino gli disse di avere dei grossi pesi e delle difficoltà, che parlò in modo molto vago senza confessarsi realmente, ma come si parla da amico ad amico, senza entrare nei particolari.

Prima di recarsi dai Carabinieri Marino vuole avvertire il PCI, partito al quale è iscritto, e si reca quindi dal Senatore comunista Flavio Bertone, che racconta: «Mi raccontò la sua vita, il fatto che era implicato in prima persona nel delitto; sentì che in lui c'era molta amarezza verso Sofri (lui prima aveva molta stima per lui, tant?è che suo figlio l'ha chiamato Adriano). Mi raccontò come secondo lui era accaduto l'omicidio e il fatto che a suo avviso il mandante era stato Sofri, mentre lui era al volante. Mi raccontò di lui più che altro, non mi raccontò di Pietrostefani e Bompressi. Non riuscivo a capire quale fosse la molla, a me non parlò molto di pentimento. Resta il fatto che io alla fine gli dissi che aveva sbagliato ufficio. È stata la prima e l'ultima volta che l'ho visto».

Il 19 luglio dell'88 quindi arriva la confessione ufficiale, ma durante il dibattimento emerge che Marino aveva preso i contatti con la Polizia già dal 2 luglio: ci sono quindi 17 giorni di contatti non verbalizzati che la magistratura non ha mai potuto prendere in considerazione. Secondo alcuni è proprio questo buco nero a suscitare delle perplessità.

Dante Taccola, abitante di Rocca Di Magra, parla dei suoi dubbi sull'intera vicenda: «Marino era un abitante così, tranquillo, ma era povero, perché viveva soltanto per quei tre soldi che guadagnava come giardiniere, e grazie a sua moglie che faceva la chiromante. Dopo i fatti di Sofri, come lui è ritornato, si è comprato il camper nuovo e l'appartamento a Sarzana: senz'altro gli sono arrivati dei soldi da qualche parte, uno non può trasformare la sua vita da un giorno all'altro così?».

Di questo avviso è anche lo stesso Parroco dal quale Marino si recò per confessarsi: «Ritengo che abbia ottenuto dei soldi in cambio della sua testimonianza, ma non mi chiedo da chi e perché?».

Ma Marino replica alle accuse: «Io posso provare che tutto quello che ho, l'ho ottenuto con il mio lavoro, posso far vedere le cambiali che ho pagato in questi anni, per il furgone, posso dimostrare che sto ancora pagando il mutuo della mia casa e ne ho ancora per dieci anni. Chi lo dice lo dimostri!».

Il militante di LC, Franco Bolis, è tra coloro che non credono alla confessione di Marino e spiega i suoi personali ragionamenti sui fatti e sul comportamento di questi: «Quando nell'88 arrestarono i miei amici mi chiamò un amico e mi disse: 'Chi è sto Marino'? Non lo sapeva e invece io lo sapevo perché Marino era un operaio bravo. Quando mi hanno detto che aveva fatto questa cosa sono rimasto allibito, mi sono chiesto perché aveva fatto questa cosa e mi son trovato a fare ragionamenti non politici'l'amicizia che si rompe, l'amicizia che diventa avversione, l'invidia. Chissà cosa è successo nei suoi rapporti famigliari, amicali, le angosce che ha avuto (come le abbiamo avute tutti) che l'hanno portato a tramutare i sentimenti in odio, soprattutto per Adriano, che era la persona che amava di più. Chi l'ha indotto' Non penso a complotti, penso alla miseria umana'è un mistero, che però è diventata una cosa molto grave per noi'soprattutto per i miei tre amici in galera'».