Il 1 ottobre 1978 i carabinieri fanno irruzione nel covo delle BR a Milano, in Via Montenevoso. In quel covo c’è anche il memoriale Moro, scritto nei 55 giorni di prigionia. Perché, da allora, le carte di Moro sono un mistero? Ma ripercorriamo rapidamente le diverse sequenze della vicenda Moro: la guerra psicologica delle BR, le polemiche che s’incrociano tra i partiti, gli appelli disperati, l’incubo, la tenue speranza, il sopraggiungere di eventi e diversivi, la scoperta del covo di Via Gradoli, la vana e gigantesca battuta sul lago della Duchessa in Abruzzo. Avvenimenti di una tragedia che ha finito per interessare tutto il mondo: il dramma umano di Aldo Moro, il leader prigioniero tenuto “sotto pieno e incontrollato dominio”, come egli stesso ha scritto nella prima delle sue lettere, sia pure così controverse. E perché infine lo hanno ucciso? Qual è la vera logica delle BR durante quelle terribili settimane? Una grande oscurità grava dunque sullo spietato avversario, avvolto nel mistero, che stringe in una morsa la vita di Aldo Moro. “Una lotta contro ignoti”, ha affermato Giulio Andreotti.


Tra i misteri che circondano il caso Moro quello delle "carte", a quasi trent'anni dal rapimento, ancora proietta un cono d'ombra sull'intera vicenda. Dove sono le due borse di documenti che lo statista portava con sé al momento del rapimento e mai ritrovate? Che fine hanno fatto i manoscritti originali del memoriale che Moro scrisse dal "carcere del popolo" per rispondere alle domande dei suoi carcerieri?
 
Una storia intricata costellata da colpi di scena, omicidi sospetti e silenzi inspiegabili. Gli stessi brigatisti, che in più di un occasione durante il rapimento (comunicati 5, 6 e 9 ) dichiararono che "tutto sarà reso noto al popolo", non mantennero la loro promessa. In queste carte Moro parlava di segreti di Stato, di strategia della tensione, di intrecci tra politica e affari, di finanziamenti occulti ai partiti e di molto altro ancora, ma nulla di tutto questo verrà reso noto al "popolo rivoluzionario".

Il covo di Via Montenevoso
Dal 9 maggio 1978, giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro a Via Caetani, gli obiettivi sono due: trovare gli assassini e capire di quali segreti di Stato i brigatisti possano essere venuti a conoscenza. Il giorno dopo, il 10 maggio, il ministro dell'interno Francesco Cossiga si dimette e subentra al suo posto il democristiano Virginio Rognoni. È suo il compito di coordinare le indagini e riferire al Governo.

Nell'immediato gli inquirenti brancolano nel buio, ma poi il 24 giugno 1978 a Firenze succede qualcosa. Nel deposito degli autobus di linea, viene ritrovato sotto a un sedile un borsello. Dentro ci sono una pistola automatica con il colpo in canna, fogli dattiloscritti con riferimenti al partito armato, un mazzo di chiavi, un promemoria per un appuntamento dal dentista, il libretto di circolazione e l'atto di compravendita di un motorino con un nome una firma.

Gli indizi portano tutti a Milano dove opera un nucleo di carabinieri che si occupa esclusivamente di terrorismo a guidarlo sono tre giovani capitani dell'Arma: Umberto Bonaventura, studioso del fenomeno eversivo delle Brigate Rosse, Alessandro Ruffino, esperto analista di documenti e Roberto Arlati, l'uomo operativo del gruppo.

Ruffino confronta la firma apposta sul documento con le schede dei brigatisti che hanno fatto il servizio militare, arrivando all'identificazione di Lauro Azzolini, noto brigatista, latitante e ricercato per l'omicidio del vice questore Francesco Cusano ucciso a Biella il 2 settembre del 1976.

Azzolini era stato fermato a un posto di blocco da Cusano che accortosi di irregolarità sui documenti, chiede di essere seguito alla vicina stazione di P.S. Azzolini scende dalla macchina e spara contro Cusano in pieno petto colpendolo mortalmente, ma lascia la patente ovviamente falsa. La foto e la firma di quel documento corrispondono sia a quelle ritrovate nel borsello a Firenze che a quelle sulla scheda di leva.

Dopo attente indagini si circoscrive la zona intorno a Via Montenevoso. Poi, dopo una lunga serie di appostamenti, attraverso le chiavi si identifica il civico n. 8.

Intanto il 30 agosto 1978 il governo conferisce al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, speciali poteri antiterrorismo e gli affida il coordinamento tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi segreti. Il Generale ha carta bianca, con il solo vincolo di riferire direttamente al Ministro dell'Interno. Anche il gruppo che indaga su Via Montenevoso passa dall'anticrimine alle dipendenze di Dalla Chiesa. Al civico n.8 di Via Montenevoso vengono individuati oltre a Lauro Azzolini, Nadia Mantovani e un giovane sconosciuto che si rivelerà essere Franco Bonisoli, uno dei componenti del gruppo di fuoco di Via Fani.

Anche la Mantovani è già nota agli inquirenti, è una latitante fuggita al soggiorno obbligato, dopo l'arresto di Via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio. Nel settembre del 1978 Arlati informa della scoperta il suo diretto superiore il Colonnello Bozzo che lo riferisce a Dalla Chiesa. L'ordine è di aspettare e di continuare ad indagare. Dopo diversi mesi di pedinamenti e appostamenti vengono scoperti anche altri tre covi.

La domenica del primo ottobre 1978 il Generale Dalla Chiesa decide per l' irruzione nel covo di Via Montenevoso. Aspettano che Azzolini esca come ogni domenica mattina per recarsi a Firenze e lo bloccano all'esterno dell'appartamento. Colti di sorpresa la Mantovani e Bonisoli si arrendono immediatamente. Contemporaneamente gli uomini di Dalla Chiesa irrompono negli altri due covi di Via Pallanza e di Via Olivari e nella tipografia di Via Buschi. Alla fine il bilancio dell'operazione è trionfale. I brigatisti arrestati sono 9, inoltre è stato rinvenuto molto materiale: appunti, agende, armi, esplosivi e banconote.

La scoperta del memoriale di Moro
Nell'appartamento ci sono fogli e classificatori sparsi dappertutto e in un plico con la copertina azzurra aperto su di una scrivania c'è la trascrizione dattiloscritta dell'interrogatorio di Aldo Moro durante i 54 giorni della sua prigionia. Il capitano Arlati informa subito il suo diretto superiore il colonnello Nicolò Bozzo che informa Dalla Chiesa. Alle 10 arriva a Via Montenevoso anche il Sostituto Procuratore Ferdinando Pomarici.

Quella stessa notte il generale Dalla Chiesa si precipita a Roma portando delle carte al Ministro dell'Interno Rognoni che le consegna a sua volta al Presidente del Consiglio Andreotti. Il memoriale contiene giudizi molto pesanti su Andreotti che comunque, a quanto riferisce Rognoni, non dà segno d'indignazione.

Delitti misteriosi intorno alle carte di Moro
Mentre il governo valuta se rendere pubbliche o no le carte trovate a Via Montenevoso, sulla stampa cominciano a filtrare le prime indiscrezioni e scoppiano polemiche. Giorgio Bocca su la Repubblica del 5 ottobre 1978 scrive che le carte di Moro sono state esaminate da personalità politiche e militari prima che dalla magistratura. Sempre sulla Repubblica il 6 ottobre Battistini titola: "Tutto contro Andreotti il memoriale di Moro". Nell'articolo il giornalista riporta le confidenze del generale Enrico Galvaligi stretto collaboratore di Dalla Chiesa. Il 17 ottobre la rivista OP (Osservatore Politico) il giornalista Mino Pecorelli allude alla presenza di nastri registrati con la viva voce del Presidente Moro.
Il 18 ottobre il governo decide di rendere pubbliche le carte trovate in Via Montenevoso.

Per tutto il mese di ottobre la rivista OP continua a occuparsi delle carte di Moro. Secondo Pecorelli Moro avrebbe rivelato segreti esplosivi NATO, tanto che dopo il suo sequestro i vertici dell'alleanza atlantica avrebbero deciso di cambiare i piani operativi dell'intero scacchiere europeo.

Nel numero del 6 febbraio 1979 OP comincia una campagna contro il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, riprendendo da una parte le accuse contenute nello stesso memoriale Moro e dall'altra ne lancia di nuove.  Andreotti viene definito "un capo assoluto al quale tutto per la ragion di Stato viene concesso". Con feroce, allusivo sarcasmo il giornalista lo critica per i rapporti con Salvo Lima e gli affibbia soprannomi, alcuni dei quali poi entrati nel comune gergo giornalistico: "Divo Giulio", "Padrino", "Super padrino", fino all' ultimo, dispregiativo, "Biscione". Tra gli altri obiettivi anche "personaggi legati a doppio filo - secondo Pecorelli - al gruppo di potere dell' onorevole Andreotti", come lo stesso Claudio Vitalone, "con il quale sembrava aver ingaggiato una contesa personale".
Gli articoli di Op "denunciavano sempre episodi di malcostume e corruzione", spesso con "puntuali e documentate anticipazioni", come per lo scandalo dei petroli, le vicende della Sir di Rovelli, l' affare Italcasse e soprattutto la vicenda Moro.
Nei primi di marzo Pecorelli incontra il colonnello Antonio Varisco, altro stretto collaboratore di Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo e anche l'avvocato Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata di Sindona. Il 20 marzo 1979 il giornalista Mino Pecorelli viene assassinato in auto mentre lascia la redazione del suo giornale al quartiere Prati di Roma. Il 12 luglio a Milano viene ucciso Giorgio Ambrosoli, il giorno dopo è la volta del colonnello Varisco ucciso a Roma da un commando delle Brigate Rosse. Ma nessun indagine ha mai dimostrato un collegamento tra questi omicidi. Allo stato attuale si può parlare soltanto di tragiche coincidenze.

Il 31 dicembre del 1980 toccherà anche al Generale Enrico Galvaligi dell'ufficio di coordinamento dei servizi di sicurezza delle carceri, ucciso sempre ad opera delle Brigate Rosse. Secondo Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, c'è sicuramente un qualche legame tra tutti questi omicidi e gli scritti di Moro. Galvaligi era stato il primo a riferire che vi era un manoscritto: lo disse al giornalista Battistini, lo disse anche a Scalfari.

Il ritrovamento è parziale
Che fine hanno fatto gli originali? Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 23 febbraio 1982, davanti alla Commissione Moro, incalzato da Leonardo Sciascia, fa un'ammissione incredibile: 'Il memoriale trovato in Via Montenevoso è incompleto. Mi chiedo ancora oggi dove sono le borse, dov'è la prima copia, questo è il mio dubbio, tra decine di covi non c'è stata traccia di quel documento che si riferiva all'interrogatorio. Non c'è stato un brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di quel tipo o lamentato la sparizione di qualcosa. Mancano gli originali del dattiloscritto, i manoscritti, mancano le registrazioni degli interrogatori, mancano le borse che Moro aveva con sé al momento del rapimento in Via Fani". A questi interrogativi Dalla Chiesa non avrà mai una risposta: nominato prefetto di Palermo verrà ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982.

Tra il 1979 e il 1982 vengono scoperti e arrestati quasi tutti i brigatisti implicati nel caso Moro: Valerio Morucci e Adriana Faranda (29 marzo 1979), Prospero Gallinari (24 settembre 1979), Bruno Seghetti (19 maggio 1980), Anna Laura Braghetti (27 maggio 1980) e il 4 aprile del 1981 il capo delle Brigate Rosse Mario Moretti, ma di queste carte e del loro destino non parlano.

Dietro un intercapedine. 10 ottobre 1990
Dodici anni dopo la prima scoperta del covo via Montenevoso torna a far parlare di sé. Il 10 ottobre del 1990 un muratore durante i lavori di ristrutturazione dell'appartamento trova dietro un intercapedine un mucchio di fogli di carta, una pistola e un mitra.

Resta un mistero come è stato possibile per i carabinieri non scoprire durante la prima perquisizione l'esistenza di questa intercapedine di gesso posta sotto una finestra. Flamigni afferma che nel 1978 il sostituto procuratore Pomarici lo aveva assicurato che la perquisizione era stata fatta alla perfezione che: "quell'appartamento era stato scarnificato".

Alla presenza di Achille Serra, capo della DIGOS e del sostituto procuratore Pomarici, lo stesso magistrato del primo ritrovamento, vengono rinvenuti e verbalizzati i seguenti oggetti: una borsa nera con sessanta milioni di lire provenienti dal sequestro Costa , un fucile mitragliatore avvolto in giornali datati settembre 1978, una pistola Walther PPK e poi una cartella piena di carte avvolte nel nastro adesivo: sono le carte di Moro.

Lettere, disposizioni testamentarie e il famoso memoriale: in tutto 421 fogli , 229 dei quali sono le fotocopie delle risposte manoscritte che Aldo Moro ha scritto di suo pugno per rispondere alle domande dei suoi carcerieri. Nel 1978 sono state ritrovate in forma dattiloscritta ma ora ci sono 53 pagine in più.
Alcuni passaggi corrispondono al testo dattiloscritto del '78 altri contengono ulteriori informazioni. Ancora Andreotti e i suoi rapporti con Sindona, brani inediti, ma soprattutto riferimenti a Gladio. Questa volta ci sono 53 pagine in più. Il magistrato romano Franco Ionta ha verificato le differenze tra il testo manoscritto e quello dattiloscritto, in alcuni di questi passaggi si parla della struttura Gladio: un'organizzazione clandestina promossa dai servizi d'informazione italiani e dalla NATO per contrastare un'eventuale invasione sovietica dell'Italia.

Il 24 ottobre del 1990, quindici giorni dopo la scoperta delle nuove carte trovate a Via Montenevoso, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ammette per la prima volta l'esistenza di una struttura segreta denominata Gladio, conosciuta come stay-behind dentro la Nato. Molti pensano che si tratti di una struttura illegale. Oltre che a prepararsi per una invasione sovietica, il ramo italiano avrebbe dovuto agire in caso di elezione in Italia di un governo comunista. Poiché l'Italia era la nazione in cui era più probabile l'elezione a mezzo di libere elezioni di un governo a guida comunista (il PCI raccolse, dal 1963 in poi, una percentuale sempre superiore al 25% del voto popolare, con punte del 34,4%, e alcune correnti della DC reputavano possibile un suo coinvolgimento nel governo), il ramo italiano di Gladio divenne anche la più grossa organizzazione "stay-behind" della NATO. Quando l'esistenza di Gladio diventa di pubblico dominio viene pubblicato un elenco di 622 "gladiatori", ufficialmente tutti i partecipanti dalla fondazione allo scioglimento dell'organizzazione, ma da più parti questa lista viene considerata incompleta per il ridotto numero di operativi, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell'organizzazione.

L'ammissione di Bonaventura alla commissione Stragi
La commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino dal 1994 al 2001 decide di risentire tutti i protagonisti di questa vicenda del "memoriale" a partire dal primo ritrovamento del 1978. Il 23 maggio del 2000 il colonnello Bonaventura dichiara ai membri della commissione che le carte di Moro ritrovate durante il primo blitz a Via Montenovoso furono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della Magistratura e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale Dalla Chiesa.

Nel 2004 un nuovo colpo di scena, anche il capitano Arlati racconta la sua verità in un libro scritto insieme al giornalista Renzo Magosso: Le carte di Moro, perché Tobagi. Quel giorno, racconta Arlati, Bonaventura arrivò a Via Montenevoso a metà mattinata e si prese la cartella azzurra che conteneva l'interrogatorio di Aldo Moro. Le porta via per fotocopiarle e verso le sei e mezza le riporta al covo. Arlati ha l'impressione che forse manca qualcosa dato il volume dei fogli. Ma Bonaventura non può replicare alle affermazioni di Arlati: muore per infarto il 7 novembre del 2002 nella sua abitazione.
Che fine hanno fatto gli originali manoscritti del memoriale di Moro? I brigatisti dicono che è stato distrutto. A Bonisoli fu detto che erano stati bruciati poco dopo il loro arresto in Via Montenevoso eppure nei giorni del sequestro Moro, i brigatisti scrissero più volte che "tutto sarebbe stato rivelato al popolo rivoluzionario" eppure non lo faranno mai. Flamigni afferma che quando andò a parlare con Moretti gli disse che più o meno tutto il memoriale era stato pubblicato dai giornali, meno una parte che "era stata imboscata dai servizi segreti", testuali parole. Di quale parte si tratta?

Gli elenchi degli appartenenti a Gladio
Nel 2001 due magistrati consulenti della commissione Stragi Libero Mancuso e Gerardo Padulo scoprono in un archivio della Digos documenti sorprendenti, contrassegnati da questa dicitura: 'Sequestro Moro, documenti ritrovati in Via Montenevoso, elenchi appartenenti all'organizzazione Gladio, documenti riservatissimi che al tempo non erano stati inviati alla magistratura. Un elenco più lungo di quello fornito da Andreotti nel 1990 che indicava in 622 il numero dei gladiatori. In quel momento bisognava epurare quell'elenco da nomi scomodi appartenenti a partiti della destra o a movimenti eversivi. I due magistrati trovano altri due elenchi, uno di 860 nomi e un altro di 1022 nomi: circa 1900 nomi.

Secondo Paolo Inzerilli, capo di Gladio dal 1974 al 1986 e dal 1989 al 1991: "Di questi 1900 nomi una parte erano quelli che venivano chiamati "negativi" che avevano delle caratteristiche tali per cui non li avremmo mai reclutati in nessun momento per procedimenti penali, o questioni ultra politiche. Tra questi nominativi c'era gente, tipo Nardi (Gianni Nardi), un'altra parte di questi nominativi erano tutti "positivi", gente che non aveva problemi di alcun tipo, ma che non è mai stata reclutata. L'elenco consegnato in fretta e furia il 6 di novembre (1990) in previsione del fatto che il presidente del Consiglio doveva parlare due giorni dopo, non era stato completato nel senso che non si era stata fatta questa verifica di quanti pur essendo positivi o non avevano aderito o non erano stati reclutati".

Ancora oggi la procura di Roma sta indagando sul mistero delle Carte di Moro: anche sulla base della documentazione acquisita della Commissione Mitrokhin si aprono nuovi scenari. Il pm Franco Ionta ha detto a La Storia siamo noi: "di una possibile eterodirezione esterna rispetto alle Brigate Rosse per interessi diversi da quelli dell'organizzazione nazionale che ha operato materialmente il sequestro Moro, ma su questo ci sono investigazioni in corso e non posso dire. Si fa riferimento a un soggetto, indicato come terrorista internazionale".