Il 1948 segna una svolta cruciale per la storia italiana: è l'anno della Costituzione e delle prime elezioni dell'Italia repubblicana dopo il ventennio fascista e la Seconda guerra mondiale, ma è anche l'anno in cui il Paese sfiora la guerra civile per via dell'attentato a Palmiro Togliatti.
La mattina del 14 luglio, il segretario generale del PCI viene gravemente ferito dai colpi di pistola sparati dal giovane studente siciliano Antonio Pallante. La notizia dell'attentato muove alla rivolta il popolo della sinistra, con gravi ripercussioni in molte città della penisola; per due giorni, uno stato di ansia febbrile e generalizzata fa temere per le sorti della appena nata democrazia.


L'Italia dell'immediato dopoguerra ed il ruolo di Togliatti
Il Paese esce lacerato dal Secondo conflitto mondiale: alle devastazioni della guerra si aggiungono gli scontri tra le forze politiche che hanno sostenuto la Resistenza.
Il 21 giugno 1945, a due mesi dalla Liberazione, Palmiro Togliatti è nominato Ministro di Grazia e Giustizia nel governo Parri, dopo i due precedenti mandati senza portafoglio ottenuti negli esecutivi retti da Badoglio e Bonomi; tale incarico gli viene riconfermato nel governo De Gasperi che dopo soli sei mesi, il 10 dicembre 1945, succede a Parri.
Nel ruolo di Guardasigilli è proprio Togliatti, ideologo ortodosso ed intransigente che ha trascorso il ventennio fascista a Mosca a fianco di Stalin, a proporre nel giugno 1946 una grazia per gli ex fascisti, nell'intento di avviare un processo di riconciliazione nazionale in un momento così delicato: sono stati avviati i lavori dell'Assemblea Costituente, per dare al Paese una Carta che incarni i principi della democrazia, ed è stato appena indetto il referendum con cui gli italiani sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica.

L'amnistia è l'ideale prosecuzione della politica conciliante promossa da Togliatti durante la cosiddetta 'Svolta di Salerno' del 1944, proposta con lo scopo di cementare la collaborazione tra i comunisti e le altre forze politiche, in una prospettiva di unità democratica e antifascista, e, a conflitto concluso, in nome di un programma di rinnovamento delle istituzioni.
Con il medesimo intento ai partigiani, che avevano combattuto contro l'occupazione tedesca e la Repubblica Sociale di Mussolini, viene chiesta la consegna delle armi: l'utopia rivoluzionaria cede così il passo all'accettazione delle regole democratiche. Il programma del PCI, pur sostanzialmente ispirato da Stalin, è strettamente moderato e conforme alla realtà italiana, dato che nella nuova logica dei "blocchi contrapposti", nel fragile equilibrio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, l'Italia si trova in un critico crocevia.

Nel 1947 De Gasperi si reca a Washington per l'attuazione del Piano Marshall: gli Stati Uniti si impegnano a garantire aiuti economici per la ricostruzione dell'Italia ma esigono come contropartita che Togliatti, insieme a tutte le forze di ispirazione comunista e socialista, venga estromesso dal governo. Tale scelta, fondamentale per la ricostruzione del Paese, finisce comunque con l'inasprire i rapporti tra gli schieramenti politici e funge da premessa alle ulteriori radicalizzazioni dello scontro che si manifesteranno l'anno successivo.

Il 1948
L'anno si apre con il varo della Costituzione repubblicana avvenuto il 1° gennaio, ed è l'ultimo momento di coesione e condivisione tra le forze politiche italiane poiché si apre una campagna elettorale durissima in preparazione delle elezioni, indette per il 18 aprile.
Infatti, il dialogo e la collaborazione che avevano distinto l'operato dell'Assemblea Costituente, sembrano esaurirsi e la corsa al voto si prospetta come un aperto scontro: da una parte si schiera il Fronte Popolare, guidato da Togliatti e basato sull'alleanza tra il PCI e i socialisti di Pietro Nenni, e dall'altra la Democrazia Cristiana con a capo De Gasperi.

In Italia si apre una vera e propria crociata, alimentata dalla netta presa di posizione del Vaticano: con le dichiarazioni di Papa Pio XII, tutta la sinistra inizia ad essere considerata una minaccia dal mondo cattolico: Togliatti viene dipinto come il 'senza Dio', come il principale nemico della Chiesa. Il Fronte Cattolico, facendo leva sui sentimenti religiosi della popolazione, paventa il pericolo di una rivoluzione comunista e di una invasione sovietica come quella appena subita dalla Cecoslovacchia.
Tra i due schieramenti si instaura un odio reciproco, supportato da una propaganda elettorale così aspra e martellante da configurarsi come una campagna di persuasione di massa.
Il 20 aprile i risultati delle elezioni, le prime della storia della Repubblica, sanciscono la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana, con il 48,5% dei voti. Di fronte al 31% ottenuto dal Fronte Popolare, Togliatti confessa a Franco Rodano, fondatore della Sinistra Cristiana: 'Sono i risultati migliori che potevamo ottenere'. Il leader del PCI sembra rendersi conto del fatto che una vittoria della sinistra avrebbe creato dei gravissimi problemi alla politica italiana ed internazionale.
Dopo la consultazione elettorale, nella società italiana il clima sembra divenire ancora più teso: gli ambienti più anticomunisti - dimenticando che il Fronte Popolare ha raccolto otto milioni di voti - non nascondono la loro intenzione di mettere fuori legge il Partito di Togliatti. All'indomani del voto il ministro dell'Interno Mario Scelba, nel timore di una sollevazione popolare da parte delle sinistre, preannuncia un avvenire carico di difficoltà e gravi problemi per il mantenimento dell'ordine pubblico.

Se l'ipotesi di uno stato di emergenza delle forze di polizia si rivela prematura, eccessiva e forse ingiustificata, la tensione politica e sociale raggiunge comunque livelli preoccupanti. Il governo De Gasperi non sembra riuscire nel tentativo di appianare la spaccatura, ed anzi in diverse occasioni tende piuttosto ad accentuarla, facendo leva sulla maggioranza parlamentare conquistata dalla Democrazia Cristiana. Esempio ne è la definitiva ratifica del Piano Marshall, un passo talmente importante, a suo giudizio, per lo sviluppo dell'intera nazione da spingere De Gasperi a firmare il trattato senza interpellare le Camere: la sinistra avrebbe osteggiato la ratifica considerandola un atto di sottomissione agli Stati Uniti.

D'altra parte, la preoccupazione del Governo per una sommossa partigiana, ad opera di coloro che continuano a custodire le armi anche dopo la Liberazione, non può essere considerata totalmente infondata. Sebbene i militanti comunisti abbiano accettato loro malgrado gli esiti del voto, un episodio grave, come potrebbe essere un attentato, può fornire un pretesto e diventare la causa scatenante di una rivolta.

L’attentato
La mattina del 14 luglio a Montecitorio è in corso una discussione tenuta da Giulio Andreotti sugli approvigionamenti di carta da distribuire alle varie testate giornalistiche: pochi deputati sono presenti in aula, probabilmente per la “scarsa rilevanza politica del dibattito”. Verso le 11,30 il leader del PCI Palmiro Togliatti decide di allontanarsi dall’aula accompagnato da Nilde Jotti, sua compagna anche nella vita, procedendo come suo solito per l'uscita secondaria che sbocca in Via della Missione.
In quel punto lo aspetta l’"estremista" siciliano Antonio Pallante: corre verso Togliatti e gli spara contro quattro colpi di pistola calibro 38, colpendolo alla nuca, alla schiena e al costato.
Le comunicazioni Ansa di quella mattina riportano: “Roma 14 luglio- Stamane, verso le 11,30, mentre l’Onorevole Togliatti usciva dalla porta del Palazzo di Montecitorio, in compagnia dell’On. Leonilde Jotti, veniva affrontato da un giovane che poi si è appreso essere Antonio Pallante, studente universitario venticinquenne, il quale gli sparava contro alcuni colpi di rivoltella- sembra quattro- tre dei quali lo raggiungevano in varie parti della regione toracica.” (ore 12,00). Il leader del PCI prima di essere trasportato d’urgenza al Policlinico di Roma, nonostante sia morente a terra, ha la forza di comunicare a Nilde Jotti le seguenti parole: “ Prendi la mia borsa e portala a Longo”. Giunto in ospedale, viene immediatamente operato dal chirurgo Pietro Valdoni: le sue condizioni sono critiche e si teme per la sua vita.

L’attentatore, che risulterà poi essere iscritto al Partito Liberale, viene bloccato dai carabinieri durante il tentativo di fuga; dichiara di aver agito in completa autonomia, ed anche le successive indagini lo riconosceranno come unico responsabile dell’agguato. Pallante viene condannato a scontare tredici anni di carcere ma la Cassazione deciderà di ridurre la pena a quattro anni.

L’Italia in rivolta
La notizia dell'attentato si diffonde in tutto il Paese con il giornale radio delle 13, e ovunque la reazione dei lavoratori è immediata: scioperi spontanei, occupazioni delle fabbriche, cortei, scontri con le forze dell'ordine, assalti alle prefetture, alle questure e alle sedi dei partiti di governo.
Le ripercussioni appaiono particolarmente marcate a Roma, nelle campagne toscane e nel Settentrione, in grandi centri industriali come Milano, Torino e soprattutto Genova. La situazione è tesissima: a Genova 50mila tra operai e reduci della Resistenza innalzano barricate per le strade, bloccano i trasporti pubblici e si appostano sui tetti puntando delle mitragliatrici.
Ad Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata, i rivoltosi tranciano i cavi telefonici dell’importante snodo che collega il nord e il sud della penisola, occupano la centrale e uccidono due agenti.

A Roma: “…i manifestanti che tentavano di invadere Palazzo Chigi sono stati respinti dalle forze di polizia che, sotto la pressione della folla, hanno esploso alcuni colpi di arma da fuoco in aria […]. Si sono avuti feriti e contusi tra i dimostranti e agenti di polizia.” (Ansa ore 21,00)
A Torino: “…alle ore 14 tutti i tram sono nelle rimesse, tutti i negozi sono chiusi e tutte le fabbriche grandi e piccole sono occupate e presidiate dagli operai”
A Livorno: “…un agente di pubblica sicurezza è deceduto in seguito agli incidenti della giornata odierna.” (Ansa ore 23,55)
A Genova: “…la polizia ha esploso alcuni colpi in aria a scopo intimidatorio […] a seguito di una disordinata e nutrita sparatoria, restava ucciso tale Biagio Stefani di 29 anni.” (Ansa ore 23,55)
A Milano il senatore del PCI Alberganti dichiara minaccioso: “Il 18 aprile ci siamo contati, oggi ci pesiamo.”

Si susseguono tre giorni di barricate, occupazioni di fabbriche e scontri tra manifestanti e polizia che fanno intravedere a molti, sia a destra che a sinistra, lo spettro di una lacerante guerra civile. L’attentato a Palmiro Togliatti rappresenta quindi il momento di definitiva “resa dei conti” cui vogliono giungere, per interessi contrapposti, sia i settori più conservatori della compagine governativa, sia le frange più marcatamente rivoluzionarie interne alla sinistra.

L'operazione chirurgica di Togliatti va a buon fine: ancora in gravi condizioni, viene costantemente informato dal medico circa l’evolversi dei disordini. Appena uscito dall’anestesia il segretario del PCI ripete il suo invito alla calma (“Scellerati… che non facciano fesserie”) ed impone ai luogotenenti Secchia e Longo, che dirigono il partito in un momento così drammatico, di fermare la rivolta. L'insurrezione di massa delle organizzazioni militanti comuniste si arresta perciò davanti all'ordine di Togliatti: il passaparola che si rincorre attraverso la rete delle sezioni di partito è “Non perdete la testa”.
Alcuni sostengono che anche le imprese di Gino Bartali al Tour de France abbiano contribuito a moderare gli animi: probabilmente lo stesso De Gasperi si preoccupa di incoraggiare personalmente Bartali, prima della gara, convinto che una sua vittoria avrebbe ricondotto gli italiani ad un sentimento di unità nazionale. Il 16 luglio il clima di rivolta sembra essersi ormai placato e il 19 luglio Togliatti, ancora dal letto d’ospedale, rivolge al Paese parole tranquillizzanti: “Le mie forze non sono ancora molto grandi, però sono fuori pericolo e assicuro tutti i compagni che a suo tempo saprò essere al mio posto di lavoro”.
La ribellione lascia sul terreno una ventina di morti e decine di feriti. Nei giorni successivi all'attentato il Paese ritorna alla normalità e i vertici comunisti riescono finalmente, dopo tanto adoperarsi, a recuperare il controllo della base.

La guerra civile è scongiurata
Il democristiano Mario Scelba, Ministro degli Interni, impartisce disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, ma la CGIL dichiara lo sciopero generale per il 14 luglio. I dirigenti dei partiti di sinistra, dopo aver chiesto le dimissioni del Governo, si impegnano a garantire che le manifestazioni non escano dai binari della legalità ma non sembrano in grado di controllare la situazione. L’atteggiamento di Togliatti, che ancora sul letto d’ospedale continua a invitare alla calma e invita il gruppo dirigente comunista alla fermezza, contribuisce a evitare che i disordini sfocino in una guerra civile vera e propria.

Il 15 luglio, il giorno seguente all’attentato, il presidente Alcide De Gasperi apre la seduta del Consiglio dei Ministri denunciando che: “Dopo l'attentato al segretario comunista Palmiro Togliatti, c’è stato un evidente tentativo di sovvertire l'ordine costituzionale” e invitando il ministro Scelba a riferire sulle manifestazioni e gli incidenti in varie parti d'Italia. Dopo aver elogiato gli organi dello Stato per la loro azione, De Gasperi denuncia anche l'esistenza di “un piano” dei comunisti che “intendono attuare al momento opportuno”. Quel piano, secondo il leader della DC, contemplava “il pericolo di una dittatura comunista”.

L’esistenza di un complotto insurrezionale da parte dei comunisti, comunemente chiamato “Piano K”, è oggetto di un'accesa controversia. Se da una parte la preoccupazione degli ambienti cattolici circa una ribellione armata da parte degli ex combattenti partigiani si rivela concretamente fondata, dall’altra l’ipotesi viene fermamente smentita dalla dirigenza comunista, disorientata e incapace di decisioni nei momenti successivi all'attentato, ma impegnata poi per la pacificazione.
Lo stesso Scelba chiarirà anni dopo: "Allontanai, con buonuscite o con trasferimenti nelle isole, per tutto il 1947, gli ottomila comunisti infiltratisi nella polizia... Si diceva che i comunisti avessero un piano insurrezionale, il famoso "Piano K", che sarebbe scattato nell'autunno del 1947 dopo la partenza degli Americani. Ed io, che a quel piano non ho mai creduto, mi comportai come se effettivamente ci fosse".
E’ probabile che in effetti l’unico modo per la burocrazia del PCI di emergere nello scacchiere politico italiano fosse quello di conquistare un riconoscimento del proprio ruolo di opposizione, nella dichiarata impossibilità di partecipare al Governo e incapace di gestire e mantenere un’insurrezione armata in un Paese alleato degli Stati Uniti.

Parimenti, non sussistono documenti per accertare l’esistenza di un ipotetico piano destabilizzante che, secondo quanto avanzato da molti militanti comunisti, avrebbe visto l’attentato a Togliatti come uno dei primi esempi della “strategia della tensione”.
Alcune circostanze, ad esempio l’origine siciliana dell’attentatore Antonio Pallante, rimandano a episodi oscuri che hanno come teatro la Sicilia: su tutti la vicenda dell’EVIS, l'esercito indipendentista siciliano, e la strage di Portella della Ginestra. Non vi sono comunque altre prove capaci di collegare una simile catena di eventi e confermare l’ipotesi complottista.

L’attentato a Togliatti e la conseguente minaccia rivoluzionaria sono considerabili, nella storia della Repubblica Italiana, come il culmine di una stagione di scontro politico che non conoscerà più simili radicalizzazioni.