L’assassinio di Gentile - Vita e morte di Giovanni Gentile

 L’assassinio di Gentile - Vita e morte di Giovanni Gentile

 

Giovanni Gentile rappresenta uno dei maggiori esponenti dell'idealismo ed un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà del XX secolo. Durante il ventennio fascista ha esercitato un forte influsso sulla cultura italiana. Fondatore e direttore dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Considerato da alcune componenti politiche della Resistenza come uno dei responsabili del regime fascista, viene ucciso il 15 aprile 1944 a Firenze, da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai Gruppi di azione patriottica. Nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, il 30 maggio 1875, Giovanni Gentile compie gli studi universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove viene a contatto con la filosofia dell'idealismo. Successivamente è professore all'Università di Palermo dal 1906 al 1913, dove scrive alcune delle sue opere principali come “La filosofia di Marx” e “La riforma della dialettica hegeliana”. Passa poi a Pisa alla cattedra di filosofia teoretica; nel 1915 partecipa attivamente al Comitato pisano di preparazione e mobilitazione civile, secondo i principi espressi ne “La filosofia della guerra” (1914). Nel 1919 viene chiamato all'Università di Roma; dal 1922 al 1924 è ministro della Pubblica Istruzione e lega al suo nome la riforma della scuola. Nel 1923 si iscrive al partito fascista, adoperandosi per dargli un programma ideologico e culturale: primo atto di questo suo impegno è il “Manifesto degli intellettuali del fascismo” (1925), a cui Croce risponde con un contromanifesto che da allora rende insanabile il contrasto fra i due filosofi. Gentile tenta di collegare il fascismo direttamente al Risorgimento. Dal 1920 in poi il filosofo dirige il Giornale critico della filosofia italiana e numerose collane di classici e di testi scolastici; dal 1925 al 1944 dirige l'Enciclopedia Italiana, da lui fondata. Negli ultimi anni del fascismo Gentile tenta di porsi al di sopra dei contrasti con un nuovo programma di unità nazionale (“Discorso agli Italiani”, tenuto a Roma in Campidoglio il 24 giugno 1943). Nell’autunno del 1943, su invito di Benito Mussolini e dopo aver subito un duro e inatteso attacco da parte del ministro badogliano Leonardo Severi, Gentile aderisce alla Repubblica di Salò, auspicando tuttavia il ripristino dell’unità nazionale, e diventa presidente dell’Accademia d’Italia, con l’obbiettivo di riformare l’Accademia dei Lincei, e direttore della Nuova Antologia, con il proposito di accogliere “collaboratori non fascisti”. Considerato da alcune componenti politiche della Resistenza come uno dei principali responsabili del regime fascista, viene assassinato il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua casa di Firenze, al Salviatino, da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai GAP. Alcune settimane prima, aveva dichiarato pubblicamente che approvava ed esaltava la fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva, catturati durante un rastrellamento. I due gappisti fiorentini, Bruno Fanciullacci – ucciso alcuni mesi dopo dalle forze italo-tedesche in un tentativo di fuga dopo essere stato catturato – e Antonio Ignesti, si appostano verso le 13.30 nei pressi della Villa del Salviatino, e appena il filosofo giunge in auto, gli si avvicinano tenendo sotto il braccio dei libri per sembrare degli studenti. Il filosofo abbassa il vetro per prestare ascolto, ma viene subito colpito da una raffica. Fuggiti i due gappisti (che trovano rifugio in casa del pittore Ottone Rosai che stigmatizza il fatto con dure parole), l’autista si dirige all’ospedale di Careggi per trasferirvi il filosofo morente, ma invano.