Ponte tra Asia ed Europa, metafora dell'unione tra Oriente e Occidente, luogo pieno di leggende e miti, questo è Istanbul, città dalla bellezza magica che nei secoli è stata la Bisanzio dei Greci, la Costantinopoli dei Romani e la capitale dei sultani ottomani.
Lo scrittore turco Nedim Gürsel, che oggi vive a Parigi, racconta la voglia di cambiamenti che caratterizza la Turchia, tra gli sguardi della maggior parte dei giovani che sono rivolti all'Europa, e le perplessità di chi invece teme di perdere la propria identità turca.
Ma come dice lo scrittore "il progetto europeo è un progetto di pace, e la pace è sinonimo di libertà". 


Breve storia di Istanbul
Città divisa tra Oriente e Occidente Istanbul deve la sua nascita a Byzas, un uomo (forse leggendario) che a metà del VII secolo a.C. la fonda su consiglio dell'Oracolo di Delfi 'Davanti ai ciechi tu fonderai la tua città?, quando i suoi marinai gli confessano di essere stati 'accecati' dalla bellezza di un rigoglioso territorio affacciato sul Bosforo.
La città, chiamata Bisanzio, si sviluppa in fretta grazie alla sua posizione strategica per i commerci, e vive tempi relativamente tranquilli nonostante la conquista di Alessandro il Grande (nel IV secolo).

Assediata da Settimio Severo tra il 193 d.C e il 196 d.C. viene rasa al suolo. Ma nel 330 d.C. il nuovo Imperatore Romano, Costantino (Il Grande), decide di erigere una nuova città e sceglie proprio Bisanzio che, rinforzata e fortificata, prende il nome di Nuova Roma, per poi trasformarsi ben presto in Costantinopoli proprio in onore dell'Imperatore. Nel 395 d.C. l'Impero Romano viene scisso in due: quello d'Occidente con capitale Roma, e quello d'Oriente con capitale Costantinopoli.

La città diviene sempre più bella e ricca e raggiunge il massimo splendore ai tempi di Giustiniano, nel VI secolo. Dopo la sua morte però l'Impero d'Oriente s'indebolisce e Costantinopoli viene più volte assediata dagli Arabi e dai Latini (nonostante nel X secolo avesse raggiunto probabilmente il milione di abitanti), finché viene messa al sacco dai Crociati nel 1204 che istituiscono 'l'Impero Latino'.
Dopo poco più di mezzo secolo però Michele VIII Paleologo la riconquista e instaura nuovamente l'Impero Bizantino.

Nel 1453 Costantinopoli viene occupata da Mehmet II (detto Maometto II il conquistatore) che ne fa la capitale dell'Impero Ottomano, regno che raggiunge lo zenit del suo splendore con il Sultano Suleyman I, detto 'Il magnifico'. In questo periodo Parigi, la più grande metropoli occidentale, vanta 250mila abitanti, Costantinopoli invece ben 700mila: è la più grande città del mondo e numerosi sono i monumenti con cui viene abbellita, tra cui la Moschea Blu (1616).
Ma dopo Suleyman Costantinopoli inizia un lento e irreversibile declino.

Durante la Prima Guerra mondiale la città, ormai ribattezzata Istanbul, diviene inglese, così come l'Iraq e la Palestina, mentre la Mesopotamia (ovvero la Siria e il Libano) va ai Francesi, la regione del mediterraneo agli Italiani, la regione dell'Egeo ai Greci e l'Anatolia Orientale ai Russi.

Nel 1919 nella regione turca scoppia la Guerra di indipendenza guidata da Mustafa Kemal che in breve tempo sconfigge i nemici, abolisce il sultanato e nel 1923 proclama (in seguito al Trattato di Losanna che stabilisce l'indipendenza della Turchia) la Repubblica della Turchia, divenendone il Presidente con il nome di Mustafa Kemal Atatürk (padre dei Turchi).

Atatürk opera una forte modernizzazione del Paese: trasferisce la capitale ad Ankara, fa della Turchia uno Stato laico, toglie l'obbligo del velo per le donne e del fez per gli uomini, abolisce la poligamia, assume il codice civile svizzero e quello penale italiano, istituisce l'alfabeto latino e il calendario gregoriano, dà il diritto di voto alle donne nel 1934, e fa diversi patti d'amicizia con Russia, Iraq, Jugoslavia, Grecia e Romania, al fine consolidare i confini e la pace nella regione. Muore nel 1938.

Il problema dell'entrata in Europa
Se Istanbul con i suoi 12 milioni di abitanti appartenga all'Oriente o all'Occidente, dunque, è un antico dilemma che nemmeno la storia può sciogliere, così come la geografia: si trova infatti a cavallo del Bosforo, il canale che unisce il Mar Nero e il Mar di Marmara, e che soprattutto segna la fine dell'Europa e l'inizio dell'Asia'

Al riguardo i negoziati tra Ankara e Ue sono iniziati ufficialmente nell'ottobre del 2005 (la candidatura della Turchia risale al 1999 con il Consiglio Europeo di Helsinki) ma durante questi anni solo uno dei 35 capitoli che vagliano l'in o out della Turchia in Europa ha ottenuto l'approvazione di Bruxelles.
Altri otto invece sono congelati in ragione dei comportamenti turchi nei confronti di Cipro: la Turchia infatti, che dal 1974 occupa la parte nord dell'isola, non vuole riconoscere la Repubblica di Cipro (posta a sud del territorio) che tra l'altro è entrata a far parte dell'Ue il 1 maggio 2004.

Intanto l'11 dicembre 2007 la Francia ha voluto, e ottenuto, l'eliminazione delle parole 'allargamento' e 'adesione' dal testo relativo agli obiettivi finali dei negoziati per l'ingresso della Turchia. In questo modo il Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, ha ribadito la sua chiusura verso lo Stato turco, chiusura condivisa anche dal cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, Angela Merkel.

Nedim Gürsel: «Le negoziazioni per l'adesione sono iniziate circa due anni fa e questo pone un problema di fondo all'Europa, quello dell'identità, perché la Turchia è l'unico Paese musulmano laico in tutta l'area e ha un forte desiderio d'Europa. Penso che l'ingresso della Turchia sarebbe una buona cosa sia per l'Europa stessa che per la Turchia, se l'Europa però avesse innanzitutto una costruzione sopranazionale, basata cioè su un certo numero di valori; ma se la concezione che abbiamo dell'Europa si riduce a una sorta di club cristiano con riferimenti al cattolicesimo o alla tradizione giudaico-cristiana nella sua costituzione, ebbene la Turchia in quanto Paese musulmano non avrebbe sicuramente posto. Io mi auguro che la Turchia contribuisca all'apertura dell'Unione Europea verso altre culture, compresa quella musulmana».

L'attuale Governo di Erdogan
Il 3 novembre del 2002 l'AKP, ovvero il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di ispirazione islamica moderata, vince le elezioni con la maggioranza assoluta. Poiché il capo del partito, nonché suo fondatore, Recep Tayyb Erdogan, è ancora privato dei diritti civili a causa di una condanna nel 1998 per istigazione all'islamismo e incitamento all'odio religioso, a sostituirlo per un anno è il vicepresidente del partito Abdullah Gül (oggi Presidente della Repubblica).

Nonostante la democratizzazione operata da Erdogan e la liberalizzazione della stampa, in Turchia permangono dei problemi che offuscano l'immagine del Paese all'estero: la già citata questione legata a Cipro, il fatto che numerosi oppositori politici sono ancora detenuti, che la fine della guerra civile nell'est della Turchia non ha risolto la 'questione kurda?, e infine che il 'genocidio degli armeni' (1915) non è stato ancora riconosciuto.

La questione kurda in Turchia
Il popolo Kurdo (per la maggior parte di religione musulmano sannita) è il popolo 'senza terra' più numeroso del pianeta: 30 milioni sono infatti le persone che vivono in un'area (da loro chiamata Kurdistan) che si estende in Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria. La maggior parte (12 milioni) sono concentrati nel territorio della Turchia orientale, dove combattono dal 1920 per il riconoscimento del loro diritto di autodeterminazione.

La lotta si è intensificata nel 1974 quando i kurdi turchi si sono organizzati nel Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK): da questo momento l'esercito di Ankara, appoggiato anche da alcuni Paesi dell'Occidente, intraprende un vero e proprio genocidio teso all'eliminazione sia culturale che fisica del popolo kurdo.
I continui bombardamenti aerei dei villaggi kurdi finora hanno provocato 35mila morti, 3 milioni di rifugiati e 10mila prigionieri politici (tra cui il leader del PKK, Abdullah Ocalan catturato dai turchi nel 1999).

Intanto con le elezioni del luglio 2007 per la prima volta dal 1991 i candidati di un partito kurdo, il Partito della Società Democratica (Dtp), sono tornati a sedere in Parlamento e ad avere l'opportunità di giocare un ruolo importante sulla strada della soluzione della 'questione kurda?, una delle grandi incognite che gravano sul futuro del Paese soprattutto in relazione all'entrata della Turchia in Europa.

Il genocidio armeno
Sebbene la Turchia non voglia ammettere l'esistenza di un genocidio armeno, la storia ne è stata testimone di ben due. Alla fine dell'800 gli armeni, nella loro lotta per l'indipendenza, vengono sostenuti dalla Russia che aspirava a indebolire l'Impero Ottomano. I Turchi però per reprimere le sommosse armene alzano le tasse e accendono nei kurdi, che con gli armeni condividevano i territori nell'Armenia storica, sentimenti anti-armeni.

In seguito a queste oppressioni gli armeni iniziano una vera e propria ribellione che raggiunge il suo culmine nel 1984, quando l'impero brucia case e villaggi uccidendo migliaia di armeni, e nel 1986 quando in seguito all'occupazione armena della banca ottomana di Istanbul, si scatena un vero e proprio pogrom da parte dei Turchi islamici che porta alla morte di almeno 50mila armeni.

Il secondo, e più conosciuto, genocidio viene commemorato il 24 aprile 1915.
Nel 1908 un gruppo di intellettuali e di ufficiali dell'esercito, i cosiddetti Giovani Turchi, marciano con le proprie truppe verso Istanbul al fine di trasformare l'Impero in una monarchia costituzionale. Costringono quindi il sultano a concedere una costituzione e operare dei cambiamenti nel Paese.

Ma sotto il loro governo si accentuano molto le spinte indipendentiste e ben presto i Giovani Turchi iniziano a temere possibili nuove alleanze degli armeni con i Russi che infatti nel 1915 iniziano a reclutarli nelle loro fila. Inoltre contemporaneamente l'esercito francese finanzia e arma gli armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere repubblicano (che sorgerà ufficialmente nel 1923). Sentendosi quindi minacciati il 24 aprile del 1915 i Giovani Turchi ordinano la deportazione di centinaia di armeni dall'Anatolia, dove abitavano da millenni, verso i deserti della Siria e della Mesopotamia, e l'esecuzione di 300 nazionalisti armeni.

Da questo momento inizia un annientamento sistematico del popolo armeno.
Il numero di morti esatto è controverso: le fonti turche tendono a minimizzare la cifra, le armene a gonfiarla, ma gli storici sono concordi nello stabilire un totale di 1.200.000 armeni, morti per fame o malattie, ma soprattutto per i massacri subiti da parte della milizia kurda e dell'esercito turco.

Il governo turco continua ancora oggi a rifiutare di riconoscere il genocidio affermando che tale strage fu dovuta a un guerra civile accompagnata dalla carestia e dalle malattie: la magistratura turca, infatti, punisce con l'arresto e la reclusione fino a tre anni il nominare in pubblico la sola esistenza del genocidio degli armeni in quanto gesto anti-patriottico.

A farne le spese è soprattutto il premio Nobel Oran Pamuk: lo scrittore turco è infatti accusato di "vilipendio alla «turchità»". Il suo caso, riaperto nel 2009, risale al giugno 2006, quando l'autore di opere il cui motivo conduttore è il dialogo tra le culture e il rispetto delle identità diverse, aveva dichiarato a un giornale svizzero: «Noi turchi abbiamo ucciso trentamila curdi e un milione di armeni e nessuno, tranne me, in Turchia osa parlarne».

Il fatto che la Turchia non voglia chiarire apertamente quella tragica pagina di storia e prendersi le proprie responsabilità per la morte di così tanti innocenti, è una delle maggiori cause di tensione tra Unione Europea e Turchia.

Una dottoressa armena parla dell'integrazione culturale nella Turchia di oggi «Io sono di origine armena, i miei genitori però sono arrivati dall'Anatolia, luogo in cui i miei antenati risiedevano da tantissimo tempo; consideriamo quindi la Turchia il nostro Paese, la nostra patria. Ogni tanto ci vengono fatte domande sulle nostre origini: noi siamo sempre stati qui, viviamo qui, e Istanbul è la città dove io vorrei vivere tutta la mia vita, perché è una città viva.

Dopo essermi laureata ho trovato un lavoro come ricercatrice al Dipartimento di genetica alla clinica dell'università di Istanbul e da diversi anni lavoro con colleghi di varie origini e provenienze, greche, albanesi e kurde, senza subire alcun tipo di discriminazioni. Siamo tutti alla pari, senza alcun tipo di disparità, nemmeno tra uomini e donne. Ci frequentiamo oltre gli orari di lavoro e ne siamo molto contenti. Io in quanto Armena ho un unico problema che mi crea disturbo, ed è quello che i media, la televisione e la stampa parlano troppo spesso del nostro passato, più si parla della questione armena, meno tranquillità abbiamo. Se si facesse più attenzione e se ne parlasse di meno, ci sarebbe meno tensione e noi vivremmo molto più felici».

Nedim Gürsel parla del fascino di Istanbul dovuto alla sua storia 'multietnica'
Nedim Gürsel: «Anche se vivo a Parigi da molto tempo sono molto legato alla mia città e questo spiega la sua continua presenza nei miei romanzi, ma anche nei miei racconti e libri di viaggio. Potrei dire che Istanbul, la città per antonomasia, mi ha inseguito, come nel famoso poema di Costantinos Kavafis, il grande poeta di Alessandria che ha scritto: 'La città ti seguirà?, beh io so davvero cosa significa.

Istanbul credo che sia unica per il luogo in cui è situata: qui c?è l'incontro tra due mari. E poi questo stretto (il Corno d'Oro) che attraversa la città come un fiume, con questo suo bellissimo colore turchese, che però cambia anche a seconda del clima. Ebbene questa configurazione geografica è piuttosto unica nel mondo. Come è evidente, è una città molto estesa: è stata la capitale di due grandi imperi, quello Bizantino e poi quello Ottomano.

L'Impero Ottomano, come del resto tutti i grandi imperi, era multi-etnico e multinazionale: è sorto con la conquista di Istanbul nel 1453 ed è durato più di 5 secoli, e tutti questi popoli che ne facevano parte, durante questo periodo, hanno vissuto in armonia. È soltanto a partire del XIX secolo, con l'arrivo del Nazionalsocialismo che i conflitti si sono sviluppati tra questi diversi luoghi.

È stata infatti una città cosmopolita fino agli anni '60 con le sue minoranze levantine, greche, armene ed ebree; aveva soprattutto una comunità ebraico-sefardita molto importante al suo interno, di cui una parte è emigrata in Israele, mentre la parte greca è partita a causa del conflitto greco-cipriota che ha visto l'isola di Cipro divisa in due nel 1983. Oggi Istanbul, all'inizio del XXI secolo è diventata, sul piano etnico, una città molto più omogenea e di questo me ne rammarico un po'.

Il mercato di Istanbul mi sembra molto appropriato per rappresentare il fascino dell'Impero Ottomano: notoriamente Costantinopoli in quanto capitale dell'Impero, era il sogno di molti popoli del Medioriente che volevano venire qui.

Oggi la Turchia vorrebbe esercitare una certa influenza nella regione, perché da un lato è candidata a entrare nell'Unione Europea, ma dall'altro è vicina a Paesi come Iran, Iraq e Siria. Tutti questi Paesi, che il Presidente americano definisce 'l'asse del male', sono al confine con la Turchia e se questa entra nell'Europa, ebbene l'Europa sarà in grado di avere una politica estera in Medioriente molto più coerente di quella di oggi».

Il vero leit motive della Turchia nei secoli è il 'turco'
Nedim Gürsel: «Vorrei raccontarvi una piccola leggenda: dovete sapere che nel giardino del Patriarca ortodosso c'era una piccola vasca e dentro questa dei pesci. Al momento dell'assedio della città da parte dei Turchi un monaco aveva pescato dei pesci e stava per accindersi a cuocerli in una padella, ma quando i pesci sentirono il fragore dei cannoni del Sultano Mehmet II si spaventarono e tornarono dentro la vasca.

La leggenda narra che il giorno in cui i Greci riprenderanno Costantinopoli questi pesci dal dorso rosso torneranno nella padella del monaco. L'esistenza di questo luogo simbolico è importante perché incarna anche una certa concezione della tolleranza religiosa: l'Europa nella sua storia ha conosciuto sia regimi tolleranti che guerre di religione e molto fanatismo.

Il 'progetto europeo' è innanzitutto un progetto di pace e chi dice pace dice prima di tutto libertà. La libertà di culto è parte integrante delle libertà dell'uomo, ed è quindi una libertà di cui l'uomo deve poter disporre.

Mentre qui dalla 'Moschea blu', una delle più belle moschee di Istanbul, se non la più bella, chiamata così per le sue ceramiche e anche per i suoi vetri che sono in tutte le tinte del blu, vorrei ricordare un problema che è al centro del dibattito sull'entrata della Turchia in Europa: Montesquieu nelle sue 'lettere persiane' scriveva: 'Come si può essere Persiani'? E io dico: 'Chi sono i Turchi' Chi siamo noi effettivamente'?

I Turchi sono stati islamizzati a partire dall'XI secolo, pur conservando intatta la propria identità, e senza alcun dubbio l'Islam è parte integrante di questa identità, ma durante tutto questo processo storico se esiste un elemento di identità è proprio la lingua, perché i Turchi hanno cambiato religione pur continuando a parlare la stessa lingua.
Io quindi direi come disse un grande poeta: 'Il turco è la mia bandiera sonora'».

La Turchia è stata sempre europea
Nedim Gürsel: «Quando dico che la città mi ha inseguito mi riferisco anche al suo profilo. Qui si vede la famosa Torre di Leandro, che noi Turchi chiamiamo Kyz Kulesi, e ovviamente ci sono leggende su questo monumento che risale all'epoca bizantina: qui nella torre aveva trovato rifugio la principessa per scappare dal serpente, ma per ucciderla i suoi nemici le avevano inviato un cesto di frutta con un serpente nascosto dentro, che alla fine con il suo morso ha avvelenato la bella principessa bizantina.

Questa è ovviamente solo una leggenda ma sappiamo che questa torre fungeva soprattutto da dogana e certamente serviva per controllare il traffico delle navi. All'inizio degli anni '60 il famoso profilo della città di Istanbul non era così esteso come oggi con le sue linee verticali, i minareti e le sue curve orizzontali. Nel profilo della città c?è forse il contrasto dei due aspetti di Istanbul: la città vecchia non è cambiata molto, ma ecco che sorge là infondo un profilo diverso con nuovi grattacieli, grandi alberghi e più lontano ancora il 'business center?. A vederla così si direbbe che l'economia turca è già integrata nell'Unione Europea, altrimenti non ci sarebbe dal punto di vista urbano questo sviluppo così rapido dei centri industriali.

Prima di porre sotto assedio Costantinopoli, Mehmet II che noi chiamiamo 'Il conquistatore' ha fatto costruire questa cittadella, sulla riva europea del Bosforo, proprio di fronte all'altra cittadella costruita mezzo secolo prima dal suo bisnonno. La conquista di Costantinopoli nel 1453, rappresenta un punto di svolta nella storia europea perché a partire da questa data gli Ottomani hanno continuato la loro espansione nei Balcani e l'Impero Ottomano è diventato una grande potenza e forse è a causa di questo che esiste nella memoria collettiva degli Europei la paura dei Turchi!

È necessario che oggi gli europei concepiscano i Turchi non come conquistatori, ma come Europei, in ogni caso come persone che hanno questo desiderio d'Europa.

Santa Sofia, simbolo della laicizzazione turca
Emblema del trionfo dell'Impero Bizantino, la chiesa della Divina saggezza (Hagia Sophia, in greco, divenuta poi per assonanza Santa Sofia) è stata costruita per volere di Giustiniano nel 500 d.C. e ha rappresentato per oltre un millennio il più grande monumento religioso cristiano (San Pietro è stata edificata nel XV secolo), fino al 1453 quando Costantinopoli cadde in mano agli Ottomani che la trasformarono in una moschea aggiungendo i minareti, togliendo l'altare e le immagini sacre, e soprattutto coprendo i mosaici parietali con l'intonaco.

Nedim Gürsel: «Santa Sofia in greco Hagia Sophia, è stata trasformata in moschea nel XVI secolo quando i Turchi hanno conquistato la città. Mehmet II ha fatto il suo ingresso proprio qui con un cavallo bianco e in seguito l'ha trasformata da chiesa in moschea. Con la Repubblica turca nel 1935 Mustafa Kemal Atatürk ha voluto che la chiesa fosse un museo, e oggi l'Islam radicale in Turchia vuole che il museo sia trasformato nuovamente in moschea affinché i musulmani possano venire qui a pregare, cosa che a mio avviso è sbagliata perché questo luogo altamente simbolico deve certamente rimanere com?è con i suoi mosaici, la sua cupola e soprattutto i milioni di visitatori che vengono dal mondo intero per vederla. Questa antica chiesa bizantina l'ho definita in uno dei miei libri 'umida come il ventre di una balena'».

I dervisci roteanti
I 'dervisci roteanti' (darwich, povero) sono dei monaci musulmani che comunicano con Dio attraverso la danza. La loro origine si deve al poeta mistico Mevlana (vissuto nel XIII secolo) che secondo la leggenda mentre stava passando davanti a degli artigiani che battevano l'oro, sentì una forte energia impadronirsi di lui e iniziò a volteggiare estasiato secondo il ritmo dei scolpi.

Durante le cerimonie i dervisci oscillano per periodi che vanno dai dieci minuti alla mezz'ora sulle prime due dita del piede sinistro. La danza va eseguita con un palmo della mano rivolto verso l'alto per ricevere la parola di Dio, e l'altro rivolto verso il basso per restituirla ai discepoli.

L'istaurazione nel 1924 dello stato laico mise al bando diverse confraternite religiose e così molte danze rituali scomparvero, anche perché non erano viste di buon occhio nemmeno dall'Islam ortodosso, in quanto spesso credono nella reincarnazione. Ad ogni modo a Istanbul vige molta tolleranza e una ventina di tekke (monasteri) sono ancora operativi, soprattutto grazie alla volontà del presidente Menderes che nel 1950 tollerò il ritorno alle tradizioni islamiche.

Parola a un danzatore sufi: «Il sufismo è il punto più alto della religione, è oltre la religione, nel sufismo non ci sono regole, ma vita. Sono un consigliere dell'arte del sufismo, ma sono anche un insegnante di fisica, all'università mi sono laureato con un dottorato di fissione nucleare a caldo ed energia solare. Io penso che nella vita quello che noi siamo deriva dagli insegnamenti ricevuti, noi abbiamo avuto qui a Istanbul la possibilità si studiare con diversi insegnanti all'interno di scuole private dervish. La città e la sua area ci hanno sempre offerto molto interesse ed entusiasmo, e anche tanta ispirazione vivendo noi in un ambiente religioso e spirituale. Il nostro percorso parte dalla musica e attraversa la recitazione e la poetica, fino ad arrivare al disegno.

Siamo una Nazione che non ha ancora capito il valore delle proprie risorse, siamo un popolo fatto proprio così. Il fatto che non riusciamo a metter a frutto le nostre risorse ci rattrista molto, se l'Europa vuole fare entrare la Turchia per sfruttare le nostre risorse, questo ci creerebbe più danni che vantaggi e ci riporterebbe indietro.

L'Europa è molto avanzata nel settore tecnologico e industriale, ma quando il 'materiale' va oltre lo 'spirituale' si va indietro. Non abbiamo ancora messo in pratica i pensieri filosofici e umanistici, non c?è più l'amore per l'uomo, la gente per strada non si sorride più e infondo il sorriso è gratuito come la carità. Se tu fai del bene ne riceverai a tua volta. Tutti i popoli stanno diventando persone senza sorriso, non si sorridono più».

La Turchia ha bisogno di far vedere il suo 'lato occidentale'
Nedim Gürsel: «Siamo qui nel caffè di Pierre Loti, in cima al Corno d'Oro. Si sa che Pierre ha amato molto Istanbul, ne ha parlato anche in uno dei suoi romanzi; ciò che va elogiato del suo lavoro è il suo sguardo orientalista, ovvero lui proietta i suoi fantasmi sulla città di Istanbul: Loti ha infatti amato molto Istanbul, ma ha amato la parte orientale, non aveva molto a cuore che l'Impero ottomano progredisse e che avanzasse la modernità.

Quindi rispetto a tutti questi grandi scrittori francesi viaggiatori del XIX secolo, lui è rimasto molto legato alla città, ma al contempo ha portato il suo sguardo orientalista che io contesto un po' in quanto scrittore turco che auspica la modernizzazione del proprio Paese, e la sua integrazione nell'Unione Europea».

La democratizzazione del Paese
Nedim Gürsel: «Siamo in una piccola piazza di rivenditori di libri usati. Trent'anni fa venivo qui a guardare i libri e a comprarne alcuni; c'era un piccolo caffè vicino al venditore di caldarroste e ci riunivamo per parlare del destino del mondo, volevamo non soltanto cambiare il Paese e fare la rivoluzione qui in Turchia, ma anche nel mondo intero.

Nella storia recente della Turchia abbiamo avuto tre colpi di stato: il primo ha avuto luogo il 27 maggio del 1960 (avevo 9 anni), il secondo il 12 marzo del 1971, e il terzo il 12 settembre del 1980. In seguito a quest'ultimo due dei miei libri sono stati sequestrati. Se parlo di questo periodo, che ha già fatto il suo corso, è per dire che oggi la Turchia avanza sulla strada della democrazia, e anche se ci sono ancora alcuni problemi la libertà di espressione in Turchia ha fatto sicuramente molti passi avanti.

Oggi nelle università turche gli studenti possono leggere i libri che vogliono e la censura praticamente non esiste. Anche se rimane il famoso problema del velo: il regime attuale vorrebbe che il velo fosse una libera scelta, che non fosse vietato all'università, ma la costituzione laica del Paese non permette questo.

C?è un cantante turco che non è più in vita ma che amo molto, Zeki Müren, che in una sua famosa e molto nota canzone dice: 'Non ci si può più ritrovare, è un sogno'. E la mia relazione con la città di Istanbul è un proprio così, un sogno. Io credo che il mio ritorno definitivo sia ormai impossibile, è troppo tardi: ho una relazione d'amore con la città di Istanbul, una vera passione e come tutte le grandi passioni ci sono alti e bassi, ed è proprio questo ciò che mi lega profondamente alla mia città».

Il punto di vista del popolo turco
Parla un pescivendolo: «Siamo un popolo che viene dagli ottomani, non siamo mai e poi mai stati conquistati. Se l'Europa ci accetta anche noi l'accetteremo. Noi abbiamo accettato i loro criteri, ma anche loro devono accettare i nostri; noi abbiamo bisogno di loro, ma anche loro hanno bisogno di noi. Se pensiamo al nostro passato ma anche al nostro presente, il popolo turco non ha mai avuto bisogno di nessuno, perché la repubblica turca ha sempre fatto da sola e può continuare a farlo. La Turchia è tutt'uno con il suo popolo: esercito, tecnologia e industria.

L'Europa è grata alla Turchia perché siamo un popolo pacifico, nord, sud, est e ovest. È un Paese forte e democratico e non è un Paese intollerante che fa discriminazioni. Non ci devono essere discriminazione tra ebrei, cattolici e musulmani, siamo tutti fratelli, siamo in stato di pace e siamo tutti ottomani. Io sono di Erzurum della Repubblica turca, e sono kurdo, musulmano e turco grazie a Dio. La nostra religione è una, la nostra bandiera è una».

Parla un commesso di un grande magazzino: «Io mi vedo e mi sento europeo e sull'argomento dell'ingresso in Europa io vorrei che la Turchia entrasse e che l'Europa ci accettasse perché noi siamo europei da sempre. È da sempre che siamo in questa terra, sarà sempre così e quindi credo che siamo sempre stati europei. Se qualche cosa dovesse cambiare nella mia vita con l'ingresso in Europa credo che cambierà in meglio, sia culturalmente che economicamente.

Se noi Turchi dovessimo perdere l'identità per avere questi miglioramenti io non credo che questa sarebbe una grave perdita: siamo nati Turchi e saremo sempre Turchi. Anche l'Europa avrà i suoi benefici: un'iniezione di nuova cultura e beni economici. Certamente tutta la Turchia non è la città di Istanbul, una grande parte come l'Anatolia ad esempio con l'entrata nell'Unione riceverà molti impulsi per progredire tecnologicamente, modernizzarsi e crescere economicamente; inoltre le persone che vivono nelle province miglioreranno con lo studio e con dei lavori qualificanti la loro vita».

Parla una ragazza che lavora in una fabbrica di pellame: «In questo mondo ormai globalizzato dove c?è molta concorrenza anche noi Turchi ci siamo motivati per raggiungere i parametri imposti, le regole e uno stato civile per entrare nell'Unione Europea: le regole fissate dall'Europa sono piuttosto pesanti per noi, ma stiamo facendo del nostro meglio per cercare di raggiungerle il più presto possibile. Io credo che, se entriamo nell'Europa, la Turchia si standardizzerebbe e ciò sarebbe un bene per i nostri figli.

Noi siamo una generazione giovane e non possiamo vivere nel passato, ma vogliamo andare oltre e migliorare; credo che sarebbe un bene per i nostri figli se potranno far parte di un popolo che segue, unito, le regole».

Parla una cuoca: «Penso che la Turchia non sia pronta a entrare in Europa, non tutti hanno gli standard che ci sono a Istanbul: nell'Anatolia per esempio ci sono tanti bambini, le famiglie sono tanto numerose, hanno anche otto figli, e molti di loro non vanno nemmeno a scuola. Non è ancora pronta questa Nazione.

Oggi sono arrivati in molti, ci sono tanti stranieri e Istanbul è diventata un inferno, non è più come prima, succedono tante cose brutte, le vediamo in Tv; abbiamo paura, mio figlio oggi mentre stava tornando dal lavoro è stato accoltellato'certo che c?è paura, molta, troppa».

Parla un disoccupato: «Sono venuto qui nel 1975, facevo il trasportatore, ma ora sono disoccupato da più di tre lunghi mesi. Questa è una metropoli e per questo motivo molti immigrati arrivano qui a Istanbul, ma credo sia sbagliato: vengono qui pieni di speranze pensando che Istanbul sarà la loro fortuna, e vendono tutto quello che hanno al loro Paese, ma poi qui restano senza pane e dormono nella strada.

Per esempio gli immigrati bulgari che cercavano lavoro sono venuti in gran numero, e se prima del loro arrivo la disoccupazione era solo del 20, massimo 30 %, oggi è aumentata, la città si è sovraffollata. Io non riesco a capire'questo Paese prima di essere il loro Paese è il nostro Paese».

La musica come 'luogo' di unione tra culture diverse
Parla un cantante turco: «Mozart compose la sonata turca ispirandosi alla nostra cultura musicale, anche Beethoven si è ispirato alla nostra musica. La loro musica si è ispirata ai fiori dei giardini, così se guardiamo in profondità possiamo senz'altro affermare che la civiltà occidentale, quella turca e anche quella orientale, non hanno infondo grandissime differenze. Come Nazione stiamo provando a fare il massimo per la democrazia.

Ehy Europa, ehy Italiani, ehy Tedeschi, ehy amici, proviamo a metterci insieme e condividiamo questa vita, questo mondo tutti insieme. È arrivato il momento di mettere le firme sui trattati, non è importante se le firme siano di oggi o di domani, non ha importanza perché noi siamo europei già da molto tempo!!!».