Ottobre 1985: dirottamento della nave da crociera italiana Achille Lauro da parte di terroristi palestinesi. Il governo italiano attiva trattative e la nave viene liberata, sulle coste egiziane, in cambio di un salvacondotto ai terroristi. Questi, messi dal governo egiziano su un Boeing 737 verso la Tunisia, vengono a loro volta dirottati, dai caccia americani che vogliono arrestarli, verso la base siciliana di Sigonella. Si scatena una crisi che porta l'Italia e gli Stati Uniti sull'orlo di uno scontro e di una grave rottura diplomatica.


Il dirottamento della nave italiana

Lunedì 7 ottobre 1985, Mar Mediterraneo, ore 13: la nave da crociera battente bandiera italiana 'Achille Lauro' (24mila tonnellate di stazza e 200 metri di lunghezza) si trova nelle acque egiziane. A bordo vi sono 320 membri dell'equipaggio e 107 passeggeri; altri 670 passeggeri sono sbarcati per una visita guidata al Cairo e sono attesi in serata a Port Said.

Ore 13:07: quattro terroristi irrompono nella sala da pranzo dell'achille Lauro, dove si trova la maggior parte dei passeggeri, e iniziano a sparare. I terroristi, di cui uno è minorenne, sono armati fino ai denti e nel giro di pochi minuti riescono ad avere il controllo completo della nave. Si sono imbarcati a Genova, con passaporti falsi, confondendosi tra gli oltre 700 passeggeri. E come dichiarano da subito al Comandante della nave Gerardo De Rosa sono combattenti dell'organizzazione per la Liberazione della Palestina.

In realtà l'obiettivo primario dei terroristi era di fare un attentato nel porto israeliano di Ashdod, dove la nave sarebbe dovuta evirare pochi giorni dopo; tuttavia poiché alcuni membri del commando erano stati sorpresi dall'equipaggio italiano mentre neacondevano delle armi, avevano deciso di prendere d'assalto la nave all'improvviso e di dirottarla. Alle 15.00 il marconista riesce a lanciare l'SOS: 'qui l'Achille Lauro, siamo stati dirottati da un numero imprecisato di Palestinesi: chiedono la liberazione di 50 loro compagni detenuti in Israele'. Il messaggio viene captato a Goteborg, in Svezia.

Le prime mosse dei politici italiani

Dal 4 agosto dell'83 Bettino Craxi è a capo del governo, i Ministri sono: agli Esteri Giulio Andreotti, da sempre favorevole al dialogo con i Paesi arabi, alla Difesa Giovanni Spadolini, filoatlantico e vicino alla politica di Ronald Reagan, infine agli Interni Oscar Luigi Scalfaro. Al Quirinale, invece, è stato eletto da pochi mesi Francesco Cossiga.

Ore 17.00: alla Farnesina a ricevere per primo la notizia del sequestro dell'Achille Lauro è Giulio Andreotti. Subito dopo viene avvertito anche Spadolini che da Milano ordina immediatamente lo 'stato di massima allerta' a tutte le forze armate. Il governo intanto cerca riscontri della notizia e tre ore dopo, dalle autorità egiziane, arriva la conferma: la motonave Achille Lauro è sotto controllo palestinese.

La notizia a questo punto è ufficiale e da subito il governo italiano si muove su due fronti: da una parte Spadolini riunisce i vertici militari e, di intesa con il Presidente della Repubblica Cossiga, inizia a mettere a punto un piano militare per liberare la nave, dall'altra Andreotti attiva tutti i suoi canali diplomatici, tiene i contatti con le famiglie degli ostaggi e si mette in contato con il Presidente dell'Egitto, Hosni Mubarak, che gli assicura l'assistenza del Cairo, e con Yasser Arafat che prende le distanze dai terroristi con un comunicato dell'OLP in cui afferma: 'Noi non c'entriamo niente; vogliamo aiutare l'Italia in questa crisi'.
Ma intanto gli Usa hanno già deciso: nessuna trattativa con i terroristi.

La notte del 7 ottobre, dal vertice operativo convocato da Spadolini, partono i primi ordini: gli incursori del raggruppamento 'Teseo Tesei' vengono trasferiti in elicottero sull'ammiraglia 'Vittorio Veneto' e da lì partono quattro elicotteri con a bordo 60 paracadutisti del IX Reggimento d'Assalto 'Col Moschin'; dalla Sicilia, invece, partono i ricognitori dell'aeronautica per localizzare l'Achille Lauro. Nome in codice dell'operazione: Margherita.

8 ottobre, ore 1.00: a Palazzo Chigi si riuniscono Andreotti, Spadolini e Craxi. Il Ministro della Difesa illustra il dispiegamento di forze ed espone il piano di intervento militare. Ore 3.00: Arafat chiama Craxi e ribadisce l'estraneità dell'OLP al dirottamento, inoltre afferma che due suoi emissari sono in viaggio verso il Cairo per affiancare il governo egiziano nelle trattative.

Andreotti a questo proposito racconta: «Molti non sanno che chi suggerì di rivolgersi ad Arafat furono gli Americani, cosa che fu fatta, e Arafat si rese disponibile, mandando i suoi emissari». Uno dei due emissari è Abu Abbas, un Palestinese cresciuto in Siria che nel '77 fondò il Fronte per la Liberazione della Palestina, diventandone il leader. Considerato un duro, un uomo di azione più che un politico, ha organizzato diversi attentati sia in Israele che in Europa. Quando nell'82 l'FLP si spacca in due, Abbas si schiera con la parte filo-siriana, più intransigente (di cui fanno parte proprio i dirottatori), dissociandosi da quella più moderata di Arafat.

Le richieste dei terroristi e l'omicidio di un passeggero
Intanto la mattina dell'8 ottobre, l'Achille Lauro viene individuata dai ricognitori italiani: sembra diretta sulle coste siriane e infatti, poco dopo, i dirottatori prendono contatto con le autorità del porto di Tartus in Siria e, oltre a ribadire di volere la liberazione di 50 Palestinesi, chiedono di negoziare con la Croce Rossa Internazionale e con gli ambasciatori di Italia, Usa, Gran Bretagna e Germania Federale. E avvertono che se non saranno accolte le loro richieste faranno esplodere la nave.

Ore 14.00: da Damasco arriva la conferma: i terroristi hanno chiesto di poter attraccare al porto di Tartus in Siria. La Siria a questo punto dichiara la propria disponibilità ma solo in cambio di dell'apertura di un negoziato con i terroristi. La risposta deve arrivare entro un'ora. Ma da Roma l'Ambasciatore statunitense, Maxwell Rabb, ribadisce che l'America non ha intenzione di trattare. Anche Israele, dove sono imprigionati i Palestinesi di cui si richiede la liberazione, rifiuta di trattare.

A questo punto l'Italia comunica a Damasco di non autorizzare l'attracco della nave. Aldo Accardi, Commissario di bordo, ricorda la reazione dei terroristi a questa notizia: «Incominciarono a cercare i passaporti delle varie nazionalità per distinguerli, quindi, con molta fatica, furono distinti alcuni Americani, tra cui Leon Klinghoffer che stava sulla sedia a rotelle'». Ed è proprio l'israelo-americano Klinghoffer a essere scelto dai terroristi come vittima: dopo averlo portato su un ponte e freddato con due colpi di pistola, in fronte e al petto, viene ordinato a due membri dell'equipaggio di gettare in mare il suo cadavere.

L'intervento 'diplomatico' di Abu Abbas e la liberazione
Mar Mediterraneo, ore 16.00: un radioamatore libanese afferma di aver captato una comunicazione tra l'Achille Lauro e le autorità libanesi in cui si affermava che avevano ucciso un uomo. In Italia la notizia, però, non trova nessuna conferma.

Mercoledì 9, ore 2.00 del mattino: Maxwell Rabb torna a Palazzo Chigi e in un colloquio con Craxi rivela che alcune intercettazioni confermano l'omicidio del passeggero, 'Washington - dice - è pronta ad attaccare'. Ma il governo italiano non ha dubbi: la crisi va risolta attraverso la diplomazia, evitando quindi uno spargimento di sangue, e così Vincenzo Magliuolo, l'Ambasciatore italiano in Egitto, riceve l'ordine di iniziare un negoziato; con lui ci sono anche i due rappresentanti dell'OLP.

'Un morto ogni tre minuti', questo avevano dichiarato i terroristi da bordo a Damasco. Poi però avviene un colpo di scena: all'improvviso i quattro cambiano strategia, ordinano al Comandante De Rosa di fare rotta verso l'Egitto e non uccidono più nessun passeggero. Ma che cosa è successo veramente' Secondo il Mossad, il servizio segreto israeliano, sarebbe entrato in scena proprio l'emissario di Arafat, Abu Abbas, che dal Cairo avrebbe contattato via radio i dirottatori e ordinato loro di dirigersi verso l'Egitto e di arrendersi, promettendo in cambio un salvacondotto.

Roma, ore 11.00: l'OLP sottopone al governo italiano il salvacondotto. Gli Americani si dichiarano subito contrari, ma l'Italia accetta proponendo però una condizione, ovvero che a bordo non siano stati compiuti atti di violenza perseguibili in base al codice penale italiano. Per questo motivo il governo italiano chiede di essere messo in contato con il Comandante De Rosa il quale, sotto la minaccia delle armi, mente e conferma: 'I passeggeri stanno tutti bene'. L'Italia allora autorizza l'Ambasciatore Magliuolo a firmare il salvacondotto.
Port Said, ore 15.30: la nave è libera.

Il dirottamento del Boeing 737
È solo al momento della liberazione che si viene a sapere della morte di Leon Klinghoffer; le autorità italiane, infatti, affermano che fino a quel momento non ne sapevano nulla. Ma per Paolo Guzzanti, allora giornalista de 'la Repubblica', mentivano: «Lì hanno mentito tutti. L'Ambasciatore Magliuolo confessò infatti, con aria compiaciuta, e disse: 'Avimmo fatto l'inghippo', abbiamo fatto l'inghippo». Cornelio Brandini, assistente di Bettino Craxi, invece conferma il fatto che non sapevano nulla: «Assolutamente no, Craxi non sapeva che Klinghoffer fosse stato già ucciso, non lo poteva sapere, da noi non apparivano quelle notizie».

Il Cairo, ore 12.00: il Presidente egiziano Mubarak in una conferenza-stampa afferma che, al momento della firma per il salvacondotto, non sapeva nulla dell'assassinio e aggiunge inoltre che i quattro terroristi palestinesi avevano lasciato l'Egitto, probabilmente diretti a Tunisi. Ma in realtà mente: i servizi segreti americani, infatti, controllano il suo telefono e sanno che i terroristi non sono partiti, ma si trovano ancora in Egitto, in una base militare a 30 km dal Cairo. Sanno in oltre che a breve saliranno su un Boeing dell'EgyptAir diretto a Tunisi. Per la Casa Bianca non c?è più tempo da perdere: l'ordine è di intercettare l'aereo per portarlo in America.

Al Maza (Egitto), ore 21.15: il Boeing 737 decolla dall'Egitto, a bordo ci sono i dirottatori, i due emissari, e altri otto Egiziani. La destinazione è la sede dell'OLP, ma il governo tunisino su richiesta americana nega l'atterraggio; il Boeing allora fa rotta su Atene, ma anche questa nega il permesso. Intanto da Washington Reagan manda un messaggio preciso ai terroristi: 'Potete scappare ma non vi potete nascondere'.

Alle 22.00, infatti, i due caccia d'aviazione americana intercettano il Boeing e lo costringono a scendere nella base italiana di Sigonella, in Sicilia. Intanto gli Americani cercano di parlare con Craxi, ma questi si nega. Allora entra in gioco Michael Ledeen, consulente della Casa Bianca (oggi esponente di punta dei Conservatori), che ricorda: «Ho parlato con l'assistente di Craxi, non mi ricordo mai il nome...Brandini, e lui tutta quella sera ha detto a tutti gli americani che Craxi non c'era. Allora io parlando con Brandini gli ho detto: 'Senti sono io, se tu dici che Craxi non c'è mentre magari sta nella stanza accanto troverai la tua fotografia sui giornali di tutto il mondo'. In quel momento me lo ha passato».

Brandini a sua volta ricorda: «Craxi non aveva molta simpatia per lui, disse: 'Non vedo per quale ragione dovrei parlarle, visto che ci sono altre persone qualificate, come l'ambasciatore Rabb'. Non voleva attribuire a Ledeen il ruolo di portavoce del Presidente Reagan».

L'atterraggio a Sigonella: la crisi italo-americana
Tramite Ledeen, dunque, si ottiene di far atterrare l'aereo nella base di Sigonella, ma Craxi subito dopo aver concesso il permesso, contatta i militari ordinando che l'aereo e i passeggeri vengano protetti e sotto la custodia delle autorità italiane. Quando atterrano, l'aereo, i due caccia americani, e i due C141 con a bordo gli uomini della Delta Force americana, è da poco passata la mezzanotte di venerdì 11 ottobre.

Il Generale Ercolano Annichiarico, Comandante della base di Sigonella, ricorda: «Appena è atterrato abbiamo messo due mezzi davanti e dietro l'aeroplano. E l'abbiamo portato nell'area dove operava l'aeronautica. Ritengo che questo abbia scombussolato un po' i piani americani, perché loro pensavano di portarlo dalla loro parte e lì noi non avremmo più potuto mettere il naso!».

Sulla pista di Sigonella, quindi, i militari della VAM, la vigilanza dell'Aeronautica militare, si dispongono in circolo intorno agli aerei; ma, appena sbarcati, i militari americani circondano a loro volta il cordone italiano. Anche questi verranno subito dopo circondati dalle vetture dei Carabinieri. La tensione si fa forte. Cossiga: «Sarebbe bastato che gli Americani avessero tentato di prelevare con la forza i terroristi che erano sull'aereo e che avessero travolto i VAM e innanzitutto i VAM avrebbero risposto e poi sarebbero intervenuti anche i Carabinieri. Avrebbero sparato insomma».

Tra America e Italia, quindi, c?è una crisi senza precedenti, e quello che durante il dirottamento era stato uno scontro politico, a Sigonella rischia di trasformarsi in un vero e proprio scontro armato. Ledeen: «Noi avevamo detto al generale Steiner: 'Provaci, vai direttamente all'aereo e dì che i tuoi ordini sono di prendere i terroristi e portarli a Washington, e vediamo cosa dicono'. I Carabinieri hanno risposto: 'I nostri ordini sono di tenere i terroristi qui e non possiamo darli assolutamente in mano vostra.' Noi intanto ascoltavamo questa conversazione.»

Washington, 11 ottobre, ore 1.00: fallita l'operazione militare Reagan è fuori di sé per l'atteggiamento italiano. Ordina ai suoi collaboratori di chiamare i suoi contatti italiani, e a turno vengono sentiti: Andreotti, Spadolini, Scalfaro, e il direttore del SISMI Fulvio Martini. È un atto anomalo, fuori dalla prassi abituale, volto a cogliere di sorpresa i politici italiani.
 
Alle 3.00 Reagan decide di giocare il tutto per tutto e telefona a Craxi; a fare da interprete è Ledeen, che ricorda: «Reagan disse: 'Noi ora invieremo un mandato di cattura e dunque ti prego di far mettere tutti in galera', e Craxi ha detto: 'Ma dobbiamo metter tutti e quattro in galera' Non possiamo metter due in galera e due sotto sorveglianza'? E Reagan ha detto: Perché no'!'. Era troppo buono in queste cose. Allora io l'ho tradotto: 'No, no, tutti assolutamente in galera'. E Craxi allora ha accettato».

Quella tra Craxi e Reagan resterà una telefonata storica: è la prima volta, infatti, che l'Italia dice no agli Americani, rifiutando di consegnare i terroristi e affermando di metterli in prigione dopo averli processati secondo il codice penale italiano. Reagan quindi accetta la decisione di Craxi. A Sigonella allora, alle 4.00 la Delta Force si ritira e due ore dopo i dirottatori scendono dall'aereo.

Ancora un no da parte di Craxi
A bordo però rimane Abbas, l'uomo che gli Americani considerano il mandante dell'operazione, che non solo non vuole scendere, ma chiede con insistenza di poter ripartire. A questo punto il consigliere diplomatico di Craxi, Antonio Badini, tenta di mettersi in contatto con Abbas per convincerlo a rimanere come testimone. Ma quando Abbas si affaccia fuori dall'aereo per parlare al telefono e vede che c'erano ancora alcuni Americani, fa dietro front e dichiara di avere intenzione di parlare esclusivamente con un diplomatico italiano.

A questo punto l'Egitto si schiera con Abbas: l'Achille Lauro, infatti, non sarà autorizzata a partire da Port Said fino a quando il Boeing non avrà lasciato Sigonella. Craxi allora invia in Sicilia Badini, Martini e l'incaricato dell'OLP Al Aflak Hussein, per trattare con Abbas. Sigonella, ore 16.00: a bordo del Boeing Abbas ribadisce di essere estraneo al dirottamento e vuole lasciare l'Italia. Craxi decide allora di trasferirlo momentaneamente a Roma. Cossiga ricorda: «Quando l'aereo partì per Ciampino, senza avvertirci l'Aeronautica americana si mise in volo per cercare di dirottarlo su basi più sicure mentre era scortato dai caccia italiani. E lì ci furono conversazioni molto scottanti, che io ascoltai, tra i piloti italiani e americani».

Poche ore dopo l'atterraggio a Ciampino dell'aereo egiziano, a Palazzo Chigi arriva la richiesta ufficiale americana di arresto ed estradizione per Abu Abbas. A questa Mino Martinazzoli risponderà ufficialmente alle ore 13.00 di sabato 12 ottobre; questa è una parte del testo: 'Il Ministro ritiene che la richiesta non contiene sufficienti elementi secondo i criteri che la legge italiana fissa per l'acquisizione di prove e per il giudizio sulla loro evidenza'.

Ancora una volta, quindi, Roma risponde un no secco all'America. Il problema ora è decidere dove possa andare Abu Abbas senza che gli Americani dirottino nuovamente il suo aereo. Sarà l'incaricato dell'OLP ha proporre la Jugoslavia di Tito. E così alle 18.30, il Boeing lascia in gran segreto Ciampino per dirigersi a Fiumicino dove, protetto dai servizi segreti, si imbarca su un aereo di linea jugoslavo.

Abbas verrà condannato nove mesi dopo all'ergastolo come mandante del dirottamento dell'Achille Lauro, ma intanto in Italia si è già scatenata la polemica tra i partiti all'interno del governo stesso, tanto che il Partito Repubblicano, per protesta il 16 ottobre lascia il governo.

Craxi: «Quando mi misero in crisi il governo per Sigonella io dovevo recarmi a Washington. Annullai il viaggio per questo atteggiamento americano. [?] Dopo qualche giorno il Presidente mi scrive una lettera personale, chiamandomi per nome, dicendo: 'Caro Bettino, non fare così, vieni qui che siamo amici'».

Quindi la lettera di Reagan, inviata il 19 ottobre, chiude formalmente la crisi diplomatica tra Italia e USA: 'A dispetto delle nostre divergenze l'amicizia tra i nostri Paesi e l'impegno contro il terrorismo non sono in discussione'.

Epilogo
Il 6 novembre con un nuovo voto di fiducia alla Camera si chiude anche la crisi di governo. L'11 luglio dell'86, il tribunale di Genova condannerà all'ergastolo in contumacia Abu Abbas e due membri del commando. Majed el Moloqui, esecutore materiale dell'uccisione di Leon Klinghoffer, viene condannato a 30 anni di reclusione.

Il quarto terrorista, minorenne, sarà condannato a 17 anni di prigione. Il 23 maggio '87, la Corte d'Assise d'Appello di Genova, conferma tutte le condanne. Nel '96 Majed al Moloqui non rientra in carcere dopo un permesso premio: verrà arrestato in Spagna ed estradato.

Il 15 aprile 2003 Abu Abbas viene arrestato in Iraq da forze speciali americane. Viveva in una villa di Baghdad, protetto dal dittatore iracheno Saddam Hussein. Il 9 marzo 2004 Abbas muore in un carcere americano alle porte di Baghdad: fonti americane affermano che è deceduto in seguito a un attacco cardiaco.