Il 3 febbraio 2008, le elezioni in Serbia riconfermano la politica moderata e filoeuropea del presidente uscente Tadic, che sconfigge seppur di misura gli ultranazionalisti contrari all'indipendenza del Kosovo, ostili all'Unione Europea e favorevoli ad un riavvicinamento con la Russia.

Il 9 dicembre 2007, le autorità kosovaro-albanesi hanno annunciato la loro intenzione di avviare un processo che porti rapidamente la regione a dichiarare la sua indipendenza dalla Serbia, ma la Russia ha immediatamente lanciato un duro monito ad ogni iniziativa unilaterale.
"Se i nostri partner riconosceranno una proclamazione unilaterale d'indipendenza da parte del Kosovo, noi invece non lo faremo", ha avvertito il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. E ancora: "Chi appoggia l'indipendenza del Kosovo pensi con estrema attenzione alle conseguenze perché in tal caso quegli stessi Paesi violerebbero il diritto internazionale, e noi una violazione del genere non la sosterremo. Provocherebbe una reazione a catena, nei Balcani e in altre parti del mondo. Chi fa piani simili deve badare molto attentatmente alle conseguenze che ne deriverebbero". 
I paesi della ex Jugoslavia non hanno ancora trovato stabilità ed equilibrio dopo la sanguinosa guerra degli anni Novanta.

Così 50 anni fa Winston Churchill commentava la natura di quelle terre:
Gli spazi balcanici contengono più storia di quanta ne possano consumare


Pedrag Matvejevic'
La puntata propone un percorso in quella regione in compagnia di una guida d'eccezione, lo scrittore croato-russo Pedrag Matvejevic'.

Pedrag Matvejevic' è nato a Mostar nel 1932 da padre russo e da madre croata della Bosnia-Erzegovina. Secondo il giornalista Ennio Remondino, per anni inviato in quella zona, ?Matvejevic' è l'ultimo jugoslavo che conosco', nonostante le critiche portate avanti dallo scrittore negli ultmi anni del regime di Tito.
Professore all'Università di Zagabria, Matvejevic' è emigrato all'inizio della guerra nella ex Jugoslavia scegliendo una posizione «tra asilo ed esilio». Ha insegnato alla Sorbona di Parigi, e attualmente è docente di letterature slave all'Università La Sapienza di Roma.

Il Presidente della Repubblica Ciampi gli ha concesso la cittadinanza italiana per "la sua opera, accolta con grande favore nei più diversi paesi, che rappresenta il tramite fondamentale tra le tradizioni culturali dell'area balcanica con la civiltà europea". Le Universita' di Trieste e di Genova gli hanno entrambe conferito la Laurea honoris causa.
Dopo la "caduta del muro", Matvejevic' si è opposto a tutte le moderne "democrature", come egli stesso le definisce, intendendo con questo termine i nuovi regimi instauratisi in alcuni paesi dell'est che si dichiarano formalmente democratici senza che la società presenti una struttura effettivamente democratica. Nel gennaio del 2000 Matvejevic' ha ricevuto un incarico dall'Alto Commisariato dell'Onu per i territori della ex-Jugoslavia. Per un suo articolo pubblicato nel 2001 su un quotidiano croato, dal titolo I nostri talebani, ha subito un processo ed è stato condannato per diffamazione a cinque mesi di carcere.

Il ponte di Mostar
Il viaggio comincia da Mostar, da quel ponte distrutto che è diventato il simbolo della guerra balcanica e della violenza cieca di ogni guerra. Lo Stari Most, il vecchio ponte di Mostar, non era un obiettivo militare, non era un bersaglio strategico, ma soltanto un obiettivo simbolico. Era stato costruito tra il 1557 e il 1566 dall'architetto turco Hajruddin, su commissione del sultano Solimano il Magnifico. La sua campata unica di 29 metri, in blocchi di pietra calcarea locale, rappresentava un prodigio architettonico. All'epoca della sua costruzione ci vollero dieci anni per portare a termine l'opera; tanti quanti ce ne sono voluti a restaurarla cinque secoli dopo.

Pedrag Matvejevic? racconta che i ragazzi di Mostar, il ponte sul fiume Neretva che divideva in due il suo paese natale, lo chiamavano semplicemente 'il vecchio', come si fa con un compagno o con un padre. 'Ci trovavamo sul vecchio, ci bagnavamo nel vecchio, i più temerari di noi si tuffavano dal vecchio. Eravamo ragazzi senza frontiere, cattolici croati, musulmani, bosniaci; abbiamo vissuto in una particolare convivenza.  Lo stesso nome della città, Mostar, vuol dire vuol dire 'guardiano del ponte' 'colui che guarda il ponte'; lo guarda e dunque lo protegge. Durante i secoli sono passate le armate, le guerre, gli imperi, ma il ponte ha sempre resistito."
Per distruggere quel ponte vecchio di mezzo millennio ci è voluta la guerra contemporanea: l'8 novembre del 1993, nel pieno del conflitto jugoslavo, il ponte è stato bombardato dalle milizie croate. La mattina del 9 novembre 'il vecchio' era distrutto.

Oggi il ponte è stato ricostruito, ma la ferocia delle divisioni etniche non si è placata del tutto e nuovi conflitti hanno attraversato in questi anni quelle terre complicate.


L'infanzia di Pedrag Matvejevic' a Mostar
Matvejevic', davanti alla casa della sua infanzia ora ridotta ad una quinta teatrale senza tetto e senza pavimenti, racconta come si svolgeva la vita familiare e gli ottimi rapporti che intercorrevano tra la sua famiglia cattolica e i concittadini di fede islamica. Da ciò che rimane di quei luoghi, dove ogni anno egli compie una sorta di 'pellegrinaggio laico', lo scrittore racconta della sua vicina musulmana, a cui sua madre lo lasciava per occuparsi di lui quando lei lavorava. 'Guardavo questa vecchia donna che pregava, e imparai a pregare alla maniera musulmana prima ancora che a quella cristiana. Guardavo la moschea, la gente che si lavava i piedi prima di entrare e l'atteggiamento serio dei fedeli; così iniziai a capire cosa voleva dire essere credente.?

Le testimonianze di altri cittadini di Mostar si alternano a quelle dello scrittore, e sono piene di rimpianto per la città nella quale sono cresciuti; una città multietnica e tollerante, nella quale era naturale che, all'interno delle stesse famiglie, si incrociassero pacificamente culture e fedi religiose diverse. E tutti fanno notare come ora la situazione sia cambiata: 'Ora la città è divisa. Tutte le istituzioni sono divise; già dalla prima elementare i bambini imparano che a est ci sono i pezzenti e a ovest i fascisti.?

Sono in molti a rimpiangere i tempi della Jugoslavia. Questo il ricordo di un uomo che all'epoca faceva l'arbitro di calcio della serie A: 'Viaggiavo per tutto il paese senza disturbo, senza bisogno di visti, oggi invece è tutto molto difficile, a Mostar come dappertutto.?

Un altro suo concittadino si rammarica che alla Jugoslavia non sia toccato il destino che gli spettava: 'Se solo fosse rimasta la Jugoslavia ? non c'era nessun altro paese al mondo come la Jugoslavia. Saremmo entrati per primi nell'Unione Europea, altro che Bulgaria o Romania; sarebbero stati tutti dietro di noi. La disgregazione della Jugoslavia è stato veramente un grande peccato.?

O un altro ancora: 'Per me la Jugoslavia non era una forzatura, ma un bellissimo paese con un bellissimo futuro. Fatto sta che per 50 anni molte cose sono state dimenticate e sono state nascoste sotto il tappeto. E alcune di esse ancora non sono state risolte e se continuano così non escludo che ci possa essere un'altra guerra.?

Qualcuno solleva la preoccupazione che 'dopo la guerra il nostro paese avrà un buco nella sua storia, perché questo paese non ha una più una storia comune'.

E c?è chi sintetizza con un aforisma che ricorda le valutazioni di Churchill di molti anni prima: 'Semplicemente, in questa zona del mondo c?è troppa storia per una sola bandiera.?

Sarajevo
Se Mostar è legata all'infanzia, Sarajevo riporta Matvejevic' agli anni dello studio e della formazione. "Mi ricordo una specie di slancio della gioventù, l'entusiasmo con cui si cercava di ricostruire un paese distrutto dopo la seconda guerra mondiale e di costruire quello che ancora non c'era."
Matvejevic? tesse le lodi della città di Sarajevo, "una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera ad un centinaio di metri l'uno dall'altro; una situazione che non esiste in nessun'altra parte del mondo".

L'Islam della Bosnia Erzegovina, sostiene Pedrag Matvejevic', era storicamente un Islam laico e tollerante, che rifiutava quello fondamentalista ed aggressivo, fatta eccezione di piccole minoranze che sono state fomentate da pesi stranieri come l'Arabia Saudita.
«Nel cuore dell'Europa esisteva un Islam moderato, laico, dialogante: era la Bosnia. Ebbene, l'Europa democratica, cristiana, tollerante, assistette in silenzio, un silenzio pesante, un silenzio complice, alla distruzione di quell'esperienza. Assistette in silenzio, un silenzio imbelle, di fronte al massacro di ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica. Quel silenzio ha rafforzato l'islamismo integralista.
Sarajevo era una città nella quale c'era davvero la possibilità di un incontro felice tra l'Oriente e l'Occidente, ora sicuramente, dopo l'ultima guerra questo incontro è più difficile e dipende da moltissimi fattori e dall'evoluzione dei singoli paesi dell'ex Jugoslavia. E dipende anche dall'Europa, che potrà adoperarsi affinché si sviluppi in Bosnia una società che aiuti il paese a guarire dalle sue ferite."

Oggi Sarajevo, è una città che deve ancora trovare una sua dimensione. "La Bosnia Erzegovina ? commenta un cittadino di Sarajevo ? è in un certo senso un paese occupato, perché ci sono non so quanti eserciti stranieri che controllano che la situazione non degeneri. In un certo senso questo è un bene, perché se se ne dovessero andare penso che tutto ritornerebbe com'era dieci o quindici anni fa, perché l'odio che si è prodotto durante la guerra non si è ancora placato."
 
Pedrag Matvejevic' ricorda infine uno degli episodi più tristi accaduti a Sarajevo durante l'assedio, quando la biblioteca cittadina è stata bersaglio del fanatismo etnico religioso serbo. "Nell'agosto del 1992, due milioni di libri e chissà quanti manoscritti sono andati perduti per causa dell' incendio. La biblioteca bruciata dalle milizie serbe conservava una grandissima collezione di libri di cultura serba, e questo è un paradosso storico e culturale. E' un caso di autodistruzione".

Zagabria
Il viaggio continua; la tappa successiva è la città di Zagabria, oggi capitale della Croazia, dove Pedrag Matvejevic? ha vissuto per più di 30 anni.
'Sono venuto da studente, qui ho pubblicato i miei primi libri, poi è venuto il tempo delle guerre fratricide ed io mi sono opposto come potevo, scrivendo saggi, articoli molto duri contro Milosevic e contro Tudjman. Ho sofferto in quei tempi violenti attacchi, le critiche erano dure, alcuni colleghi non volevano neanche più salutarmi, trovavo i muri della mia casa imbrattati di insulti, e un giorno ci sono stati dei colpi di rivoltella sulla mia casella postale. Una minaccia che ha spinto me e a mia moglie a partire, ad andarcene via di qui. Dopo aver scritto un testo sui talebani cristiani, quelli che hanno incendiato la guerra nei Balcani, quelli che hanno stimolato l'odio nazionale, uno di coloro che citavo mi ha fatto una causa per diffamazione e sono stato condannato a 5 mesi di carcere. Ho ignorato la condanna; non ho voluto ricorrere in appello perché questo avrebbe significato legittimare una simile sentenza.?

Quale Europa si sta costruendo'
Matvejevic' dice di essere nato in un paese senza frontiere e di averle man mano viste innalzarsi. Dichiara di non essere mai stato separatista, di aver sempre pensato che la Jugoslava potesse entrare tutta intera nell'Unione Europea e che i conflitti, soprattutto quelli tra serbi e croati si potessero risolvere secondo i criteri europei.
'La Bulgaria è entrata in Europa, la Romania è entrata in Europa e così la Repubblica Ceca - prosegue Matvejevic' -  ma è una menzogna. In realtà non sono entrate in Europa ma solo nell'Unione europea. Perché in Europa ci sono sempre state. Io sento di essere sempre vissuto in Europa; Zagabria era a tutti gli effetti una città dell'Europa centrale. E allora mi sono chiesto: ma quale Europa si sta costruendo' Io sogno un'Europa diversa da quella colonialista, un'Europa illuminista, un'Europa laica, che permetta tutte le fedi, un'Europa dei cittadini che si danno la mano e non un'Europa degli Stati, che storicamente si sono fatti tante guerre (pensate solo a quelle tra Francia e Germania o tra l'ex Jugoslavia e l'Italia). Io credo che bisogna pensare a quali sono i valori e quali non lo sono. E sicuramente il nazionalismo non è un valore. In questo momento non sappiamo quale sarà il destino dei Balcani ma sappiamo che qui, negli anni Novanta, si è consumato anche il destino dell'Europa. Quanto accaduto negli anni '90 diventerà un tragico ricordo solo se chi oggi decide le sorti dell'Europa non dimenticherà che la Storia non è merce di scambio.?

Il saggista non perde occasione di ricordare come la storia dell'ex Jugoslavia sia profondamente intrecciata con quella europea e come quella terra sia da sempre una terra di interposizione tra Occidente e Oriente; il punto d'incontro ma anche il punto di rottura. Basti pensare che quasi mille anni fa (nel 1054) lì si consumò lo scisma all'interno della Chiesa, e la rottura definitiva dell'Europa cristiana.

In difesa dell'Islam moderato contro lo "scontro di civiltà"
In un mondo spaventato dal terrorismo Pedrag Matvejevic' ha sempre cercato di mettere in guardia da facili generalizzazioni, rispondendo così alle polemiche spesso strumentali sul presunto 'scontro di civiltà? in atto.
"Non è blindandoci che potremo salvarci. Non possiamo, non dobbiamo guardare all'Islam come a un monolite privo di sfaccettature. Dobbiamo osservare le differenze, che esistono, e che sono foriere di speranza. Io queste differenze le ho toccate con mano; ho conosciuto un Islam laico, moderato, dialogante. L'ho conosciuto in Bosnia. Ho pianto con loro quando i "soldati cristiani" ortodossi serbi hanno massacrato ottomila musulmani bosniaci a Srebrenica. Ottomila vittime innocenti: quattro volte più che nelle Torri Gemelle. Per le Torri Gemelle siamo stati tutti giustamente coinvolti, colpiti, inorriditi, dolenti. Così non è stato per le vittime di Srebrenica. In quelle fosse comuni è stato sepolto, violentato, l'Islam laico sorto nel cuore dell'Europa. Allora la propaganda di Milosevic e di Tujman presentò agli Usa, all'Europa, all'Occidente quei musulmani di Bosnia come un cuneo islamico in Europa, come l'avamposto di una penetrazione islamica nel Vecchio continente, creando le premesse ideologiche per la loro distruzione. In questo avallo c'è la miopia dell'Occidente: una politica lungimirante avrebbe invece dovuto valorizzare l'Islam europeo, l'Islam laico contrapponendolo ai veri islamici fanatici. Questo dovevamo fare e invece abbiamo lasciato distruggere questa oasi dell'Islam europeo. Sì, l'Islam moderato esiste. Io l'ho conosciuto in Bosnia, l'ho ritrovato nei miei viaggi di studio in Marocco o in Tunisia; questo Islam del dialogo e della dignità ha il volto dolente degli intellettuali egiziani che ho incontrato di recente, che ho risentito dopo la strage di Sharm, e che si vergognavano del fatto che l'Islam, il loro Islam, fosse abbinato a crimini del genere, infangato da quegli assassini".