È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani inviati in Libano per indagare sui traffici di armi da Beirut, scompaiono senza lasciare tracce. A 29 anni di distanza i loro corpi non sono stati ancora ritrovati.

I giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo da dieci giorni si trovano in Libano per raccontarne la guerra civile, coacervo di contraddizioni politico-militari e terreno di scontro di più raggruppamenti (nonché laboratorio di quella che sarà, due anni dopo, l'invasione israeliana mossa da Ariel Sharon), ma soprattutto per indagare sui traffici d'armi e sugli intrighi internazionali che vedono anche la partecipazione dei servizi segreti italiani.


La guerra civile libanese scoppia il 13 aprile del 1975 quando nel quartiere di Ain Remmaneh un gruppo di persone che assisteva alla consacrazione di una chiesa viene massacrato dai colpi di mitra sparati da combattenti palestinesi. I morti sono quattro, mentre i feriti sette. Tale azione trova subito una violenta risposta: un autobus carico di feddayn armati, di ritorno da una parata, passa nel quartiere dopo l'attacco che ha provocato le vittime cristiane e viene colpito a sua volta. Le vittime palestinesi crivellate dai colpi sono ventisette. È l'inizio effettivo della guerra.

 

Il conflitto deflagra sia a causa della situazione palestinese nel Paese (si contavano ormai 300.000 palestinesi), sia per la gestione del potere politico libanese. Da un lato vi erano i cristiani sostenuti da Israele e dall'altro i musulmani, sostenuti inizialmente dalla Siria e, dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979, anche dall'Iran. A fronteggiarsi quindi, sono da una parte le milizie composte da cristiani maroniti, e dall'altra una coalizione di palestinesi alleati ai libanesi musulmani raccolti tutti nel Partito Socialista Progressista.


Come in tutte le guerre anche in Libano il traffico di armi è piuttosto attivo: in questi anni i soldi derivati dal commercio di armi vengono riciclati in istituti di credito, aziende e banche con sede proprio a Beirut, città con la quale hanno a che fare anche persone legate alla P2 e al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Graziella De Palo, 24 anni, indaga sui traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l'Astrolabio, mentre Italo Toni, 51 anni, è un esperto di questioni mediorientali e per questo collabora con diverse testate, anche internazionali.

Italo e Graziella sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista (guidata da George Habbash), che gli ha promesso di condurli a sud sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l'esercito israeliano. I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d'armi in violazione degli embarghi sanciti dall'Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici.

Il 2 settembre dunque dopo aver confermato le stanze d'albergo e avvertito l'ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla. Della loro sorte non si saprà più niente e i loro parenti a 28 anni dalla scomparsa, non sanno ancora se sono morti, e se sì come e per mano di chi. Le indagini sulla loro scomparsa mostrano subito collegamenti con la P2 e i servizi segreti. Ma tutto viene ben resto coperto dal segreto di Stato.

In un articolo de Il Resto del Carlino, del 27 febbraio 1985 si legge:

"Caso Toni-De Palo, Craxi conferma: segreto di Stato sui rapporti con l'OLP. Potrà essere tolto solo se il giudice formulerà domande più circoscritte. L'inchiesta giudiziaria sulla scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, avvenuta il 2 settembre 1980 in Libano dove i due si trovavano per una serie di reportages sui campi palestinesi, non potrà scrollarsi di dosso il segreto di Stato - opposto al magistrato inquirente dal colonnello Stefano Giovannone, all'epoca dei fatti uomo del Sismi a Beirut - se lo stesso giudice non porrà in termini diversi e più circoscritti la domanda alla quale l'ex ufficiale del servizio segreto militare si è rifiutato di rispondere.

È questo il succo della risposta del presidente del Consiglio Craxi alla lettera inviatagli il 24 gennaio da Miriam Mafai, presidente della Federazione nazionale della stampa; lettera in cui si chiedeva proprio la rimozione del segreto invocato da Giovannone. Alla Mafai - che nella lettera del mese scorso gli faceva presente che l'accertamento della verità sulla 'Toni-De Palo story' è ostacolato dal segreto di Stato, che impedisce al giudice di acquisire testimonianze giudicate essenziali - Craxi replica di volere, come è negli auspici di tutti, il raggiungimento di una chiara spiegazione del tragico episodio.
E aggiunge: «Quanto alle risultanze dell'istruttoria, in base alle quali, come leggo nella sua lettera, sarebbero emersi concreti elementi comprovanti un traffico di armi ed un coinvolgimento dei servizi di sicurezza, mi viene riferito che gli accertamenti giudiziari finora svolti sono ancora coperti dal segreto istruttorio. (...) Quanto alle indagini connesse con il caso Toni-De Palo - continua la lettera di Craxi - i servizi hanno fornito all'autorità giudiziaria ogni possibile collaborazione, mettendo a disposizione un'ampia documentazione, rendendo dirette testimonianze e comunicando tutti gli elementi conoscitivi in loro possesso che riguardassero la vicenda. Sulla piena collaborazione dei servizi posso darle, quindi, ampia assicurazione. È vero che nel corso dell'istruttoria è stato opposto e confermato il segreto, ma esso non si riferisce ai fatti oggetto del procedimento, bensì alla più generale materia dei rapporti dei colonnello Giovannone, e quindi del Sismi, con i palestinesi e con l'Olp.
In tal senso la conferma del segreto, attentamente ponderata, è apparsa doverosa, essendo evidente che la risposta del colonnello Giovannone a una domanda formulata in termini così ampi avrebbe comportato la diffusione di notizie attinenti a delicati rapporti esteri con conseguente pregiudizio di taluni degli interessi statali. Su questo punto, quindi, che riguarda la politica estera del governo non appare possibile rimuovere il segreto. Devo peraltro precisare
- conclude Craxi - che nel comunicare al magistrato la conferma del segreto, gli è stato fatto presente che, se avesse circoscritto la domanda a fatti specifici attinenti all'oggetto dell'indagine, non sarebbe mancato ogni possibile contributo all'accertamento della verità».

Una puntata di Amedeo Ricucci.