20 marzo 1994, a  Mogadiscio in Somalia, vengono uccisi la giornalista  Ilaria Alpi e il cameramen Miran Hrovatin, inviati speciali della Rai. Questo omicidio è rimasto un mistero in cui si intrecciano trame internazionali, depistaggi e false testimonianze.


 Punto focale, in questa operazione verità, è il nome di Giancarlo Marocchino: colui che ha costruito nella seconda metà degli anni Novanta il porto di Eel Ma'aan, come spiega il 25 ottobre 2005 alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Colui che per primo a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, accorre sul luogo dell'omicidio della giornalista e del suo operatore.
Questo imprenditore italiano non è mai stato processato nè indagato per l'assassinio Alpi: eppure, secondo Greenpeace ha costruito il porticciolo di Eel Ma'aan "per creare un'alternativa alla chiusura del porto di Mogadiscio, dovuta a scontri tra i signori della guerra somali" in lotta tra loro per controllare il territorio. E sempre secondo le dichiarazioni degli ambientalisti contenute nei faldoni della procura di Asti, assume indubbio rilievo il fatto che l'imprenditore abbia seppellito montagne di container dentro la banchina.

Nel 2008
Le novità sull'omicidio della giornalista del Tg 3 Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, sono riportate nella nota che il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Neri, ha inviato al suo procuratore generale Giovanni Marletta. Sottratti 11 fascicoli e Sperso il certificato di morte della giornalista.
Neri, infatti, ha sempre confermato il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi nell'abitazione di Giorgio Comerio, che «è il creatore della holding Oceanic disposal management -spiega Neri- che sfruttando il progetto elaborato dall'Euratom per conto della Cee, prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori, che a loro volta venivano inglobati in siluri d'acciaio e lasciati cadere per forza inerziale nei fondali marini sabbiosi e argillosi».


Il 20 marzo 1994 la giornalista RAI Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin, inviati in una Somalia dilaniata dalla guerra civile, dove regnano la violenza, i traffici illegali, il caos, sono uccisi in un agguato a Mogadiscio.

La catastrofe umanitaria che si consuma ancora oggi, e testimonia il fallimento di tutte le missioni internazionali di soccorso succedutesi negli anni, sembra senza soluzione così come le circostanze dell'assassinio, che dopo 14 anni restano ancora oscure.

Dalla Commissione alla Procura
La Commissione parlamentare d'Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall'omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall'avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.

Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l'agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all'accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell'agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.

Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l'insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l'autorizzazione a partecipare alla perizia sull'autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.

Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l'inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell'ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.

L'ordinanza del giudice apre all'ipotesi, definita come 'più probabile ricostruzione', dell'omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l'Italia.
Secondo un verbale della polizia somala, come rivelato il 17 marzo 2008 dalla trasmissione 'Chi l'ha visto'?, Alpi e Hrovatin sarebbero stati attirati sul luogo dell'agguato da una telefonata effettuata da uno sconosciuto italiano.

Ilaria, Miran e la Somalia del 1994
Ilaria Alpi nasce il 24 maggio 1961 a Roma dove, dopo il diploma ottenuto presso il liceo 'Lucrezio Caro', si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne. La successiva specializzazione in Lingue Orientali le vale una prima collaborazione, dal Cairo, per 'L'Unità' e 'Paese Sera'.
Intraprende dunque la carriera giornalistica fino ad arrivare in RAI nel 1990, come corrispondente dall'estero per il TG3. La grande professionalità e la straordinaria dedizione al lavoro la portano in aree difficili come il Marocco, la Serbia e la Croazia, e per ben tre volte in Somalia.

Miran Hrovatin, nato a Trieste nel 1949, di professione fotografo e cineoperatore, accompagna l'inviata del TG3 a Mogadiscio, dove arrivano il 12 marzo 1994 per seguire le operazioni di rientro del contingente italiano di 'caschi blu', impegnato nella missione internazionale UNOSOM, previste per la settimana seguente.

L'esasperata violenza degli scontri tra le diverse fazioni tribali, che combattono tuttora nel Corno d'Africa, aveva spinto l'ONU ad attivare nel 1992, tramite la risoluzione 751 (24 aprile) e 794 (3 dicembre), operazioni di peacekeeping che non riuscivano comunque ad arrestare il conflitto, e tantomeno a proteggere l'insediamento di un governo legittimo.
Anzi, gli attacchi dei clan infuriano con una violenza ancora maggiore e coinvolgono i militari italiani, pakistani e statunitensi del contingente internazionale sotto l'egida dell'ONU. Particolarmente cruenta è per gli italiani la 'battaglia del pastificio' del 2 luglio 1993, mentre le truppe statunitensi sono duramente colpite il 3 ottobre dello stesso anno, nella 'battaglia di Mogadiscio'. Il perdurare degli scontri segna nel 1994 con ineluttabile evidenza il fallimento della missione 'Restore Hope': per la Somalia non sembra esserci più speranza.

Sotto la protezione dei marines americani, per i caschi blu italiani è deciso il ritiro per il 20 marzo 1994 e la troupe del TG3, nel proposito di seguire le operazioni di reimbarco, si fa anche carico di documentare l'emergenza umanitaria che sta devastando il paese.
Nel reportage, Alpi e Hrovatin attraversano le province settentrionali e prima di rientrare a Mogadiscio si interessano di una nave, la Faarax Omar, donata alla Somalia dalla Cooperazione italiana ed appena sequestrata al porto di Bosaso. Dopo un'intervista ai membri dell'equipaggio, emerge il sospetto che un'ingente traffico illegale, di armi e rifiuti tossici, stia procedendo in Somalia con il concorso di organizzazioni italiane e la copertura della missione umanitaria internazionale.
Il 20 marzo, mentre proseguono le loro ricerche a Mogadiscio, Alpi e Hrovatin sono raggiunti ed uccisi nella loro auto da un commando di sette uomini armati a bordo di una jeep.

Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell'agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell'eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell'inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.

I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d'indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da 'Chi l'ha visto?'.

Il caso fino ad oggi
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l'operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale 'Epoca' e poi riprese da 'Panorama' nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.

Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: 'Non ho paura dei somali, ma degli italiani'.

Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall'autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all'ergastolo dalla Corte d'Assise e d'Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione.
Tuttora è ufficialmente l'unico a pagare per la responsabilità dell'assassinio.

Dopo i fragili accordi di pace conclusi nel 1997, nel 2000 e nel 2002, la Somalia subisce l'infiltrazione degli integralisti di Al Qaeda e sprofonda nuovamente nella catastrofe: il debole governo di transizione nato da una tregua tra i signori della guerra viene colpito e cacciato nell'estate 2006 dalle milizie appartenenti alle Corti Islamiche. Nel tentativo di ripristinare un equilibrio contro l'avanzata dell'integralismo, intervengono prima l'esercito etiope e, nel 2007, le truppe statunitensi ma i combattimenti non sembrano cessare e il paese è vittima di una tragedia umanitaria che conta oltre un milione di sfollati.

Sembra dunque difficile, data la gravità della situazione, che le indagini sulla morte di Ilaria Alpi possano proseguire con efficacia anche in Somalia.
Con tutta probabilità, gli interessi italiani e le loro diverse estensioni illecite non si coagulano più nel Corno d'Africa come negli anni '90, ciò nonostante sembrano giunte ad un punto morto anche le inchieste della procura di Asti e La Spezia, che hanno rilevato l'esistenza di traffici di armi, droga, rifiuti tossici e radioattivi dall'Europa Orientale, attraverso l'Italia, concentrati verso la Somalia.

Dall'esercito italiano non sono giunti in modo univoco né sistematico elementi di novità capaci di contribuire allo sviluppo delle indagini sul caso Alpi. Ilaria si era guadagnata però una grande stima quando, il 15 settembre 1993, si rifiutò di annunciare per prima la morte dei caporali Righetti e Visioli per rispettare il dolore dei familiari. Forse anche nell'intento di ricambiare una tale onestà, non è però mancata la collaborazione da parte di diversi militari, alcuni dei quali hanno confermato le versioni meno semplicistiche della vicenda nelle deposizioni alla Commissione d'inchiesta.

In attesa di nuovi sviluppi sul fronte giudiziario, mentre si ipotizza la creazione di una nuova Commissione parlamentare, emergono nuovi particolari che rafforzano i dubbi ma anche la determinazione di chi intende costantemente, come insegnato da Ilaria, ricercare la verità, per quanto scomoda possa essere.