Il caso Cirillo - La trattativa

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Il 27 aprile del 1981 le Brigate Rosse rapiscono a Torre del Greco, nel garage del suo palazzo, il democristiano Ciro Cirillo, assessore all'urbanistica della Regione Campania. Nell'agguato perdono la vita il poliziotto Luigi Carbone e l'autista Mario Cancelli, e resta ferito Ciro Fiorillo, segretario dell'assessore rapito.
Il sequestro si trasforma in un clamoroso caso politico e giudiziario, un intreccio oscuro i cui protagonisti sono i servizi segreti, gli uomini delle Brigate Rosse, i camorristi e i vertici della DC; secondo il presidente Napolitano si tratta di "una delle pagine più nere dell'esercizio del potere nell'Italia democratica".


Chi è Ciro Cirillo?
Ciro Cirillo, napoletano, classe 1921, impiegato alla Camera di Commercio, subito dopo la guerra si iscrive alla DC di Torre del Greco. Negli anni '60 ricopre a lungo la carica di segretario provinciale del partito, e nel '68 viene eletto presidente della Provincia, mentre si lega sempre di più all'astro nascente dello scudo crociato campano, Antonio Gava, diventandone l'uomo di fiducia. Negli anni '70 Cirillo approda alla Regione. Dopo 5 anni come assessore all'urbanistica, nel 1980 arriva la nomina più prestigiosa: presidente della Regione. Nel 1981, nella Campania devastata dal terremoto, di fronte a danni incalcolabili e a decine di migliaia di senzatetto, Cirillo torna all'Urbanistica con la delega alla ricostruzione, chiamato in prima persona alla pianificazione del dopo terremoto in Campania.
Le famiglie dei terremotati, accampate nelle roulottes, vivono in uno stato di semi abbandono. Proprio per questo suo ruolo nevralgico le BR lo scelgono come simbolo della 'ricostruzione imperialista e antiproletaria'. A motivare la scelta del bersaglio sono gli stessi brigatisti nel comunicato numero 1 dopo il rapimento, il 28 aprile 1981.


La scia di sangue delle BR e la colonna napoletana di Senzani 
A Napoli, il 29 aprile, in Piazza del Plebiscito, una folla commossa saluta le due vittime dell'agguato. La città è in stato d'assedio. Il furgone usato dai sequestratori viene ritrovato ad Ercolano.  Lo Stato, intanto, annuncia la linea dura. Come per Moro tre anni prima, lo Stato ha dichiarato che non tratterà neppure per Cirillo.
In quella primavera del '81, intanto, le BR non danno tregua; nelle mani dei terroristi finiscono anche Renzo Sandrucci, dirigente dell'Alfa Romeo, Roberto Peci, fratello di Fabrizio Peci, primo pentito della lotta armata, e l'ingegnere della Montedison Giuseppe Taglierci. Un'offensiva senza sosta, guidata da uno dei leader delle BR, il quarantenne Giovanni Senzani, criminologo fiorentino, ex consulente del ministero di Grazia e Giustizia, entrato in clandestinità dopo un breve arresto nel 1979 (viene rilasciato per insufficienza di prove). Già in contatto con Mario Moretti e gli uomini delle BR durante il sequestro Moro, nel 1980 Senzani è tra le menti del rapimento del giudice D'Urso, che lo stesso Moretti definirà 'il capolavoro delle BR?. Nello stesso anno dirige il cosiddetto Fronte delle Carceri e fonda la colonna napoletana delle BR. La nuova struttura entra in azione il 19 maggio dello stesso anno, con l'omicidio dell'assessore democristiano Pino Amato. Dopo l'arresto di Moretti, avvenuto il 4 aprile del 1981, Senzani è uno degli ultimi capi brigatisti a piede libero, e punta a guadagnare consenso nel Mezzogiorno, in particolare facendo breccia tra i disoccupati e i senzatetto del dopo terremoto.

I servizi si rivolgono alla camorra di Raffaele Cutolo
Ma a Napoli c?è un'altra organizzazione criminale, la camorra, il cui capo indiscusso, Raffaele Cutolo, controlla capillarmente il territorio, nonostante in quel momento sia detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. E proprio al boss camorrista, 24 ore dopo il rapimento di Cirillo, si rivolgono i servizi segreti, alla ricerca di notizie sull'ostaggio, dato che, come racconta Carlo Alemi, giudice istruttore a Napoli tra il 1979 e il 1993, all'epoca Cutolo aveva il controllo pressoché totale del mondo carcerario.
Al processo Cutolo, nel maggio del 1989, il funzionario del SISME Giorgio Criscuolo, racconta nella sua deposizione di essersi recato personalmente ad Ascoli Piceno ad incontrare il capo della camorra, presentandosi come l'avvocato Canfora, ma racconta anche che 'dopo pochi minuti Cutolo aveva già smascherato la mia identità e interrotto il colloquio'. Cutolo, in un primo momento, non sembra dunque intenzionato a collaborare.

La strategia brigatista
Intanto la campagna delle BR prosegue; tra il 30 aprile e il 7 maggio del 1981 il macabro rituale terrorista si ripete con tre comunicati e la replica del tristemente famoso "processo popolare", questa volta ai danni di Cirillo, con tanto di riprese video. Il sequestrato viene accusato della "deportazione dei proletari terremotati".
Il 12 maggio le BR alzano la posta in gioco, e lo fanno con un nuovo comunicato (n.5). 'Contro la deportazione del proletariato la requisizione è l'unica soluzione possibile'. La strategia brigatista punta a fare proprio lo scontento degli sfollati, diffondendo la propria propaganda nell'accampamento di roulottes della Mostra d'Oltre Mare. 'Terremotati, sono Ciro Cirillo, sono rinchiuso nella prigione del popolo come prigioniero di guerra delle BR. Sto pagando 30 anni di attività antiproletaria. Ho capito che la ricostruzione non può essere basata sulla deportazione'.
Pochi giorni dopo il capogruppo al consiglio comunale di Napoli Roberto Pepe, chiede la requisizione di 900 case sfitte. Per molti commentatori questo vuol dire trattare con le BR. Dopo poco le BR tornano a sparare; il 15 maggio sequestrano il consigliere comunale democristiano Rosario Giovine, che viene gambizzato perché, secondo i brigatisti, ?è una spia del regime infiltrato nel movimento dei disoccupati'.
Il 6 giugno, in provincia di Napoli, le BR prelevano Uberto Siola, assessore comunale all'Urbanistica, davanti alla sua abitazione. Senzani lo interroga per quasi un'ora mentre l'auto su cui viaggiano attraversa indisturbata il centro della città. Intanto le ricerche di Cirillo proseguono, peraltro non lontano dalla zona nella quale egli è effettivamente tenuto prigioniero. I brigatisti dicono a Cirillo di 'pregare perché non trovino questo posto, perché altrimenti noi dobbiamo abbandonare la postazione, ma prima di abbandonarla dobbiamo farti fuori'.

Il 7 giugno, dopo giorni di silenzio, a casa Cirillo, arriva una lettera. E' lo stesso ostaggio che scrive ai figli Franco e Bernardo. Tramite Cirillo le BR fanno una nuova richiesta, la pubblicazione in veste integrale dei documenti contenenti l'interrogatorio di Cirillo ad opera delle BR. A quanto raccontano i figli in quel momento la ricerca di un giornale che fosse disponibile a pubblicare tali documenti sembrava impossibile. Alla fine le pubblicò il giornale Lotta Continua con il titolo 'Quattro pagine che avremmo preferito non pubblicare'. Le risposte date da Cirillo ai brigatisti, ora rese pubbliche dal quotidiano dell'estrema sinistra, ripercorrono tre decenni di poteri democristiano a Napoli, con tanto di nomi, correnti e strategia politica.
Con la pubblicazione degli interrogatori anche la seconda richiesta brigatista è stata soddisfatta. Tutto sembra precludere alla liberazione dell'ostaggio. Invece il 9 luglio del 1981 i sequestratori, nel cosiddetto comunicato numero 11, diffondono un lugubre messaggio. 'Il processo a Ciro Cirillo è terminato e la condanna a morte di questo boia è la giusta sentenza in questa società divisa in classi ed è nello stesso tempo il più alto atto di umanità che le forze rivoluzionarie possono compiere'.

La trattativa con Cutolo
I servizi segreti, dopo il primo tentativo fallito, tornano in carcere da Cutolo e, questa volta, sembrano trovare un accordo. Cutolo chiede di vedere qualcuno che gli dia garanzie, vuole qualcuno della democrazia Cristiana. E' Giuliano Granata, capo segretaria di Cirillo e referente immediato del partito, ad accetta il compito. Granata racconta l'incontro con Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno, in cui il capo della camorra gli 'illustra il suo piano'. Cutolo pretende che a questi incontri partecipino anche i suoi uomini di fiducia, che in quel momento erano Enzo Casillo e Corrado Iacolare. Erano entrambi latitanti e la copertura dei servizi permise che rimanessero tali.
Nella deposizione al processo Cutolo, il direttore del carcere di Ascoli Piceno, Cosimo Giordano, racconta così quella circostanza: 'Ogni volta che entravano queste persone io telefonavo al ministero e dicevo: "Guardate, sono venuti Tizio Caio e Sempronio, Casillo e Iacolare. Mi dissero queste testuali parole: abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno".
Cutolo per intavolare un rapporto con i brigatisti detenuti chiede di incontrarsi con i suoi uomini, al fine di mandarli poi nelle carceri dove erano reclusi i detenuti politici. Il capo della segreteria di Cirillo, Giuliano Granata, racconta che dopo alcuni giorni Casillo e Iacolare entrano nel carcere di Palmi con una tessera dei servizi segreti, e qualcosa inizia a muoversi.

La richiesta del riscatto
In quegli stessi giorni Senzani pone un'ultima condizione per liberare Cirillo, un cospicuo riscatto in denaro. Senzani ha prima chiesto a Cirillo di quanti soldi disponga e quali sono le persone sulle quali può fare affidamento per procurargli il denaro. Enrico Zambelli, un giornalista vicino alla famiglia Cirillo, è colui che tratta direttamente con Senzani per mediare i dettagli del riscatto, come dimostrano le telefonate tra i due registrate dalla famiglia dell'ostaggio. I brigatisti chiedono tre miliardi di lire. Zambelli ne propone uno quattro e cinquanta. Le brigate Rosse si accordano con il mediatore. Poi arriva il momento più difficile, la consegna del denaro. Zambelli, seguendo le istruzioni date via via dai brigatisti, gira prima per Napoli e poi prende un treno per Roma. Alla stazione Termini di Roma, viene avvicinato da una persona che gli fornisce ulteriori istruzioni sui suoi spostamenti. Dopo varie tappe Zambelli incontra Giovanni Senzani, che gli dà una catenina appartenente a Ciro Cirillo. 'Il suo viaggio finisce qui, la ringraziamo e le portiamo i saluti del suo amico'; sono le ultime parole che il capo brigatista dice al mediatore della famiglia Cirillo. Una telefonata delle BR a Zambelli lo informa su dove è stato lasciato 'il pacco'. E' il 24 luglio del 1981: Cirillo è libero.

La difficoltà di ricostruire la verità
Ma il giallo è tutt'altro che risolto. Chi ha messo i soldi del riscatto' Chi ha effettivamente partecipato alla trattativa' Per conto di chi si sono mossi i servizi segreti' Perché lo Stato ha trattato con i brigatisti diversamente da quanto fece con Aldo Moro'
Subito dopo la liberazione dell'ostaggio si verifica un episodio molto controverso: la macchina su cui viaggia Cirillo, diretta in Questura come ha disposto la magistratura, viene raggiunta da quattro macchine. Da una di esse scende un funzionario di polizia che pretende gli venga consegnato Cirillo, e lo porta a casa. Libero Mancuso, pubblico ministero a Napoli, racconta che il tentativo di interrogare Cirillo fu vano, perché 'egli simulava una specie di incoscienza, per accertare la quale chiamammo anche un medico'. Il medico dice che bisogna lasciare riposare Cirillo. Ma Libero Mancuso, andando via dall'abitazione del politico, vede entrare a casa Cirillo Gava e Piccoli, secondo il magistrato 'i veri protagonisti della sua liberazione, della trattativa clandestina e di tutto ciò di illegale che era avvenuto negli apparati dello Stato.? Dunque quel giorno a Torre del Greco, Ciro Cirillo, portato a casa contro il volere degli inquirenti, parla con i leader del suo partito e non con i magistrati.
Nell'ultima comunicato della 'campagna Cirillo', dopo la liberazione dell'ostaggio le BR recitano: 'Abbiamo espropriato al boia Cirillo, alla sua famiglia di speculatori e al suo partito di affamatori un miliardo e quattrocentocinquanta milioni di lire'. La famiglia smentisce la notizia, la Dc reagisce stizzita, proprio per bocca del dirigente del partito Antonio Gava.

I dubbi, le polemiche e l'istruttoria del giudice Alemi
Nonostante tutte le smentite, molti dubbi rimangono aperti e le voci su un coinvolgimento diretto della DC si moltiplicano. Nel marzo del 1982 il quotidiano L'Unità pubblica un presunto rapporto del ministero dell'Interno in cui si sostiene che mentre Cirillo era nella mani delle BR il democristiano Vincenzo Scotti avrebbe incontrato più volte Raffaele Cutolo nel carcere di Ascoli, per chiedergli di avviare una trattativa con i brigatisti. Scotti la definisce 'una cosa miserevole' e si dichiara totalmente estraneo alle accuse attribuitegli. Lo scoop si rivela presto una trappola; non ci sono le prove e l'autrice dell'articolo, Marina Maresca, insieme al direttore del giornale, Claudio Petruccioli, vengono travolti da una raffica di querele e costretti alle dimissioni. Pochi giorni dopo il ministro degli Interni Rognoni, in Parlamento, ammette il pagamento di un riscatto per il rilascio di Cirillo, ma nega qualunque coinvolgimento delle istituzioni. Secondo Rognoni il governo non ha avuto parte ad alcuna trattativa con i terroristi e non risulta agli atti nessun coinvolgimento della camorra. Lo Stato ha perseguito la linea della fermezza, esattamente come nel 1978 con il Presidente della DC. In Parlamento si apre un dibattito accesissimo. La magistratura, intanto, continua ad indagare; i primi arresti nelle fila della colonna napoletana delle BR portano alla luce dettagli ulteriori sul pagamento del riscatto. Qualcuno ha aiutato la famiglia nella raccolta del denaro, dicono i brigatisti. Interrogato dal giudice Alemi, uno dei carcerieri di Cirillo, Giovanni Planzio, dichiara: 'Cirillo indicò in modo preciso ai suoi familiari quali fossero le persone a cui avrebbero dovuto rivolgersi per i soldi del riscatto'. Risulta dagli interrogatori dei brigatisti che sono amici di partito e gente che doveva dei favori all'Assessore. Secondo il giudice Alemi, ci sono anche i nomi di molti costruttori napoletani, e la somma raccolta per la liberazione di Cirillo sarebbe di molto superiore a quella effettivamente pagata per il riscatto. Il denaro in più sarebbe servito a ricompensare proprio Raffaele Cutolo. Ad affermarlo è un pentito della banda della Magliana, cugino del cutoliano Iacolare. Tutta l'operazione, inoltre, avrebbe avuto una regia politica. Secondo Alemi, in cambio del denaro versato alle BR e a Cutolo i vertici della Dc avrebbe promesso ai costruttori gli appalti del dopo terremoto.
Nel 1988 il giudice Alemi deposita la sua istruttoria; un durissimo atto d'accusa che scatena una bufera politica. L'opposizione chiede le dimissioni di Gava, nel frattempo divenuto ministro degli Interni del nuovo governo De Mita. Il presidente del Consiglio respinge le accuse al suo ministro definendole 'opinioni indebitamente espresse e illazioni', ed accusando a sua volta il giudice Alemi di aver abusato delle procedure usandole 'solo come veicolo privilegiato per i suoi sospetti, ponendosi così fuori dal circuito costituzionale'.
La battaglia giudiziaria va avanti e al processo Cutolo l'imputato racconta la sua versione dei fatti: l'interessamento della DC, la sua mediazione politica, l'intimidazione ai brigatisti di rilasciare Cirillo altrimenti ci sarebbero state delle rappresaglie. Nel luglio del 1993, la versione che emerge nella sentenza della Corte Costituzionale e che la Dc trattò con le BR attraverso la camorra.

Ma molti punti di questa vicenda rimangono oscuri. E tali sembrano destinati a rimanere, se è stato lo stesso Cirillo a rispondere così, qualche anno fa, al giornalista Giuseppe D'Avanzo che lo intervistava sulle circostanze del suo sequestro e della sua liberazione: "Signore mio, glielo dico subito, io non le racconterò la verità del mio sequestro. Quella, la tengo per me, anche se sono passati ormai venti anni. Sa che cosa ho fatto? Ho scritto tutto. Quella verità è in una quarantina di pagine che ho consegnato al notaio. Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare - a ottant'anni, poi! - per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione... ."