Messina, 28 dicembre 1908. Friuli, 6 maggio 1976. Irpinia, 23 novembre 1980. I tre terremoti raccontati dai protagonisti di quei terribili giorni. Dalla paura alla voglia di ricominciare, dalla solidarietà agli sperperi: un viaggio attraverso lo spazio e il tempo in un'Italia unita dal dolore.

Tre disastri che l'italia ancora ricorda. Tre luoghi, tre momenti storici diversi, una sola esperienza: il terremoto. Un fenomeno naturale ma imprevedibile, una catastrofe che arriva dal silenzio e riduce tutto a cenere. Dal quel terremoto del 1908 ad oggi è passato un secolo: qui riportiamo il bilancio di un fenomeno puramente geologico che si trasforma, però, in un'esperienza umana civile e politica.


Messina 28 dicembre 1908
Un terremoto di grande magnitudo si scatena alle 5.21 di quella mattina di dicembre. Messina e Reggio Calabria vengono distrutte. Quel terremoto raggiunge il 10° della scala Mercalli, accompagnato da un maremoto che mette a soqquadro le coste calabro-sicule con numerose scosse devastanti. Messina viene rasa al suolo: crolla più del 90% degli edifici della città. Reggio Calabria e molti centri limitrofi riportano danni gravissimi. Ai danni provocati dalle scosse sismiche si aggiungono quelli cagionati dal mare. Onde gigantesche raggiungono infatti il litorale, spazzando via tutto. Molti, sopravvissuti al terremoto, moriranno affogati a largo.
"Noi guardavamo verso Messina, ma Messina non c'era più".
Il numero delle vittime è altissimo. La notizia del terremoto di Messina viene trasmessa dal Comandante Belleni che descrive la desolazione di un paesaggio devastato che gli fa temere che tutta l'Italia sia in quelle condizioni. Nella serata di quel 28 dicembre alcuni giornali intitolano la prima pagina: 'Messina è morta'. Messina, che all'epoca contava 133 mila abitanti ne perse 80 mila. Reggio Calabria ne perse 15 mila su una popolazione di 45 mila. Si è sempre detto che gli aiuti vennero da fuori ed in particolare dai Russi. Ma i soccorsi italiani giunsero da una amministrazione pubblica che non prevedeva un sisma di quella portata.

La mattina del 29 dicembre una squadra navale russa si dirige verso la città. Alcuni equipaggi vengono immediatamente impiegati nelle operazioni di soccorso. Subito dopo le navi italiane giungono in soccorso e le navi da guerra vengono trasformate in ospedali e trasporti. Quando la stampa esce con le prime edizioni dei giornali, l'Italia intera viene a conoscenza che a Messina e a Reggio erano scomparsi interi nuclei familiari. Così da molte regioni e province partono squadre di volontari composte da medici, insegnanti, operai per portare sostegno alle zone terremotate. Oltre alle tendopoli, si costruiscono baracche di legno per interi quartieri che vengono chiamati 'americano', 'svizzero', 'tedesco' etc, in segno di riconoscenza verso i paesi che, con i loro tangibili aiuti, ne agevolarono la realizzazione.

Friuli, 6 maggio 1976.
Una giornata insolitamente calda quella del 6 maggio del '76. Alle 21 un terremoto di eccezionale intensità sconvolse il Friuli. Quasi mille vittime e migliaia i feriti. Numerosi comuni, per un raggio di 60 km dall'epicentro, furono investiti dal sisma. La scossa durò 50 secondi. Questo breve, ma lunghissimo lasso di tempo fu sufficiente per causare gravi danni alle abitazioni e alle infrastrutture. L'epicentro fu poi localizzato presso Tolmezzo, a otto chilometri a nord di Carnia sul Tagliamento. Il sisma venne stimato come ottavo/decimo grado della scala Mercalli. La forza devastatrice colpì i comuni di: Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d'Asio e molti altri paesi della pedemontana. Ovviamente furono gravissimi i danni al patrimonio storico e architettonico.
La terra tremò alle 9 di sera. 1000 i morti, 3.033 i feriti. Gemona fu l'epicentro di quel terremoto. Nel Friuli c'era solo lutto, terrore e distruzione . Fortunatamente i paesi limitrofi cominciarono ad inviare aiuti. Alle 8 del mattino seguente il terremoto, dall'Austria era già arrivato pane e latte.

L'allora Presidente della Repubblica Leone fece visita alle popolazioni ed ascoltò commosso i racconti dei sopravvissuti. Nelson Rockefeller, vicepresidente degli Stati Uniti, dopo la visita ai paesi disastrati annunciò lo stanziamento di 21 miliardi per aiutare le popolazioni colpite. Vari i Ministri che si recarono sul posto, compreso il Presidente del Consiglio On. Moro insieme al Commissario Straordinario del Governo Zamberletti. Da tutta Europa tornarono i friulani emigrati: tutti insieme per ricostruire il Friuli devastato. Dopo soli pochi giorni la macchina della solidarietà era già in movimento.
Ma a pochi mesi di distanza, esattamente l'11 settembre, la terra tremò di nuovo: due scosse alle 18:31 e alle 18:40 superarono 7,5 e 8 gradi della scala Mercalli. A Gemona crollò gran parte del centro storico che aveva resistito alle scosse di quattro mesi prima. Seguirono altre 11 scosse, di nuovo crolli, feriti, e il terrore della gente. Nei giorni seguenti altre scosse tra il sesto e decimo grado.
Quell'incubo non era finito. Era di nuovo emergenza. Il governo stanziò 160 miliardi che furono poi reperiti dall'aumento sulle tasse dei veicoli ed un aumento sulla schedina del totocalcio. Chi era scampato alla morte venne tagliato fuori dal mondo, le vie di comunicazione erano fuori uso e sembrava impossibile portare aiuti e soccorsi. Eppure i volontari accorsero dall'Italia intera in una gara di solidarietà che non si fermò di fronte a nessun ostacolo.
Passata la fase della paura, infatti, scattò la solidarietà. "Abbiamo iniziato ad informare la gente ed abbiamo visto che alle Assemblee arrivavano 200 persone - racconta Duilio Corgnali, responsabile del Comitato Tendopoli Friuli, 1976-'77- ed abbiamo scoperto che era una metodologia spontanea diffusa sul territorio. La prima piattaforma di rinascita del Friuli è ad opera dei terremotati organizzati nei comitati delle tendopoli."

Irpinia 23 novembre 1980
Quella sera si consumò la più grande tragedia del Sud Italia del secolo. "Cadute le linee della luce ci dovemmo recare nei luoghi per vedere chi era vivo e chi era morto", racconta Alberta De Simone, Presidente della Provincia di Avellino nel 2004. "Cambia tutto, è peggio di un bombardamento."

Alle 19.35 di quel 23 novembre dell' '80, una magnitudo 6,9 della scala Richter, con epicentro nel comune di Conza della Campania (AV), causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Quella scossa durò 90 secondi.
Le tre provincie maggiormente sinistrate furono quelle di Avellino (103 comuni), Salerno (66 comuni) e Potenza (45 comuni). Quell'evento cambiò le sorti e la vita di milioni di persone tra Campania e Basilicata..
I primi telegiornali parlarono di 'una scossa di terremoto in Campania' dato che l'interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito di lanciare l'allarme. Soltanto a notte inoltrata si cominciò ad evidenziarne la più vasta entità.

All'alba del 24 novembre si iniziò a diffondere la notizia che l'Irpinia era uno dei centri più colpiti del terremoto. L'area del cratere era l'area dei comuni del disastro. E l'area a cavallo tra l'Irpinia e la Basilicata ed un pezzettino del Cilento contava 3000 morti e paesi rasi al suolo. Ma i soccorsi non arrivarono.

L'immagine memorabile di Pertini ch atterra in elicottero a Balvano, il paese più disastrato dal terremoto dell'80, è rimasta nell'immaginario di molti: "Vergognatevi, non sono ancora arrivati i soccorsi". L'arrivo dell'allora Presidente della Repubblica segnò la svolta: "chi ha mancato deve essere colpito".
I mezzi, fortunatamente giunsero ma solo dopo cinque giorni.

L’aiuto più grande venne dai soldati che portarono tende. Quella pagina di solidarietà diede la speranza di potercela fare.
Ma la ricostruzione di quei luoghi fu uno dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia.

Si guarda al domani
All’inizio per i terremotati ci sono solo alloggi di fortuna: una vita quasi possibile ma anche una vita piena di disagi e privazioni. Eppure, paradossalmente, per qualcuno è anche una vita di scoperte e di libertà, come il modo di vivere dei bambini. “ Il terremoto ci ha costretti a vivere insieme”- racconta Paola Londero, abitante di Gemona (Ud). all'epoca ragazza.
C’è stato un grande moto di solidarietà tra la gente, un moto popolare che, man mano che la ricostruzione avanzava, poi è scemato perché ognuno era preso dai propri problemi.
Passata l’emergenza, tutti gli sforzi si indirizzano verso la ricostruzione: Messina, Gemona, Reggio Calabria…oggi tutti questi luoghi sono di nuovo abitati.

Una nuova vita che guarda al domani ma non dimentica la paura ed il terrore di quei pochi attimi che hanno cambiato tutto.
Molti paesi sono stati stravolti, non sempre sono stati ricostruiti nel modo migliore. Per molti il terremoto è un’esperienza lontana, un brutto ricordo con cui convivere nella speranza che non si verifichi mai più. Per altri è una realtà che non passa mai. Per gli scienziati rimane un fenomeno misterioso che si può comprendere ma che è impossibile prevedere con certezza. Per lo Stato rimane una delle sfide più grandi in termine di soccorso, di aiuto ed interventi per la ricostruzione.