Guida dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), premio Nobel per la pace nel 1994, Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal 1996, Yasser Arafat si spegne a Parigi l'11 novembre 2004: in seguito alla sua morte, il 9 gennaio 2005 il testimone passa nelle mani del successore Mahmud Abbas, più conosciuto come Abu Mazen, eletto dal popolo tra una rosa di quattro uomini:

- Mohammed Dahlan, ex Ministro degli Interni e responsabile della sicurezza, considerato uno degli uomini più influenti della striscia di Gaza. Gli Israeliani lo apprezzano perché vuole eliminare gli islamismi radicali.

- Marwan Bargouti, ex leader di al-Fatah, capo riconosciuto della prima intifada, molto popolare tra i Palestinesi e già membro del consiglio legislativo. Al momento della morte di Arafat si trova nelle carceri israeliane perché condannato a cinque ergastoli.

- Abu Ala, tra i protagonisti dei negoziati di Oslo che portarono all'accordo con Israele del 1993; già Presidente del Parlamento, è vissuto da sempre all'ombra di Arafat. Ha 67 anni, soffre di cuore, ed è poco popolare tra l'opinione pubblica palestinese.

- Abu Mazen, membro storico dell'OLP e di fatto 'numero due' dell'organizzazione; nei colloqui di pace sempre al fianco di Arafat. 71 anni, in cura per un tumore, nella seconda intifada ha criticato aspramente l'uso della violenza e per questo è uno dei pochi interlocutori della leadership palestinese ad essere riconosciuto dagli Israeliani.

Quello che accomuna questi quattro uomini è il fatto di essere stati protagonisti delle diverse e difficili trattative di pace tra Arafat e i Primi Ministri israeliani, trattative che sono iniziate nel 1993 a Oslo e che ancora oggi non hanno trovato una soluzione al 'problema'.
 


Verso la pace? Gli accordi di Oslo
Washington D.C.,13 settembre 1993, Yitzhak Rabin: «Signori e signore il momento della pace è arrivato». Con queste parole, il Primo Ministro israeliano, leader laburista, annuncia, sul prato della Casa Bianca, la sottoscrizione degli accordi di Oslo con Arafat: «È ora - dice - di porre fine a decenni di conflitti e di trovare una convivenza pacifica, una dignità e una sicurezza pacifica».

In seguito a questi accordi, gli Israeliani, come promesso, iniziano a ritirarsi: Gerico e Gaza quindi passano ai Palestinesi. I problemi di fondo - i confini permanenti, i profughi palestinesi e la città di Gerusalemme - le due parti hanno deciso di affrontarli in un secondo momento. Intanto in un'atmosfera carica di speranza Rabin, Peres e Arafat nel 1994 ricevono il premio Nobel per la pace. Queste le parole di Arafat: «Ancora una volta mi congratulo con i miei compagni nella pace, il Primo Ministro di Israele Rabin e il Ministro degli Esteri Shimon Peres, per l'assegnazione del premio Nobel per la pace».

Ma le speranze di pace ricevono un duro colpo il 4 novembre del '95 quando, dopo un comizio politico tenuto a Tel Aviv, Yitzhak Rabin viene ucciso da Ygal Amir, un estremista ebreo. Due giorni dopo i capi di Stato di tutto il mondo rendono l'estremo omaggio nella città di Gerusalemme a Rabin, colui che da Generale aveva conquistato Gerusalemme e la Cisgiordania, e che successivamente, da politico, aveva scelto la strada della pace.

Questa è parte del discorso di Bill Clinton: «Chiedo a voi, miei concittadini del mondo, di osservare con attenzione questa immagine, guardate i leader di tutto il Medio Oriente e del resto del mondo convenuti qui nel nome di Rabin e della pace. Al popolo di Israele voglio dire anche che nell'ira delle tenebre il suo spirito continua a vivere: il vostro Primo Ministro è stato un martire per la pace, ma anche una vittima dell'odio».

Arafat non partecipa al funerale per motivi di sicurezza, assiste quindi alla cerimonia dalla sua abitazione di Gaza. In seguito ha affermato: «Per me fu molto, molto difficile. È doloroso, ma la cosa più importante per i Palestinesi e per gli Israeliani, oltre che per l'intera area mediorientale, era di tornare a difendere la pace dei coraggiosi, quella che avevo firmato con il mio amico Rabin. Affinché fosse possibile vivere tutti insieme».

La speranza quindi sembra non morire: il successore di Rabin è un altro laburista, Shimon Peres, proprio uno degli artefici degli accordi di Oslo. Il nuovo Primo Ministro e Arafat si incontrano alcuni mesi dopo e decidono di rispettare gli accordi: Israele rilascia mille prigionieri e si ritira dalle principali città della Cisgiordania: Betlemme, Hebron, Janin, Nablus, Qalqilya, Ramallah, Tulkarm, e da altri 450 villaggi, mentre i Palestinesi, in modo pacifico, esultano riponendo la bandiera israeliana e innalzando la loro.

Comportamenti estremisti allontanano la pace
Il processo di pace sembra quindi essere arrivato a una grande svolta, ma proprio in quei giorni Abdel Aziz al-Rantisi, capo di Hamas, si rivolge al popolo palestinese con queste parole: «Conquisteremo la Palestina e cacceremo i sionisti, gli oppressori, gli stupratori. L'unico modo sono le armi! È l'unico modo! L'unico modo!».
Per il movimento di Hamas, in conflitto con l'OLP che nel 1988 riconobbe il diritto di esistenza di allo Stato d'Israele, non può sussistere nessun tipo di trattativa: è infatti un obbligo religioso intraprendere il jihād per strappare il controllo della Palestina a Israele.

Nel contempo Shimon Peres viene a sapere che un altro dei capi di Hamas, e in particolare dell'ala militare, Yehia Ayash, si trova a Gaza e sta preparando nuovi attacchi. Il Primo Ministro israeliano quindi chiede ad Arafat di collaborare e di metterlo in prigione, ma questi gli risponde che è certo che Ayash non si trovi a Gaza. A questo punto gli Israeliani decidono di agire per conto loro; è il 5 gennaio del '96, Ayash riceve una chiamata sul suo cellulare, sarà la sua ultima chiamata, il telefono infatti è imbottito di esplosivo e lo uccide all'istante. Dopo la sua morte viene acclamato come shaid, 'un santo martire' e il popolo giura di vendicarlo.
A una cerimonia commemorativa vengono quindi presentati dieci nuovi shaid viventi, futuri kamikaze, che due settimane dopo passano all'azione: Israele è scossa da tre attacchi suicidi, i morti sono 46, i feriti centinaia. Il processo di pace fa così molti passi indietro.

Gli accordi di Hebron
Intanto nel gennaio del '96 Arafat, nonostante il boicottaggio di Hamas, vince le elezioni con più dell'80 % dei voti, e decide di rispondere alla violenza del movimento estremista attraverso interventi contro i fondamentalisti islamici; le sue parole: «Voglio dire ad Hamas che le loro attività terroristiche non vanno solo contro gli Israeliani, ma anche contro i Palestinesi, la pace, gli Arabi, gli Egiziani, vanno contro Dio».

Ormai però in Israele la tensione è cresciuta troppo: 'Niente pace con i terroristi' grida la folla nel periodo elettorale. Temendo la sconfitta di Peres e di conseguenza del processo di pace, nel marzo, Egitto e USA convocano i leader mondiali a Sharm el-Sheik: per la prima volta nella storia viene creata una coalizione internazionale antiterroristica, con l'obiettivo di convincere l'elettorato israeliano a votare Peres.

Ma il cosiddetto 'summit dei pacieri' non convince gli Israeliani e il 19 maggio del '96 Benjamin Netanyahu, leader del Likud, da sempre contrario agli accordi di Oslo, diventa il nuovo Primo Ministro: è tra quelli che credono che Arafat in realtà non voglia affatto la pace.

Poiché a tre mesi dalle elezioni il processo di pace si trova a un punto morto, il Segretario di Stato americano Warren Christopher inizia a fare pressioni affinché Netanyahu incontri Arafat. I due si incontrano a Erez al confine fra Gaza e Israele: l'incontro è molto teso, ma la loro stretta di mano è sufficiente per riaccendere la speranza.

Intanto però nella città vecchia di Gerusalemme, in un'area sacra per musulmani ed ebrei, dove si trova sia la Moschea di al-Aqsa che il Muro del Pianto, Netanyahu fa aprire un'antica galleria che corre lungo il muro. Gli estremisti palestinesi non esitano ad approfittare della situazione e iniziano così nuovi scontri: restano uccisi 59 Palestinesi e 16 Israeliani.

I negoziati però non si fermano. Il 14 gennaio del '97 Clinton convoca a Washington Arafat e Netanyahu: questi accetta di ritirarsi da Hebron e così Arafat ora può controllare tutte le principale città della Cisgiordania e di Gaza. Ma in seguito a questo accordo, in un discorso al suo popolo, il leader palestinese inneggia alla nascita dello Stato palestinese in modo ambiguo, fa appello infatti ai martiri e agli shaid: le sue non sono parole propriamente di pace.

Il passo falso di Netanyahu
Dopo qualche mese dagli accordi di Hebron, nel settembre del '97 Gerusalemme viene colpita al cuore da tre attacchi suicidi palestinesi: muoiono 5 Israeliani, i feriti sono più di 2.000, molti dei quali adolescenti. Netanyahu dichiara che fino a quando continueranno le azioni terroristiche non concederà più altra terra ai Palestinesi e ordina al capo del Mossad, il Servizio segreto dello Stato di Israele, di eliminare ogni importante esponente di Hamas che si trovi ad Amman, in Giordania.

Il 25 settembre, quindi, due membri del Mossad travestiti da turisti canadesi assalgono Khaled Mash'al, uno dei capi di Hamas, e gli iniettano una sostanza velenosa per provocargli un attacco di cuore; ma questi non muore e gli agenti del Mossad vengono scoperti e arrestati dalle autorità giordane. Il piano israeliano è quindi fallito. Netanyahu si trova in una situazione difficilissima: non può permettersi di rovinare i suoi rapporti con il Re giordano Hussein; oggi ricorda: «Di questa storia ho dei ricordi quasi kafkiani, appena saputo del fallimento per prima cosa informai Re Hussein». La seconda cosa che fa, invece, è quella di cercare di salvare la vita a Mash'al, l'uomo che poche ore prima aveva cercato di uccidere.

Il fallimento si dimostra ancora più duro quando Re Hussein chiede anche la liberazione dello sceicco Ahmed Yassin, fondatore spirituale di Hamas, detenuto in Israele da nove anni: per gli estremisti è un trionfo.

Gli accordi di Wye: un nuovo punto di svolta?
Nel '98 il processo di pace si trova nuovamente a un punto morto, e ancora una volta è la Casa Bianca a prendere l'iniziativa. L'incontro questa volta si svolge a Wye Mills, nel Maryland: Netanyahu insiste affinché venga cancellata dallo statuto dell'OLP la clausola che prevede la distruzione di Israele. Inoltre riguardo alla questione 'sicurezza' non è disposto a scendere a compromessi, così dopo sei giorni di colloqui ordina alla sua delegazione di fare i bagagli.

Gli Americani però lo convincono a rimanere e così si arriva agli 'accordi di Wye', che, tra le altre cose, prevedono: lo scambio 'terra contro pace', la repressione dei gruppi terroristici, il ritiro parziale dell'esercito israeliano, il trasferimento del 14,2 per cento della Cisgiordania sotto il controllo palestinese, corridoi di libero passaggio tra Gaza e la Cisgiordania, la liberazione di 750 detenuti palestinesi e la costruzione di un aeroporto palestinese a Gaza.

Sebbene entrambe le parti non attueranno completamente le clausole, il 7 settembre un nuovo fatto alimenta maggiormente le speranze di pace: Clinton, infatti, si reca a Gaza: è un gesto importante in quanto l'evento viene visto come una visita di Stato, come il riconoscimento di Arafat e dell'Autorità palestinese. In quella occasione, di fronte al Presidente degli Stati Uniti, il Consiglio palestinese, con un'alzata di mano, compie un gesto storico e vota la rescissione della clausola dello Statuto dell'OLP, in cui si chiede la distruzione dello Stato di Israele.

17 maggio 1999, Barak è il nuovo Primo Ministro israeliano
Ehud Barak, leader del partito laburista, vince con largo margine contro Netanyahu e a settembre firma con Arafat un accordo per attuare gli accordi di Wye Mills: Israele libera 199 detenuti e comincia a passare il controllo di una parte della Cisgiordania ai Palestinesi.

Riguardo questo ultimo punto il negoziatore israeliano, Oded Eran, suggerisce a Barak di fare una mappa con un'ipotesi di divisione della Cisgordania: si tratta di un progetto generale, ma i Palestinesi non lo apprezzano perché interpretano la proposta come un tentativo di spezzare la Cisgiordania stessa; questa la reazione del negoziatore palestinese Yasser Abed Rabbo: «Israele decideva unilateralmente il futuro della nostra terra, confiscando le terre. Dividere la Cisgiordania in tre parti e prevedere al loro interno comunque degli insediamenti? Se è così, sanno che non accetteremo!».

Intanto Barak vuole rispettare la promessa fatta alle elezioni e porre fine, dopo 22 anni, all'occupazione delle terre in Libano meridionale, ma la trattativa non sembra avere sviluppi. È ancora l'America a 'smuovere le acque' con un summit a Camp David.

Il summit di Camp David
Clinton, 10 luglio 2000: «Sono in partenza per Camp David per unirmi con il Primo Ministro Barak e il Presidente Arafat, con il tentativo di porre fine ai problemi tra Israele e Palestina. I due leader devono affrontare temi molto complessi, un successo sarà possibile solo in virtù di un compromesso basato su dei princìpi; entrambi avvertono il peso della storia ma sono certo che saranno all'altezza di questo momento storico. La strada per la pace, come sempre, è una strada a doppio senso di marcia».

Ma proprio nella prima fase del negoziato il Ministro degli Esteri israeliano presenta la mappa che precedentemente i Palestinesi avevano rifiutato di prendere in considerazione; Abu Ala, Primo Ministro Autorità Palestinesi, ricorda: «Fu uno shock, vedere quella mappa a Camp David! C'erano tutti e loro presentavano le stesse mappe!». Per uscire dall'empasse Clinton suggerisce uno scambio di terra in relazione al fatto che Israele vuole mantenere una parte della Cisgiordania per i suoi coloni. Arafat accetta, ma in cambio vuole della terra utilizzabile: «Non accetto che in cambio mi diano il deserto!».

Intanto in Medioriente la reazione di Ebrei e Palestinesi riguardo l'ipotesi di un compromesso sulle terre è simile: in Israele viene organizzata, contro Barak, la più grande manifestazione di destra della storia ebraica, mentre a Gaza e in Cisgiordania scoppiano numerosi disordini.

L'ultima notte dei negoziati Clinton fa un'ultima proposta: la restituzione ai Palestinesi del 92 % dei territori occupati (inclusa la valle del Giordano) e di contro uno Statuto per Gerusalemme che avrebbe concesso il controllo israeliano della Montagna del Tempio.

Yasser Abed Rabbo, ricorda: «Arafat disse chiaramente: 'Lei vuole partecipare al mio funerale?' Disse proprio così a Clinton: 'Vuole che diventi un traditore? Lo vuole veramente?'». L'intermediario americano Dennis Ross, afferma: «Il problema con Arafat fu, con tutte le critiche che posso fare a Barak, che Barak era pronto ad affrontare la storia e la mitologia, il massimo che puoi chiedere a un leader, mentre Arafat non era disposto a fare i conti né con la storia né con la mitologia e creava un nuovo mito dicendo che non esisteva nessun tempio».

Il punto di vista di Arafat viene espresso invece in questi termini: «C'erano alcuni punti che nessuno al mio posto avrebbe potuto accettare. Avrei dovuto dar loro il controllo dello spazio aereo, che vuol dire? Insistevano per avere delle grandi basi navali complete di armamenti in una valle del Giordano soggetta al loro controllo, e poi dei confini fra noi e l'Egitto; chi può accettarli?!».

Fallisce così il summit di Camp David, definito da molti come 'la grande occasione persa' da Arafat. Barak torna in Israele e comunica il fallimento, mentre Arafat viene accolto come un eroe da una folla che invoca una nuova intifada.

Sharon si reca alla Montagna del Tempio, nasce l'intifada di al-Aqsa
Ma il 25 settembre del 2000 i due leader si incontrano nuovamente: Arafat si reca da Barak con tutta la leadership palestinese, da Abu Ala ad Abu Mazen.

Shlomo Ben Ami, Ministro degli Esteri israeliano (2000-2001), ricorda: «Fu l'incontro più piacevole e cordiale tra Israeliani e Palestinesi, che si possa immaginare. Con Barak e Arafat che sembravano due amanti. Nel bel mezzo di quel delizioso incontro, durante una cena, parlarono al telefono con Clinton, e Barak gli disse: 'Riuscirò ad andare d'accordo con questo uomo ancora di più di quanto non abbia fatto Rabin!'».

Al termine della serata Arafat chiede a Barak di impedire a Ariel Sharon, capo della destra israeliana, di compiere la prevista visita alla Montagna del Tempio, dai musulmani altrimenti detta Haram el Sharif, la spianata delle moschee. Ma Barak non può evitarlo. Così il 28 settembre Sharon, si reca a Gerusalemme: «Sono qui con un messaggio di pace: credo che possiamo vivere pacificamente con i Palestinesi, sono qui in un luogo sacro per avere un'idea della situazione e vedere se è possibile compiere dei passi in avanti».

Nonostante Sharon utilizzi parole di pace, per i Palestinesi la sua è solo una provocazione e così subito dopo nasce l'intifada di al-Aqsa. Già nella prima giornata si registreranno 7 morti e 160 feriti. La rivolta si estende rapidamente in tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza. In una sola settimana muoiono 50 Palestinesi e 5 Israeliani.

Il 12 ottobre del 2000 due riservisti israeliani sconfinano incidentalmente nel territorio palestinese e vengono arrestati. Poco dopo vengono linciati da una folla inferocita. Israele accusa l'Autorità palestinese: elicotteri israeliani distruggono la centrale della polizia palestinese, e lanciano numerosi attacchi su altri obiettivi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. La situazione ormai è precipitata; queste le parole di Arafat: «Il nostro popolo continua a camminare sulla strada per Gerusalemme, la capitale del nostro Stato indipendente! Accettare, non accettare'ma che vadano all'inferno!».

Sharon vince le elezioni
6 febbraio 2001 alle elezioni, il leader del Likud, Ariel Sharon, vince sul laburista Barak e diventa Primo Ministro. Intanto l'antica spirale di violenza continua a mietere vittime: non c'è giorno in cui un attacco kamikaze non uccida qualcuno, mentre le rappresaglie israeliane lasciano a terra centinaia di Palestinesi.

Il 29 marzo 2002 Israele lancia l'operazione 'scudo difensivo': forte della sua schiacciante superiorità militare Israele rioccupa le principali città palestinesi, dando la caccia ai terroristi e alle loro infrastrutture. A Ramallah le forze israeliane entrano nel quartier generale di Arafat e tengono il leader palestinese in isolamento per 31 giorni. Quando le forze si ritirano, del processo di pace sono rimaste solo le macerie.

Il 20 dicembre 2002 l'Unione Europea, Usa, Russia e Onu si incontrano a Washington dove elaborano una prima bozza per una nuova trattativa di pace, la 'Road map'. Il 30 aprile la 'Road map' viene consegnata a Sharon, che la definisce 'il male minore', e ad Abu Mazen. Nel giugno del 2003 finalmente a Sharm el-Sheik Sharon e Abu Mazen si stringono la mano davanti a Bush. Ma ben presto anche la 'Road map' si rivela in tutta la sua fragilità.

Nel frattempo in Israele gli attentati continuano a spargere sangue; la politica di Sharon ha portato alla costruzione di un muro tra Israele e i territori occupati dai Palestinesi, ma allo stesso tempo anche al ritiro israeliano da Gaza, tra le proteste dei coloni.

Oggi, nel dopo Arafat, pesano ancora numerosi interrogativi: quali saranno gli uomini della nuova leadership palestinese? E soprattutto, in che direzione porterà l'intera questione mediorientale? Pochi mesi prima di morire Arafat ha detto: «Per quanto mi riguarda io sarò o libero o martire».
La storia darà la sua sentenza.