In questa puntata dedicata alla straordinaria figura di Giuseppe Fava, uomo carismatico e illuminato che ha dedicato la sua vita all'affermazione della verità e della giustizia, a raccontare quegli anni non sono solo gli amici e i familiari di Pippo Fava, ma anche la testimonianza, eccezionale e inedita di Angelo Siino, il pentito di Mafia (arrestato nel '91) che è stato definito il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra e inoltre uomo di riferimento del clan dei Santapaola:
"Fava era un personaggio che guardavo con simpatia. Aveva quel suo foglio dove io attingevo delle notizie che non capivo come potesse avere. Evidentemente era un osservatore attento della situazione mafiosa, e politico-affaristico-mafiosa, della zona. Era molto attento a queste cose e per questo pagò. I politici riuscivano in quel momento a fare il bello e cattivo tempo e a un certo punto ci fu l'entrata in campo della mafia che non si accontentò più di gestire l'appalto per quanto riguardava le forniture o i sub appalti, ma volle essere persona che decideva sulla conduzione del lavoro. Io ero stato incaricato di distribuire i soldi degli appalti e di fare da mediatore. Dovevo ridurre le richieste della mafia e soprattutto contenere quelle dei politici, le quali - può sembrare strano - erano molto più esose di quelle dei mafiosi!".


 

La vita e la carriera giornalistica di Fava

Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925 da due maestri di scuola elementare. Nel '43 si trasferisce a Catania dove si laurea in giurisprudenza per poi diventare giornalista professionista due anni dopo. Nel 1956 viene assunto dall'Espresso sera e ne diventa il caporedattore fino al 1980 anno in cui gli viene preferito un altro giornalista perché considerato 'più governabile' rispetto a lui. In questi anni inizia a occuparsi di teatro, cinema e letteratura e poi a Roma anche di radio. Intanto scrive la sceneggiatura di 'Palermo or Wolfsburg' per il film di Werner Schroeter tratto dal suo terzo romanzo 'Passione di Michele' che nell'80 vince l'Orso d'Oro di Berlino.

 

In quella primavera torna in Sicilia per dirigere il 'Giornale del Sud' rendendolo un quotidiano spregiudicato grazie anche alla collaborazione di giovani giornalisti che lo seguono nella sua denuncia dei traffici illegali di Cosa Nostra e delle collaborazioni con la politica, soprattutto attraverso il clan dei Santapaola. Tra le inchieste che porta avanti c'è la ferrea battaglia contro l'installazione di una base missilistica a Comiso e la sua presa di posizione a favore dell'arresto del boss Alfio Ferlito. Ma ben presto Fava è costretto a lasciare anche questo giornale dopo l'arrivo di una nuova cordata di imprenditori: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo e Salvatore Costa, apparentemente persone qualunque volte solo al business editoriale ma che ben presto si rivelarono 'amici' stretti dei boss di Cosa Nostra catanesi e che avevano il compito di licenziarlo.

 

I Siciliani

Ma Fava non si dà per vinto: fonda una cooperativa, e con molti sforzi riesce a pubblicare nel novembre del 1982 un nuovo mensile 'I siciliani' le cui inchieste diventano subito un caso politico, talvolta nazionale. Quello che in particolare segnerà il futuro di Fava è il suo articolo 'I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa', ovvero un'inchiesta sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi tra cui Michele Sindona che Fava collega con il clan del boss Nitto Santapaola.

 

Dopo questa sua denuncia infatti Fava inizia a essere sempre più isolato anche dagli stessi intellettuali. È il 1982 e in questo anno muoiono tra gli altri, Pio la Torre prima e il generale Dalla Chiesa poi. Il pentito Angelo Siino ricorda: 'In quel periodo non c'era una voce a favore di Fava. Veniva denigrato in tutte le maniere, non solo all'interno del fatto mafioso, ma soprattutto della politica. Lo chiamavano Puppo, modo di dire che era un gay: per loro era la cosa più denigrante. Dissero che andava davanti alle scuole ad adescare ragazzini'.

 

Intanto però a Catania l'intreccio tra mafia e politica è così palese da diventare, grazie anche alle inchiesta di Fava, un caso nazionale. E Fava continua la sua opera di denuncia: al suo isolamento risponde mediaticamente con un'intervista rilasciata a Enzo Biagi per la trasmissione Filmstory, in onda il 28 dicembre del 1983 una settimana prima del suo assassinio:

 

"Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione. Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato. L'uomo politico non cerca attraverso la mafia solo il potere, ma anche la ricchezza personale, perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere, che ti permette di avere sempre quei 150mila voti di preferenza. La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai! I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Ad esempio si dice che i fratelli Greco siano i padroni di Palermo, i governatori. Non è vero, sono solo degli esecutori, stanno al posto loro e fanno quello che devono fare. Io ho visto molti funerali di Stato: dico una cosa che credo io e che quindi può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità".

 

L'omicidio e le indagini

La sera del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava lascia la redazione de I Siciliani con la sua Renault 5 per andare a prendere sua nipote che recitava in 'Pensaci, Giacomino!' al Teatro Verga di Catania. Ma non fa in tempo ascendere dalla macchina che viene freddato da cinque proiettili sparati alla nuca.

 

Le autorità, contro ogni evidenza, preferiscono etichettare l'omicidio come delitto passionale prima e come omicidio legato a un movente economico poi (I siciliani aveva diversi problemi economici). Anche le istituzioni con il sindaco Angelo Munzone in testa, danno peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine. Tra le assurdità c'è anche la richiesta da parte dell'onorevole Nino Drago di chiudere rapidamente le indagini perché 'altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord'.

Angelo Siino: 'La mafia uccide per due ragioni: prima di tutto quando si tratta di una persona pericolosa per il loro vivere e poi quando qualcuno glielo dice'.

 

Al funerale tenutosi nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia a partecipare sono soprattutto giovani ed operai. Tra i politici gli unici presenti sono il questore, alcuni membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita.

 

Per arrivare a considerare l'omicidio di Fava un delitto di mafia sono trascorsi tantissimi - troppi - anni. Fava, infatti, sembra dar fastidio anche da morto: e qualcuno vuole impedire che diventi un simbolo della lotta contro la mafia. Adriana Laudani, legale famiglia Fava racconta: 'Finalmente dopo 12 anni da quel 5 gennaio del 1984, il pentito Maurizio Avola parla e si accusa dell'omicidio Fava e questo è il punto di svolta. Solo dopo queste dichiarazioni e la condanna, si riapre il caso Fava e si inizia un'azione da parte della Magistratura catanese che nel frattempo, per fortuna, si era rinnovata'.

Angelo Siino: 'Non può essere stato semplicemente un omicidio di mafia, di questo ne sono certo. Perché al di là degli articoli, Fava ai mafiosi faceva danno sì ma non straordinario. Ne faceva molto di più all'imprenditoria coinvolta e ai politici'.

 

Catania 1988 si conclude il processo denominato 'Orsa Maggiore 3?: per l'omicidio Fava vengono condannati Nitto Santapaola come mandante, Aldo Ercolano e Maurizio Avola come esecutori materiali. Santapaola ed Ercolano vengono condannati all'ergastolo mentre Avola ottiene 7 anni per patteggiamento. La procura di Catania ha inoltre avviato un procedimento contro Gaetano Graci che però si è dovuta concludere prematuramente per la sopraggiunta morte dell'imputato. Per quanto riguarda Carmelo Costanzo gli elementi di responsabilità sono emersi in un momento successivo alla sua morte e quindi non è stato possibile procedere contro di lui.

 

Elena Fava, figlia di Giuseppe oggi dice: 'Ci sono due possibilità: una è che ti ammanti di questa cosa e te la metti addosso come un cappotto chiedendo compassione e considerandoti vittima, oppure lasci questa vita alle spalle e inizi una vita nuova dimenticando il male ricevuto. La terza possibilità è quella che nella nostra famiglia ci siamo posti inconsciamente: di non lasciar trasparire il dolore, non considerarci vittime, ma raccontare la nostra rabbia e mantenere viva la memoria perché quando una persona muore in questa maniera non appartiene solo alla famiglia ma appartiene a tutti'.

 

Dopo Giuseppe Fava

La redazione de I Siciliani il giorno dopo l'omicidio del loro direttore decide di aprire come se nulla fosse successo. Molti sono i giovani giornalisti che colpiti dalla morte di Fava chiedono di poter collaborare con la rivista. E questo permette a I Siciliani di uscire regolarmente per altri tre anni, sempre in prima linea contro la mafia e la corruzione politica.

 

Inoltre dal 2007 è stato istituito un premio nazionale intitolato proprio a Giuseppe Fava per chi si è distinto nelle inchieste giornalistiche.

 

'Dovete lottare': questo è il testamento spirituale di Giuseppe Fava, il testamento di un uomo che ha lottato fino alla morte per la verità e per la libertà.