Dopo quarantanove anni al comando del governo rivoluzionario di Cuba, Fidel Castro lascia l'attività politica: con un annuncio diramato il 18 febbraio 2008, il 'Líder Máximo' rinuncia per motivi di salute ai propri incarichi da Presidente e affida il potere nelle mani del fratello Raúl, già suo vice, eletto come successore il 24 febbraio 2008.
Un iniziale segnale di cambiamento arriva il 13 marzo 2008 quando, nel suo primo provvedimento da neopresidenteRaúl Castro liberalizza la vendita di apparecchiature elettroniche (come PC e DVD) finora proibite, ma la vita dei cubani è ancora pesantemente condizionata dalle decisioni del regime.


Reazioni controverse hanno accompagnato Fidel Castro sulla scena internazionale per tutta la durata della sua lunga irriducibile leadership, e allo stesso modo si rivolgono ora al futuro di Cuba dopo il passaggio di consegne alla guida dell'isola.
Castro è stato infatti un protagonista della ribalta mondiale negli anni di tensione della Guerra fredda, riuscendo a guadagnare una visibilità ben maggiore di quanta sia stata mai attribuita al peso politico di Cuba, ed è rimasto l'unico capo di Stato sopravvissuto, l'ultimo grande testimone della geopolitica dei blocchi, del mondo nel secolo scorso.

E' comprensibile, se non inevitabile, che la sua figura continui ad essere percepita in un simile schema di riferimento, e giudicata secondo una profonda polarizzazione delle opinioni: Castro continua a dividere, tra chi lo considera un eroe rivoluzionario sincero, alfiere della liberazione del Terzo Mondo, autore di importanti riforme sociali, e chi lo dipinge come un dittatore spietato, intransigente e capace di calpestare i diritti umani per conservare il potere, nonché responsabile dell'embargo e della povertà di Cuba.

Considerare la situazione di Cuba, senza sganciarsi dall'obsoleto quadro interpretativo della Guerra fredda, ostacola però un'agevole comprensione degli scenari possibili nell'immediato futuro: la struttura politica rivoluzionaria è rimasta pressoché congelata nel suo mezzo secolo di vita, mentre attorno all'isola il mondo è cambiato, e in effetti del '900 resta ancora per Cuba la presenza di un vicino potente ed ostile come gli Stati Uniti.
Il regime di Fidel Castro non è solamente, principalmente un prodotto del comunismo, ma una fase del processo di costruzione dell'identità nazionale cubana, mai pienamente realizzata a causa di una pesante ipoteca statunitense fin dall'indipendenza dalla Spagna, nel 1898.
Nella prospettiva indipendentista cubana, storicamente definita in opposizione agli Stati Uniti, Castro appare dunque come la prosecuzione degli eroici padri della patria José Martí e Julio Antonio Mella, e nelle estensioni nazionaliste, tinte di panamericanismo latino, precursore di Chavez, Morales e dei movimenti contrari alla globalizzazione.

L'ostinata opposizione castrista alla monocultura americana, concretizzata in un sistema repressivo e di isolamento, può essere intesa come una conseguenza, se non il diretto prodotto, di un irrigidimento ideologico sul marxismo maturato negli anni, che vede aderire Fidel Castro soltanto dopo il fratello Raúl o Ernesto Guevara. Il mutamento, forse dettato più dall'opportunismo e dal calcolo politico che da una pura convinzione, si è rivelato irreversibile perché ha determinato la permanenza di un apparato statale invasivo, da tempo intaccato dalla corruzione.
Il rapporto di Castro con gli Stati Uniti è indubbiamente controverso: in ognuna delle sue ripetute visite, è una nuova persona con ruoli, esperienze ed obiettivi differenti.

Nascita di un comandante ribelle

Fidel Alejandro Castro Ruz nasce a Birán, nei pressi di Mayarí, nella provincia cubana di Oriente (l'attuale Holguín) il 13 agosto 1926, da una famiglia di possidenti di origine galiziana, e inizia ad interessarsi di politica frequentando dal 1945 l'Università dell'Avana, dove entra a far parte della Lega Antimperialista fondata vent'anni prima, nello stesso luogo, da Julio Antonio Mella.
Si sposa nel 1948 con la facoltosa Mirta Diaz Balart de Nunez e, dopo una luna di miele in Florida e a New York che li fa entrare in contatto con la realtà nordamericana, danno alla luce il primogenito Fidelito; terminati nel 1950 gli studi in legge, Castro compie il successivo praticantato fino al 1952, tenendo però sempre ben viva la propria passione per la politica.

Nel 1952, Fidel Castro si candida come deputato con il Partito Ortodosso, ma le elezioni sono annullate in seguito al colpo di Stato di Fulgencio Batista e il giovane avvocato diventa a tutti gli effetti un ribelle. Organizzato un gruppo di 135 volontari dissidenti contro il regime, Castro guida il 26 luglio 1953 un assalto alla caserma 'Guillermo Moncada' di Santiago allo scopo di farne il centro di una sollevazione popolare, ma l'attacco si rivela una disastrosa disfatta, con 61 caduti; metà dei prigionieri viene torturata a morte e lo stesso Castro è catturato, ma subisce un processo che passerà alla storia per l'arringa difensiva, preparata di suo pugno, conclusa con una forte convinzione: 'La storia mi assolverà'.

La brutalità della repressione ha intanto scosso l'intero paese, e Batista si trova in breve tempo costretto, dal malcontento della popolazione e dalle pressioni ecclesiastiche, prima ad abolire la pena di morte e poi, nel 1955, a concedere la grazia per tutti i prigionieri politici: Castro viene esiliato in Messico, dove conosce il medico argentino Ernesto Guevara, ed ha occasione di tornare nuovamente negli Stati Uniti, dove si dichiara ispirato alla politica di Jefferson e Lincoln.

E' dal golfo del Messico, dal porto di Tuxpan, che 82 ribelli tra cui Fidel e Raul Castro, Ernesto Guevara, il 2 dicembre 1956 salpano a bordo dello yacht Granma per sbarcare clandestinamente a Cuba. E' ancora una strage: soltanto in 12 sopravvivono, per nascondersi sulle montagne della Sierra Maestra.
In due anni, il Movimento del 26 Luglio (in ricordo dell'assalto alla Moncada) cresciuto attorno al 'Líder' arriva però ad ottenere ripetute vittorie sull'esercito, conquistando le principali città dell'isola, fino a provocare la fuga di Batista nel capodanno del 1959; i suoi funzionari saranno in gran parte catturati e giustiziati.
Il 2 gennaio 1959, le milizie rivoluzionarie entrano all'Avana per dare un nuovo governo a Cuba.

La rivoluzione al potere

Fidel Castro, inizialmente Comandante in Capo delle Forze Armate, assume anche la carica di Primo Ministro dopo la rinuncia di José Mirò Cardona il 13 febbraio 1959, e in questa veste ufficiale visita nuovamente gli Stati Uniti.
L'amministrazione di Eisenhower, dopo l'imbarazzante esperienza di Batista, non ha inizialmente difficoltà nel riconoscere il nuovo governo, ma tutta l'opinione pubblica americana, sebbene accogliente con curiosità e una certa fascinazione, sembra scettica di fronte alla figura di Castro e serpeggia il sospetto che il guerrigliero stia guidando una rivoluzione comunista nel cuore del continente americano; l'allora vicepresidente Nixon lo avrebbe comunque definito come un 'naïf, non necessariamente comunista'.

La squadra di ministri al governo dell'isola ricalca i vertici della milizia rivoluzionaria, dove cominciano ad emergere le prime tendenze al marxismo, e vara una serie di riforme sociali improntate alla collettivizzazione destinate però a produrre esiti alterni.
Due riforme agrarie non riescono a sviluppare completamente Cuba, che rimane dipendente dalla coltivazione di canna da zucchero, tuttavia un'intensa campagna di alfabetizzazione riporta nel 1961 un grande successo.

Il governo cubano, seppure non ancora allineato, il 17 maggio 1959 dà inizio a provvedimenti di esproprio che riguardano principalmente le compagnie statunitensi, e si innesca nei rapporti diplomatici tra le due nazioni un rapido deterioramento: un primo punto critico viene raggiunto quando le raffinerie di proprietà americana, rifiutandosi nel febbraio 1960 di lavorare il petrolio greggio che i cubani acquistano in URSS, sono nazionalizzate (1 luglio 1960). Questo è il primo passo di un progressivo avvicinamento del governo rivoluzionario di Cuba alla sfera d'influenza dell'Unione Sovietica.
Mentre gli Stati Uniti adottano contro Cuba un blocco sempre più stretto nelle importazioni di canna da zucchero (6 luglio 1960), nelle esportazioni (19 ottobre 1960) fino a rompere le relazioni diplomatiche il 3 gennaio 1961, giungono sull'isola quantità sempre più ingenti di aiuti, economici e militari, dall'URSS.

Un cubano tra le superpotenze

Il nuovo presidente americano Kennedy, nel tentativo di ribaltare la situazione, autorizza il sostegno degli USA ad un'invasione armata di Cuba. La milizia di 1511 dissidenti cubani sbarcati presso la Baia dei porci il 17 aprile 1961 viene però clamorosamente sconfitta dalla controffensiva castrista e questa disfatta, se da un lato segna un'ombra nell'eredità politica di John F. Kennedy, dall'altro rafforza enormemente l'immagine e il prestigio internazionale di Fidel Castro.

Il Comandante, dopo aver personalmente condotto la difesa dell'isola, gode di un incontrastato carisma presso la popolazione e quando, il 2 dicembre 1961, si dichiara marxista-leninista annunciando un avvenire comunista per Cuba, conquista l'appellativo di 'Líder Máximo'.
Perseguendo un astuto gioco d'azzardo con il terrore americano per una roccaforte del comunismo al centro dell'Atlantico, quale si prospetta Cuba, Castro attira l'attenzione della comunità internazionale e si afferma come un grande interlocutore, una personalità di spicco.

Nel 1962, la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha superato il livello di guardia a causa di molteplici situazioni di contrasto rimaste irrisolte: dopo gli attriti/le divergenze proiettati nell'Africa postcoloniale e nell'area mediorientale, le due potenze non riescono a raggiungere un accordo sullo status di Berlino, che il Muro divide a metà dal 13 agosto 1961. La questione cubana, aumentando la posta in gioco nello scacchiere della politica mondiale, diventa una sorta di contrappeso rispetto alla frattura sulla capitale tedesca.
Si è nel frattempo scatenata la corsa allo spazio, una competizione scientifica e tecnologica tra USA ed URSS che sottende una supremazia strategica nelle applicazioni belliche. Mentre si sviluppa il primo nucleo di un sistema di rilevamento e spionaggio satellitare, gli aerei americani da ricognizione U-2 scoprono il 14 ottobre 1962 l'esistenza di basi missilistiche sovietiche installate ed operative in territorio cubano: i russi, pur senza disporre ancora di razzi intercontinentali, possono così minacciare le basi militari e le principali città degli Stati Uniti.

Da mesi gli americani bloccano le rotte commerciali verso Cuba, per portare al collasso il governo rivoluzionario divenuto un nemico dichiarato, e l'elaborazione di piani per una nuova invasione, sostenuta da un finanziamento senza precedenti alla spesa militare, trova uno speculare corrispettivo nella decisione sovietica di inviare ripetutamente allo Stato caraibico delle navi cariche di armamenti.
Castro, forse inizialmente orientato a richiedere divisioni corazzate o armi convenzionali, e quindi indotto ad accettare (ufficialmente, con riluttanza) l'invio di testate nucleari, coglie l'occasione per tornare protagonista agli occhi dei governi di tutto il mondo, ma risulta estromesso dalle decisioni finali che risolvono la crisi.

Il 22 ottobre 1962, Kennedy annuncia agli statunitensi il pericolo di un attacco missilistico sovietico dalle basi cubane e, accantonando l'ipotesi di un'invasione su larga scala, ordina una quarantena navale sull'isola. Dopo giorni di paura, in cui tutto il mondo teme un incombente apocalisse nucleare, il 27 ottobre si arriva ad un compromesso: i sovietici rimuovono le postazioni missilistiche da Cuba, in cambio della rinuncia americana ad ogni tentativo d'invasione dell'isola e al ritiro delle batterie di missili Jupiter puntati in Turchia contro il territorio sovietico.
Questa seconda condizione è realizzata nei fatti, nei mesi successivi, ma non formalmente e le richieste del governo cubano restano inascoltate: Castro viene messo al corrente degli accordi soltanto a crisi ormai conclusa.

Nel documentario-intervista 'Comandante', di Oliver Stone, Fidel Castro dichiara: 'Nessuno avrebbe iniziato una guerra nucleare per questo. Noi esistevamo da poco, non avevamo molta esperienza, non capivamo i rapporti di forza o che potere militare avessero gli altri. Al tempo della Baia dei porci, la Rivoluzione aveva due anni, all'epoca della crisi di ottobre, tre anni. Mi pare che abbiamo fatto quello che dovevamo, e l'abbiamo fatto relativamente bene. Però non sapevamo, penso che non potevamo sapere fino a che punto fossero radicali i nostri alleati'.

Internazionalisti rivoluzionari

I rapporti tra Washington e L'Avana restano congelati e Castro, sfuggito a numerosi attentati organizzati anche con il contributo della CIA, cerca nuove strade per riconquistare visibilità. Dopo una riorganizzazione, nell'ottobre 1965, del Partito Comunista Cubano, viene dunque inaugurato un nuovo corso politico, improntato all'internazionalismo e al tentativo di esportare l'azione armata non solo in America Latina, ma in tutto il Terzo Mondo, con la 'Conferenza Tricontinentale' rivoluzionaria che si tiene all'Avana nel 1966.

Le sporadiche missioni cubane condotte più o meno ufficialmente all'estero, dall'Algeria (1963) alla Guinea Bissau, impiegano soprattutto riservisti e necessitano di maggiore coordinamento. Si delinea così un nuovo ruolo per Guevara, allontanato dal governo cubano dopo alcuni insuccessi ottenuti come ministro dell'industria, divergenze sui piani di sviluppo e un orientamento filo-cinese mal tollerato dai vertici sovietici. Scomparso dalla scena pubblica nel 1964, dopo aver proclamato la propria missione missione rivoluzionaria all'ONU e durante una serie di viaggi nei paesi non allineati, il 'Che' è incaricato nel 1965 di guidare una spedizione militare in Africa, nell'ex Congo Belga, a sostegno di una ribellione di matrice comunista.

L'operazione fallisce dopo sette mesi di scontri, ma Guevara torna a Cuba con l'intenzione di riprendere immediatamente la guerriglia altrove, lasciando dietro di sé un alone di mistero, segretezza e nessuna notizia accertata. La sua avventura in Bolivia, alla testa di una rivolta armata, si conclude tragicamente con la morte il 9 ottobre 1967. Il 'Che' diventa un icona in tutto il mondo, ma Cuba dovrà aspettare 30 anni per riavere il corpo del suo eroe ed erigere un mausoleo, a Santa Clara, che ne custodisca le spoglie e la memoria.

Il colpo è grande per le aspirazioni di Cuba, che scopre di non poter mantenere focolai d'insurrezione negli Stati latinoamericani; il governo torna a concentrarsi sulle questioni interne e sostiene solo clandestinamente le rivolte all'estero.
L'esercito cubano aspetta quindi il 1975 per tornare in azione, grazie alle forniture militari da Mosca, impegnando circa 30.000 uomini nella guerra civile in Angola e mette a segno un ultimo eclatante risultato coordinando la ribellione sandinista in Nicaragua, prima dell'avvento della perestrojka.
Le esagerate proporzioni dell'esercito, rispetto ad uno Stato delle dimensioni di Cuba, sono di fatto mantenute dall'URSS, nonostante le iniziative cubane siano spesso fonte di imbarazzo per il Cremlino. Quando tale sostegno viene a mancare, la gestione di tale apparato finisce per assorbire gran parte delle risorse nazionali senza prospettare alternative.

L'isola bloccata

Il blocco commerciale su Cuba intrapreso dagli Stati Uniti, proposto o imposto ad altri paesi, mantenuto ed anzi rafforzato durante la guerra in Vietnam, risulta ammorbidito solo nella seconda metà degli anni '70, ma riprende più intensamente con Reagan dal 1982.
Sebbene con la dissoluzione dell'Unione Sovietica venga avviata una graduale normalizzazione delle relazioni con Cina e Vietnam, l'amministrazione americana inasprisce le sanzioni su Cuba, attraverso il Cuban Democracy Act del 1992 e il Cuban Liberty and Democracy Solidarity Act (condannato da Canada e Comunità Europea) approvato nel 1996, durante la presidenza di Clinton.

Il 'bloqueo' si allenta soltanto nel 2000, quando gli interessi degli agricoltori statunitensi prevalgono sulle pressioni degli esuli di origine cubana, ma l'orgoglioso 'Líder? rifiuta ogni scambio fino al 2001, con una Cuba bisognosa di aiuti dopo i danni dell'uragano Michelle.
Oggi gli USA sono il primo fornitore alimentare, e tra i primi partner commerciali di Cuba, ma resistono tuttora numerose restrizioni, criticate anche dalla Chiesa e dall'ONU.
L'ormai anacronistico embargo è però una questione di rilievo nel dibattito politico statunitense, come ad esempio nella campagna presidenziale 2008, per il grande peso (decisivo in Florida) degli esuli dissidenti cubani nell'elettorato ispanoamericano.

Un così perdurante isolamento, mantenuto per oltre quarant'anni al fine di sgretolare il modello economico rivoluzionario, ha inevitabilmente rafforzato il potere di Castro, mascherandone i numerosi insuccessi nel governo dell'isola.
Ad esempio, una programmazione economica improvvisata, forzando la produzione della canna da zucchero a livelli insostenibili, ha rischiato nel 1970 di mettere in ginocchio il Paese, che si è ripreso soltanto dopo una massiccia iniezione di aiuti dall'URSS.

L'economia di Cuba, essenzialmente agricola e dipendente per quasi il 30% del PIL dagli aiuti sovietici, ha enormemente sofferto il crollo del blocco comunista ed ha attraversato, dal 1991 al 1999, un 'periodo speciale' di austerità ed autarchia in un permanente rischio di collasso.
Timide aperture al mercato, principalmente in campo turistico, hanno poi accompagnato uno stentato rinnovamento sociale comunque estraneo ai diritti civili.
La popolazione cubana vive ora in un relativo benessere, soprattutto nel confronto con altre realtà dell'America Latina, e gode di servizi gratuiti come l'istruzione e l'assistenza sanitaria: il tasso di mortalità infantile è il più basso, nel Continente, dopo il Canada ma i risultati macroeconomici restano minimi nonostante il grande impulso alla ricerca, e il denaro inviato dai familiari all'estero è ancora un'entrata troppo importante.

Un altro fondamentale problema per Cuba, che potrebbe sopravvivere a Castro (come ben dimostra l'esempio cinese), è nel rispetto dei Diritti Umani, delle libertà individuali irrinunciabili, soprattutto delle diverse minoranze esistenti.
L'opposizione interna è stata duramente perseguita fin dalla vittoria della Rivoluzione, con i 'campi di rieducazione' voluti e diretti da Guevara, la condanna del comandante Huber Matos come traditore; il controllo del regime a partito unico si è poi perfezionato con la coscrizione forzata e la creazione di una rete capillare di sorveglianza sociale.

In diverse occasioni, specialmente negli anni '60 e '90, Castro ha incoraggiato l'emigrazione, o addirittura promosso l'espulsione di un vasto numero di dissidenti, che riversandosi negli Stati Uniti hanno sì creato difficoltà per integrarsi, ma osteggiano ora con forza ogni segnale di distensione verso Cuba.

La rivoluzione dopo Castro

La principale incognita sul prossimo futuro di Cuba dipende da quanto adeguatamente il 'Líder Máximo' abbia preparato una transizione alla democrazia, e il non averla già realizzata è sintomo della soffocante zavorra sulla quale ha costruito il suo Stato rivoluzionario.
Dopo aver temporaneamente trasferito i pieni poteri al fratello Raúl a causa di un intervento chirurgico il 1 agosto 2006, e il protrarsi dei problemi di salute per tutto l'anno successivo, Fidel Castro si ritira definitivamente dall'attività politica il 18 febbraio 2008.

Si è realizzata nel frattempo un'apertura controllata ai capitali stranieri (che vede le imprese europee in vantaggio senza i limiti dell'embargo), e la visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1998 testimonia anche gli importanti passi compiuti verso la libertà religiosa, ma i principali tratti del regime sembrano restare immutati, organizzati ed opprimenti.
Testardamente al comando, per cementare nei cittadini le massime della Rivoluzione, eroi come Guevara e Cienfuegos, tramandare un indomito spirito di autodeterminazione e d'indipendenza di cui i cubani sono orgogliosi, Castro torna rischiosamente a sfidare il giudizio della Storia e lascia ai suoi successori il compito di raggiungere il benessere economico, un progresso rivelatosi già estremamente difficile per l'Europa Orientale postcomunista.

Al momento della sua scomparsa e di un prevedibile nuovo corso del regime, lo spettro di una spirale di violenza può essere scongiurato se nella popolazione l'adesione ai valori genuini ereditati dalla Rivoluzione contro Batista prevarrà sul risentimento verso l'apparato repressivo, e questo potrà essere diluito senza azzardati colpi di mano.
Ma soprattutto, il destino di Cuba è strettamente legato, come è avvenuto per tutto il secolo scorso, alle decisioni e all'atteggiamento che verranno assunti dagli Stati Uniti.