Quel 9 ottobre 1963 gli abitanti della valle del Vajont erano tutti in casa per la cena. Molti davanti al televisore per vedere Real Madrid-Glasgow Rangers, la finale di Coppa Campioni di calcio. Intorno alle 22:00, Giancarlo Rittmeyer, quella notte di guardia alla diga, chiama l’ingegnere Biadene, rappresentante della SADE. Comunica che la montagna sta cedendo a vista d’occhio. Chiede istruzioni. Biadene cerca di calmarlo, ma lo esorta a "dormire con un occhio solo". Nella telefonata, si intromette la centralinista di Longarone, chiedendo se ci sia pericolo anche per quel centro. Biadene le risponderebbe di non preoccuparsi, e di "dormire bene".


Alle 22.45, 260 milioni di metri cubi di montagna precipitano nel lago e una massa d’acqua alta 200 metri scavalca la diga e si abbatte sui paesi di Longarone, di Erto e di Casso, un sordo boato e poi la valanga di fango e detriti travolge gli abitanti della valle e li trascina per decine di chilometri. Il bilancio e' catastrofico:duemila vittime. La storia del Vajont è quella di una tragedia annunciata. Quella diga era stata voluta dal conte Volpi di Misurata, ex ministro fascista, fondatore e presidente della Società Adriatica per l’Energia Elettrica, la SADE, uno dei monopoli elettrici più potenti dell'epoca. Nel 1940 vennero effettuati i primi sopralluoghi dal geologo Giorgio Dal Piaz e dal progettista Carlo Semenza, che individuarono nella valle del Vajont il luogo più adatto per costruire la diga più alta del mondo. I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe, infatti, provocato l’esproprio di case e terreni degli abitanti della valle. Nonostante le proteste e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale. A lavori iniziati si produssero alcune scosse sismiche, la SADE fece effettuare ulteriori rilievi geologici rilevando la pericolosità dell’impianto e il rischio di slittamento del terreno verso il bacino artificiale formato dalla diga. Nonostante questo, la SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo. I lavori continuarono e il 4 novembre 1960 si produsse la prima frana: 700 mila metri cubi di terra e roccia franarono nel bacino. Dopo la prima frana fu commissionata all’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’università di Padova una simulazione del disastro. Lo studio riprodusse in scala una possibile frana di 40 milioni di metri cubi di ghiaia. In base a questa approssimativa simulazione si determinò l'innalzamento del livello dell'invaso a quota 700 metri. Dal 1961 al 1963 furono praticate varie modifiche del livello dell'invaso per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 il livello della diga toccò quota 710. Si decise di andare avanti, con il consenso degli apparati statali, con la complicità di una scienza assoggettata, con il compromesso del potere politico, si decise di correre un rischio annunciato: fino alla tragica sera di quel 9 ottobre 1963. Tra i protagonisti di questa vicenda, di cui vi mostriamo le testimonianze, meritano di essere ricordati Tina Merlin, giornalista dell’Unità, che cominciò alcuni anni prima della frana a scrivere dei rischi a cui la popolazione andava incontro se la diga fosse stata completata e l’invaso fosse stato riempito d’acqua. Tina Merlin era diventata tanto insistente e molesta con i suoi articoli sull’Unità che la SADE la denunciò per diffamazione e disturbo dell’ordine pubblico. Il 10 novembre 1963 Tina Merlin dichiarò tutto ciò che sapeva in un'intervista alla televisione francese, tuttavia lo Stato italiano non diede mai l'autorizzazione per la messa in onda. Raccontò che gli abitanti della valle del Vajont erano convinti che se avessero costruito la diga sarebbero stati in pericolo; infatti, i contadini sapevano bene che quello era terreno franoso, ed un geologo da loro contattato aveva dichiarato che sarebbe stata pura follia costruire un bacino idroelettrico in quella luogo. E Lorenzo Rizzato che nel 1961 lavorava come disegnatore tecnico presso l'Istituto d’idraulica di Padova dove fu costruito un modello che riproduceva esattamente la diga e la montagna, per simulare l'effetto di una frana. Nel 1962 le simulazioni fornirono delle diverse prove. Al Ministero dei Lavori Pubblici, arrivarono solo documenti con risultati attenuati. Il resto fu chiuso in un cassetto dell'Università. Da quel cassetto le estrasse il giorno dopo la tragedia Lorenzo Rizzato, per consegnarle ad un giornalista del "Corriere della Sera". Dopo il disastro il Ministero dei Lavori Pubblici avviò un’inchiesta per individuare le cause della catastrofe. L’ing. Pancini – uno degli imputati – si suicida alla vigilia del processo. Il processo inizia nel 1968 e si conclude in Primo Grado l’anno successivo con una condanna a 21 anni di reclusione per tutti gli imputati coinvolti, per disastro colposo ed omicidio plurimo aggravato; nell'elenco degli imputati spuntano: il direttore del servizio costruzioni della SADE, il direttore dell'Ufficio Lavori del cantiere del Vajont, l'ingegnere capo del Genio Civile di Belluno, il direttore generale ENEL-SADE, il direttore dell'Istituto di Idraulica della facoltà di Ingegneria dell'Università di Padova, in qualità di esperto idraulico e di consulente della SADE, i componenti della Commissione di collaudo della diga del Vajont, già appartenenti al Consiglio Superiore del Ministero dei Lavori Pubblici. In appello la pena verrà ridotta ed alcuni verranno assolti per insufficienza di prove. La tragedia del Vajont è la storia dell’esclusione di intere popolazioni da scelte che mettevano in gioco la loro vita. È la storia di interessi economici e politici e dei responsabili che si nascosero dietro una parola: fatalità.