Dopo oltre sessant’anni, gli schiavi di Hitler chiedono giustizia: durante la guerra tredici milioni di uomini sono stati deportati dal terzo Reich per lavorare nelle industrie tedesche. Marchi noti come Mercedes, Porche, Siemens, Bayer, hanno utilizzato lavoratori forzati in ogni parte d’Europa, Italia compresa.

Alla fine degli anni ’90 molti di questi veri e propri schiavi, emigrati in America dopo la guerra, tramite il tribunale degli Stati Uniti, fanno causa alle industrie tedesche innescando una reazione a catena che porta l’amministrazione Clinton e l’allora cancelliere tedesco Schreder a negoziare un piano per i risarcimenti: una soluzione politica prima ancora che economica. Viene istituita una Fondazione con un Consiglio d’Amministrazione fondato da giuristi, rappresentanti del Governo tedesco e delle industrie coinvolte, e dai delegati di tutti i paesi interessati tranne l’Italia.

La nostra è un’inchiesta, attraverso documenti inediti e testimonianze dirette, sui risarcimenti negati ai lavoratori forzati italiani, ma è anche la storia di un viaggio nella memoria con una destinazione senza ritorno: l’inferno dei lager.


Sono sedici le società, pilastri dell’industria tedesca come la Ford, la Mercedes, la Porche, la Siemens, la Bayer la Daimler Benz o la Alliance- verso le quali sono state avviate azioni legali. E tutte hanno affermato, come risposta, di non essere legalmente responsabili. 

 
Le numerose Class Action hanno portato alla nascita, nel 2000, di una Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro voluta dal Governo socialdemocratico con la partecipazione delle industrie tedesche, che avesse il compito di risarcire i lavoratori coatti del Terzo Reich. I risarcimenti della Fondazione sono stati classificati come aiuti umanitari e le industrie tedesche non si sono mai sentite giuridicamente responsabili per i crimini commessi durante il Terzo Reich. Dietro questo accordo, infatti, c’era la necessità di non precludersi i mercati americani e quelli dell’Europa orientale. 
 
Per distribuire i risarcimenti, la Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro, con sede a Berlino si è avvalsa della consulenza di alcune organizzazioni. Per l’Europa Occidentale si è affidata all’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) con sede a Ginevra. 
L’Italia rientrava a pieno titolo tra coloro che avrebbero dovuto ricevere beneficio all’interno dell’Europa Occidentale. Ci fu una grossa aspettativa; migliaia di ex deportati civili si aspettavano un indennizzo. Eppure, su oltre centotrentamila mila domande presentate in Italia, ne sono state accettate poco più di tremila. Dall’indennizzo sono stati esclusi gli ex internati militari ed i civili. Sono stati risarciti, invece, esclusivamente quei lavoratori forzati, sottoposti ad un regime di prigionia particolarmente duro, che non è stato riconosciuto agli italiani. 
 
Un passo indietro: gli schiavi italiani di Hitler  
Nel ’43 le industrie del Reich dipendevano dai lavoratori schiavi, rastrellati nei paesi occupati dai nazisti. Gli internati militari italiani utilizzati a questi fini vennero chiamati, appunto, con l'acronimo IMI. Gli ex prigionieri italiani in mano tedesca rappresentavano un problema politico in quanto ‘prigionieri senza diritto ed esclusi dalla Convenzione di Ginevra’. Agli internati militari venne perciò subito intimato di aderire alla Repubblica Sociale, ma solo in pochi accettarono di continuare la guerra al fianco di Hitler. 
Secondo il regime nazista non dovevano più essere considerati militari, ma civili e lavoratori. Per Mussolini, questi uomini erano traditori, quindi ridotti a rango di internati. In altre parole lavoratori forzati, schiavi e non più prigionieri di guerra. Schiavi senza diritti per le industrie tedesche che in quel momento erano a corto di manodopera visto che gli operai tedeschi erano occupati nella guerra di sterminio di Hitler. 
 
La Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro , istituita nell’agosto 2000 dal governo tedesco per indennizzare tutti coloro che erano stati costretti al lavoro forzato dal regime nazista, ha stabilito, a seguito della perizia di uno studioso tedesco, che gli internati militari sono da considerare equiparati ai prigionieri di guerra, quindi esclusi dai risarcimenti. E così i 90.000 italiani ex IMI ancora viventi, e che hanno fatto domanda, sono stati di fatto esclusi: una esclusione che muove quasi sicuramente da motivazioni economiche, e che non ha alcun fondamento giuridico e storico. 
 
Gli indennizzi verranno concessi in base alla legge per la costituzione della Fondazione Memoria, Responsabilità e Futuro, varata il 2 agosto 2000 ed entrata in vigore il 12 agosto 2000 (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Federale di Germania BGBl. 2000 I 1263), e alla prima legge di modifica della legge per la costituzione della Fondazione Memoria, Responsabilità e Futuro, del 4 agosto 2001, entrata in vigore l’11 agosto 2001. 
 
Tale legge prevedeva tre tipi di risarcimento: ai deportati nei campi di concentramento; ai semplici lavoratori coatti e ai lavoratori nell’agricoltura. Tutti i lavoratori forzati, indipendentemente dallo status e dall’età, detenuti nei campi di concentramento riconosciuti dalla fondazione, hanno ricevuto un indennizzo. Ma la Fondazione decise di stabilire nel 2001 che non tutti i lavoratori forzati, detenuti nei campi, avevano diritto ad un risarcimento. Venne stilata una lista e su oltre 20 mila lager esistenti in tempo di guerra, quelli che avevano diritto di essere presi in considerazione per l’indennizzo dei loro detenuti erano appena un centinaio. 
“Per noi della Fondazione è assolutamente normale che gli IMI siano stati deportati ed abbiamo affrontato il lavoro coatto”, dice Gunter Saathoff.  “La questione è stata sottoposta al Governo Federale, che ha voluto definire la loro posizione giuridica.” 
 
Di fatto oltre 120 mila persone sono state escluse dall’indennizzo con un risparmio di 300 milioni di euro per la stessa Fondazione. E per gli ex internati militari le conclusioni del programma della Fondazione Memoria Responsabilità a Futuro, ovviamente, sono state una beffa. 
 
Stefano Caccialupi, dell’Associazione Nazionale Ex-Internati, racconta “Noi ci siamo sentiti colpiti moralmente”. Per il Governo tedesco gli IMI devono essere considerati prigionieri di guerra a tutti gli effetti e devono essere risarciti. 
 
Luca Dall’Oglio, Dirigente delle Nazioni Unite a New York e allora responsabile dell’OIM per i risarcimenti in Italia, ha detto: “Il legislatore, allora, è stato molto ambiguo su questa questione: la Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro non prevedeva che i prigionieri di guerra avessero diritto ad indennizzo però lasciava una disposizione affinchè la Fondazione potesse interpretare il testo sulla legge in questione, quindi per svariati mesi la questione è rimasta in sospeso.” 
Eppure l’OIM aveva dato parere favorevole al risarcimento. Cosa è successo?
“La risposta tedesca, continua Dall’Oglio, purtroppo è arrivata solo due giorni prima della chiusura della presentazione delle domande, l’8 agosto del 2001.” 
 
La detenzione degli italiani e le testimonianze 
Tra l’aprile e l’agosto 2003 migliaia di ex lavoratori forzati hanno visto rigettare la loro domanda per l’accesso ai risarcimenti: la motivazione era sempre la stessa. A queste persone veniva detto che il lavoro che avevano prestato non era in condizione di schiavitù. 
 
Infatti, secondo Gunter Saathoff, della Fondazione Memoria Responsabilità e Futuro, “la maggior parte dei lavoratori coatti dell’Europa occidentale, non viveva in condizioni particolarmente dure.” Con la legge istituita dalla Fondazione, si è voluto tutelare quei lavoratori, come gli slavi, che di fatto subirono una vera e propria persecuzione. Fu ignorato, invece, che dopo la capitalizzazione del nostro Paese, gli italiani furono trattati come traditori e subirono una vera e propria persecuzione razziale. 
I nostri uomini, infatti vivevano di pochissimo cibo, maltrattamenti, dodici ore di lavoro, pochi indumenti e di freddo, che sembrava essere amico dei tedeschi. Vivevano in campi di concentramento che, se anche non avevano camere a gas, erano a 360 gradi campi di sterminio attraverso il lavoro. La morte, nella maggior parte dei casi, avveniva per fame e sfinimento. Chi tentava di fuggire, invece, veniva impiccato sotto gli occhi degli altri lavoratori che durante il giorno erano sottoposti a quella tortura visiva. 
 
Anche sotto i bombardamenti era vietato il rifugio: gli schiavi di Hitler erano costretti a restare sul posto di lavoro. “Quando bombardarono, distrussero tutto- racconta Nicola Conenna- non avevamo più niente. Così scappammo e quando tornammo i nostri amici, che erano rimasti, non c’erano più. Qualche giorno dopo cominciammo a sentire un cattivo odore: erano stati tutti uccisi e messi sotto il pavimento delle camerate.” 
 
Maurilio Borello, ex-deportato a Gaggenau ci racconta: “Con il camion ci hanno portato alle ferriere e lì abbiamo passato la notte. Il giorno dopo ci hanno portato a Bussoleno. Sui vagoni del treno c’era scritto: ‘Cavalli 8, uomini 40’. Siamo stati tre giorni lì dentro, come le bestie. Io facevo il tornitore. Quelli che non erano capaci a far niente, lavoravano in galleria. Di fianco al nostro campo c’era una montagna di roccia. Lì stavano facendo una fabbrica, volevano spostarla dentro la montagna per essere protetti dai bombardamenti. Alle cinque del mattino ci davano una tazza di acqua nera. Poi facevamo cinque kilometri a piedi. Arrivati in fabbrica alle sei del mattino, lavoravamo fino alle sei di sera. Poi di nuovo incolonnati per fare cinque kilometri. ” 
 
“Quando sono stato preso avevo quindici anni. Il 29 giugno siamo partiti per andare in Germania”, dice Ottavio Allasio. “Sulla strada, ad uno di noi gli salta il desiderio di mangiarsi una mela. Le guardie hanno inteso che voleva scappare: gli hanno lasciato fare quindici metri e poi gli hanno sparato. Nessuno si è fermato, abbiamo continuato a camminare.” 
 
“Hanno spaccato il convoglio: è iniziata la nostra odissea.”, racconta Enzo Bertino. “Mi hanno messo a lavorare ai cilindri dei motori”. 
 
Nicola Conenna: “Siamo arrivati poi in Germania. Io facevo i proiettili. La mattina ci mettevano tutti in fila. Arrivava un tedesco delle SS e con il dito ti spingeva: se tu barcollavi appena eri morto.” 
 
“Ci hanno portato a Gaggenau, dice Franco Siccardi, perché la Daimler Benz ha chiesto schiavi per mandare avanti la baracca. Quando ci hanno incolonnati per portarci al campo, i tedeschi ci sputavano addosso. Io sono stato messo alla catena di montaggio di motori per camion militari. ”. 
 
Le cause legali 
I civili di Gaggenau risultavano nella lista data dalla Fondazione: ma il programma dei risarcimenti venne chiuso qualche giorno prima che i civili italiani inviassero le loro domande. Ci racconta Luca Dall’Oglio che “l’italiano civile era stato escluso dalla Fondazione”, in quanto, secondo la Repubblica Federale, il Governo tedesco aveva già risarcito i prigionieri di guerra italiani.
 
L’ avvocato Augusto Dossena, legale della Repubblica Federale Tedesca in Italia, ci dice: “la stessa Germania è conscia delle atrocità commesse dai nazisti nei campi di concentramento ed è perfettamente consapevole della storicità di quanto gli ex deportati affermano. La Germania ritiene giuridicamente di essere dalla parte della ragione e di avere molti motivi in base ai quali non pagare le persone singole. Hanno stabilito che esiste la possibilità di citare in giudizio uno stato estero senza che quest’ultimo possa avvalersi dell’immunità della giurisdizione civile, in caso di crimini di guerra.” 
 
Nel 2004 il Tribunale di Arezzo giudica legittima la richiesta dell’Avv. Ioachim Lau, difensore di Luigi Ferrini, un ex lavoratore forzato che ha citato in giudizio la Germania. Ma alla fine “la sentenza Ferrini - dice l’avvocato Lau - ha stabilito solo che esiste la giurisdizione in Italia.” 
 
Quella stessa sentenza, però, ha provocato una serie di reazioni a catena, dando il via alle cause contro la Repubblica Federale Tedesca che, ancora oggi, rischiano di mettere in difficoltà le relazioni tra Roma e Berlino. Se gli ex deportati dovessero vincere le cause, sarebbe l’Italia, infatti, a dover risarcire le parti. 
E per l’Italia rifarsi sui beni della Germania sarebbe impossibile.
 
Un discorso diverso si deve fare per le industrie private, come la Daimler Benz. Questa società è stata citata perché ha utilizzato nella sua fabbrica una forza lavoro ridotta in schiavitù. 
 
Per evitare un contenzioso diplomatico, alla Germania non resterebbe che discutere un nuovo piano di indennizzo. Così alla Farnesina si è svolto un incontro per ridiscutere il piano dei risarcimenti degli schiavi di Hitler. Il 6 maggio del 2008 la Cassazione si è trovata a giudicare tutte quelle cause che hanno messo in discussione il principio d’immunità dello stato tedesco.