Breve storia del conflitto siriano - Dalla prima protesta nel marzo 2011 alla guerra civile

 Breve storia del conflitto siriano - Dalla prima protesta nel marzo 2011 alla guerra civile

 

Dall’inizio delle proteste in Siria il conflitto fra regime e opposizioni ha conosciuto un profondo mutamento lungo le direttrici dell’organizzazione della protesta, della repressione e dell’escalation di violenza.

Sommariamente possiamo suddividere il lasso di tempo che ci separa dal 15 marzo 2011, data dell’inizio della rivolta, a oggi in tre fasi distinte: la protesta pacifica, l’accendersi del confronto armato, la guerra interna. A ognuna di queste fasi corrisponde un cambiamento nelle pratiche e nelle attitudini del regime e dell’opposizione, oltre che a un progresso della presenza jihadista e qaidista nel paese. La prima fase è contrassegnata dall’organizzazione di proteste e manifestazioni sempre più partecipate di carattere pacifico da parte di un’opposizione che, partendo da una base spontanea, va organizzandosi capillarmente sul territorio, nonostante le difficoltà di collegamento fra le diverse realtà e la frammentazione delle organizzazioni di opposizione. Chi protesta, cavalcando l’onda delle rivolte che si svolgevano in altri paesi arabi e sconfiggendo la paura della repressione, chiede la caduta del regime di al-Asad, un’apertura vera alla democrazia, riforme economiche che restituiscano dignità alle popolazioni. Il regime risponde negando la rilevanza della protesta e criminalizzando gli attivisti (il tema della “cospirazione internazionale” veniva sistematicamente riproposto da Bashar al-Asad nelle sue prime uscite pubbliche dall’inizio della rivolta), reprimendo con la violenza le espressioni di dissenso e procedendo al sistematico arresto di migliaia di attivisti e intellettuali. Alla promessa di riforme strutturali soprattutto in campo politico, seguirà una timida e controllattissima apertura al pluripartitismo, cui seguiranno nuove elezioni parlamentari, un’operazione dalla quale il gruppo di potere che si raccoglie attorno a Bashar al-Asad uscirà praticamente intonso. Possiamo far coincidere la seconda fase del conflitto, luglio 2012, con la nascita di un’opposizione armata [esercito siriano libero], il cui scopo iniziale è la protezione dei manifestanti pacifici. Le proteste non cessano anzi, il numero dei partecipanti aumenta, così come il numero delle città, piccole e grandi, in cui si registrano dimostrazioni più o meno partecipate. Ad esse il regime risponde aumentando il livello di violenza e organizzando “scientificamente” la repressione, con la “sigillatura” delle aree di diffusione della rivolta (in una fase iniziale localizzata principalmente nelle aree rurali del centro e del sud, e poi estesasi alle grandi città fino ad affacciarsi prima a Damasco e poi ad Aleppo, rispettivamente capitali amministrativa ed economica del paese) e con l’esercizio di una violenza indiscriminata nei contronti dei manifestanti, giustificata dai primi casi di “autodifesa” armata. È la fase della “soluzione sicuritaria”, in cui si verificano, soprattutto nelle aree rurali, diversi massacri di civili, attribuiti dal regime alle “gang di terroristi” e durante la quale Human Rights Watch denuncia la presenza di centri di tortura in tutta la Siria. È anche la fase in cui si affaccia per la prima volta il terrorismo (il primo grande attentato data 23 dicembre 2011, due autobomba a Damasco, 34 morti secondo le autorità, mai rivendicato ma attribuito dal regime ad “al-Qaida”) e si registra la presenza di gruppi jihadisti nel paese. La rivolta pacifica, tuttavia, non è ancora soffocata: è in questo periodo, anzi, che si tengono le manifestazioni più partecipate in diverse aree del paese sebbene assistiamo ai primi veri e propri bombardamenti nelle aree urbane (l’esempio più importante è quello della “città martire” di Homs). La terza fase, che sommariamente possiamo far partire dal luglio 2012, è contrassegnata invece dall’irrigidirsi delle posizioni e dal definitivo passaggio al conflitto armato. L’opposizione pacifica, pur continuando ad esistere, non trova più visibilità, anche a causa dell’intervento sempre più massiccio di fazioni armate d’opposizione, alcune delle quali di conclamata provenienza jihadista e qaidista. Alla fine di giugno 2012 Bashar al-Asad, nel suo discorso presso il nuovo parlamento appena insediato chiude la porta a qualsiasi soluzione negoziata affermando: “Viviamo in un vero stato di guerra, da tutti i punti di vista [...] tutte le politiche vanno dirette a vincere questa guerra”. Da parte sua l’opposizione passa all’attacco: il 17 luglio inizia l’offensiva dei ribelli, denonimata “Vulcano di Damasco e Terremoti della Siria”. Il giorno seguente, in circostanze non ancora chiarite (in particolare non sappiamo se l’attentato è opera di un kamikaze), esplode una bomba durante una riunione di vertice del regime a Damasco che provoca la morte, fra gli altri, del Ministro della difesa (Dawud Rajiha) e del cognato di Bashar al-Asad (il generale Assef Shawkat).


Quella che ormai è diventata una vera e propria guerra, vede scontrarsi da una parte l’esercito governativo, i cui vertici ormai sono virtualmente tutti ‘alawiti [regime siriano; composizione etnico-linguistico-religiosa] per effetto delle diserzioni [esercito libero siriano], che hanno interessato principalmente i vertici di confessione sunnita (ma ci sono delle eccezioni), affiancato dalle altre forze di sicurezza (compresi i servizi segreti interni) e dalla milizia irregolare dei “fedelissimi” (anch’essi tutti ‘alawiti) shabbiha (lett. “fantasmi”) e dall’altra una guerriglia che va meglio armandosi, in cui si inseriscono in sempre maggior numero e con un’organizzazione sempre più strutturata, jihadisti sunniti siriani e stranieri (con gruppi che esplicitamente si rifanno alla rete internazionale di al-Qaida). In questa situazione di conflitto esacerbato e prolungato nel campo delle opposizioni si fanno più minacciose le derive fondamentaliste e settarie, mentre il regime di al-Asad, indebolito, si affida ormai al solo apparato di sicurezza, senza tuttavia essere in grado, militarmente, di soffocare la rivolta. Dal punto di vista economico, invece, siamo al tracollo. Alla già critica debolezza economica siriana, acuita dalle sanzioni occidentali, si aggiungono i danni della guerra, che una stima recente quantifica in 36,5 miliardi di dollari.

Link:

International Crisis Group, Syria’s mutating conflict, 8.2012

Human Rights Watch, Torture archipelago, 3.7.2012

Moaaz al-Omari, The Syrian Crisis Has Cost $36.5 Billion And Counting, Al-Monitor, 4.9.2012