La storia straordinaria di un uomo dai mille volti: ufficiale, agente segreto, ambasciatore, stalliere, acquaiolo, scaricatore di porto e soprattutto guerrigliero. Un uomo camaleontico, imprevedibile e temerario che per restare fedele al suo codice d'onore cambia identità, patria e lingua. La sua avventura comincia con la disfatta fascista in Africa orientale.


Nasce il mito del comandante Diavolo

Nell'aprile del 1941 nell'Africa orientale la situazione italiana appare disperata: dopo sei giorni di combattimenti le truppe inglesi entrano ad Asmara costringendo gli Italiani alla ritirata. È la disfatta, ma un giovane italiano,  il tenente Amedeo Guillet rimasto solo con un centinaio di indigeni a cavallo decide di non arrendersi. Nonostante sia gravemente ferito a un piede si rende conto di essere isolato dall'esercito italiano e soprattutto dimenticato dagli Inglesi, quindi insieme ad alcuni indigeni senza più ordini né riferimenti gerarchici, prende una decisione imprevedibile: 'Bisogna combattere il più possibile, più si combatte più questi Inglesi rimangono qui in Eritrea e non vanno a combattere contro i nostri in Libia, bisogna combattere fino all'ultimo uomo!'.

 

Secondo il diritto internazionale di guerra non si può continuare a combattere dopo la firma della resa, eppure Guillet non vuole sprecare un'occasione così importante, ha in mente una stragia precisa: sfiancare il nemico e fargli credere che gli Italiani sono ancora in grado di combattere. Secondo il tenente solo così l'Italia può sperare di uscire a testa alta dal conflitto. Inizia quindi la sua guerra privata.

Amedeo Guillet è costretto a nascondersi, a camuffare la sua identità: smessa l'uniforme militare indossa il turbante e il tipico abbigliamento indigeno e grazie ai suoi tratti mediterranei e alla conoscenza perfetta della lingua araba per tutti è Ahmed Abdallah al Redai. Inizia così la leggenda del comandante diavolo. 

 

 

Un passo indietro: chi era Guillet?

Nato a Piacenza nel 1909, il barone Amedeo Guillet è un brillante sottotenente di cavalleria del Regio Esercito Italiano, noto per le sue doti di cavaliere e di latin lover che conduce una vita spensierata e mondana. Per le sue innate capacità equestri viene scelto per rappresentare la squadra italiana di equitazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936, ma nell'inverno del '34 gli eventi precipitano: Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa.

Guillet non è fascista ma la fedeltà ai Savoia e all'Italia lo portano a lasciare dietro di sé una vita comoda e agiata per affrontare un'avventura e una guerra dagli esiti imprevedibili.

 

Le ostilità iniziano il 3 ottobre del '35, quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea e Etiopia cogliendo di sorpresa le truppe del negus Haile Selassie. Guillet è a capo di un contingente di 200 libici, in maggioranza beduini chiamati Spahis, ovvero mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno.

 

Guillet capisce che per conquistare la fiducia degli Spahis deve imparare la loro lingua: «Mi sembrava strano che un comandante non poteva parlare con i propri soldati» dirà, e per imparare l'arabo si unisce ai bambini della scuola coranica: «Ho imparato piano piano, dopo ho studiato per dieci anni l'arabo perché è una lingua meravigliosa, ricchissima di ogni passato anche letterario e filosofico. Oggi lo parlo quasi come l'italiano».

 

Tra Guillet e i suoi soldati si istaura un rapporto di correttezza reciproca e quando è costretto ad affrontare il suo primo combattimento nonostante la febbre malarica, ad aiutarlo (e salvargli la vita) è proprio uno dei suoi Spahis «Pur essendo io il comandante a un certo momento mi urla: 'Spara a terra, spara a terra comandante!' C'era un Etiope che mi stava sparando col fucile e io per fortuna mia poveretto, l'ho fatto fuori. E da lì ho imparato».

 

In seguito salvatosi miracolosamente da un proiettile rimbalzato sulla sua sella, rimane ferito alla mano, ma torna vincitore e guadagna la sua prima medaglia. L'avanzata dell'esercito italiano è inesorabile e il 5 maggio del '36 le truppe di Badoglio entrano ad Adis Abeba, quattro giorni dopo viene proclamato l'Impero italiano. La guerra è finita. All'arrivo di Mussolini e delle truppe italiane da Roma però Guillet non si trova in Eritrea ma in Libia: Italo Balbo gli ha chiesto infatti di trovare e addestrare dei cavalli che il Duce e il suo seguito avrebbero montato alla cerimonia di arrivo: «Ho trovato un bel cavallo alto, buono (molto), ho comprato anche altri cavalli alti perché voleva che tutti i generali andassero a cavallo, anche quelli che non sapevano andarci!». Alla cerimonia Mussolini attraversa la città, sale sulla collina e solleva la spada dell'Islam.

 

Bice

Dopo i trionfi di Tripoli nel '36 Guillet torna in Italia per essere operato alla mano. Trascorre la convalescenza a Napoli a casa degli zii con le sue cugine, tra cui la piccola Beatrice (Bice) che aveva conosciuto quando era piccola e che ora ormai diciottenne è una ragazza molto affascinante.

«Non so cosa è successo ? racconta Guillet - dovevo stare solo dieci giorni nella villa sul mare, ma sono stato tutto il mese, eravamo così congeniali entrambi, non lo avrei mai immaginato. È stata l'unica donna che mi ha fatto dire: o sposo questa o nessuno». A questa richiesta da parte di Guillet Bice risponde con un sì, ma un imprevisto li costringe a cambiare i programmi: il Governo fascista promulga la legge matrimoniale che prevede una promozione per i militari che si sposano. Guillet decide quindi di non sposarsi: «Non avrei mai fatto un torto del genere alla donna che amo. Far credere che mi sono sposato per la promozione». Guillet non ha quindi dubbi, le stellette se le deve meritare sul campo, quindi nel '37 accetta di combattere in Spagna.

 

 

Dalla Spagna a Tripoli

Ricordando quella guerra Guillet dice: «Non ero un fascista, ma la guerra di Spagna la rifarei perché altrimenti tutta la Spagna sarebbe stata comunista. Non sono un 'anti' però la Spagna comunista non la vedevo favorevole né per l'Italia né per l'Europa».

Poiché l'Italia in realtà non ha dichiarato guerra alla Spagna, per ragioni diplomatiche i militari vengono fatti passare come volontari: per Guillet sarà il primo di numerosi travestimenti. Indossando i pantaloni alla zuava si introduce in Spagna sotto falso nome, si chiama Alonso Gracioso. Amedeo guida eroicamente l'assalto che porta alla conquista di Santander: sarà lo stesso generalissimo Francisco Franco a premiare il suo valore. Ma dopo alcuni mesi, ferito a una gamba torna in Africa.

 

Ricoverato a Tripoli conosce una giovane che studia medicina ma è ebrea, dunque per le nuove leggi razziali volute da Mussolini deve lasciare l'università. Per Guillet è intollerabile, chiede quindi aiuto anche a Italo Balbo e alla fine riesce a tutelare la ragazza, ma inizia a metter in discussione i dogmi del regime in nome di valori superiori, di una morale. Si delinea quindi sempre di più il suo carattere di uomo libero schierato contro l'ingiustizia e a favore dei più deboli.

 

L'Eritrea e la bella Kadija

Proprio per i suoi rapporti con i locali viene scelto per una missione molto delicata: nel '39 il Vicerè dell'Eritrea Amedeo d'Aosta gli dà il comando di un reparto indigeno con il compito di portare ordine e legalità in una vasta area. Il tenente torna dunque in Eritrea e assume il controllo del territorio.

 

Un giorno dopo avere aiutato un villaggio a ritrovare dei capi di bestiame rubati, in segno di riconoscenza il capo tribù lo accoglie nella sua capanna. Chiama quindi sua figlia per fargli pulire gli stivali e Guillet si trova davanti una bellissima ragazza. Si chiama Kadija, ha solo 16 anni ma è molto sicura di ciò che vuole, ripete sempre che sposerà un capo. «Un giorno ? racconta Guillet - scherzando gli dico: 'Hai trovato il capo'? e lei: 'Sì?, 'E chi è?? , 'Sei tu', 'Ma io purtroppo non posso essere quello che credi', 'No, tu sei il mio capo'».

 

Quando Guillet si congeda dal capo villaggio alcuni uomini lo seguono per diventare suoi soldati, anche Kadija si unisce al gruppo. Lei cerca tenerezza, ma Guillet la tratta con distacco, fino a una sera in cui, poiché era morto uno dei suoi più cari amici Spahis, Guillet è disperato: «Quella sera sono tornato dentro alla tenda della Kadija che stava accoccolata in un angolo e piangeva per me. Mi ha aiutato a togliermi gli stivali e mi son messo a letto. Per terra c'era un tappeto, lei ha preso e si è sdraiata per terra; in quel momento di commozione ho aperto il mio lenzuolo e le ho detto: 'Vieni qui con me. E non è più uscita per parecchio tempo'».

 

La Seconda Guerra Mondiale

Guillet inizia a non riconoscersi più nell'immagine del perfetto soldato, inizia a prendere decisioni impensabili come quando cattura una pericolosissima banda della guerriglia del negus: da Roma ha l'ordine di giustiziare qualunque ribelle, ma quando vede i volti fieri di quei nemici non solo decide di non ucciderli ma gli propone di arruolarsi nei suoi reparti dicendogli: 'Ma il primo che mi tradisce lo uccido'.

 

Il duca d'Aosta copre queste sue decisioni e inoltre decide di creare un'intera cavalleria indigena, detta Gruppo Bande Amhara, agile e di impatto, al seguito di Guillet. Questi nel giro di due mesi organizza e costituisce la nuova armata: comprende combattenti diversissimi per etnia e religione che soltanto un grande conoscitore di uomini come lui può tenere uniti e governare.

 

Ma mentre sta completando l'addestramento il 10 giugno del '40 l'Italia entra in guerra e in Africa la situazione si fa subito difficile: gli Inglesi conquistano velocemente Sidi Barrani, in Libia.

 

All'inizio del '41 l'avanzata dell'esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Libia orientale. Guillet per difendere il fronte italiano è pronto a tutto: gli viene chiesto di usare i suoi reparti a cavallo per rallentare l'avanzata nemica e dare tempo agli Italiani di organizzarsi. Fa dunque un'azione inaspettata e genialmente spericolata: decide di attaccare nel bel mezzo dello schieramento, facendo conto sul fatto che mitragliatrici e artiglieria britannica non avrebbero potuto sparare per non colpire la loro fanteria.

 

Dopo sei ore di confusione 10mila militari italiani si erano ormai rifugiati sulle montagne, grazie a un'azione militare ricordata ancora oggi come una delle pagine più valorose della storia militare italiana. Guillet viene ricordato come il comandante che ha guidato una cavalleria contro i carri armati, e ha vinto. Diventa una leggenda: coraggioso sprezzante del pericolo, fedele agli alleati e rispettoso del nemico. È il comandante diavolo.

 

 
Dopo la disfatta in Etiopia
Ma nella primavera del '41, dopo la disfatta italiana il negus neghesti Haile Selassie torna in Etiopia e con l'aiuto degli Inglesi cerca di annettere anche l'Eritrea. Dall'altra parte però Guillet cerca di attrarre alla sua causa proprio gli Eritrei facendo leva sui loro sentimenti anti-etiopici e mettendo in luce il pericolo degli Inglesi. «Mi dissero: 'Comandante siamo con te, ti diamo tutti gli uomini che vuoi basta che ci fai vedere i soldi, i fucili e le cartucce' - racconta Guillet - cosa che mi è stata facile perché avevamo l'armeria all'interno del paese dove gli Inglesi non erano ancora arrivati».

Guillet viene idolatrato dagli Eritrei come personaggio eroico e simbolo di quei valori e di quelle qualità che corrispondevano alla loro cultura: il coraggio, la dedizione e il sacrificio. Per questo non lo tradiranno mai, nonostante la tentazione della taglia che ha sulla sua testa.

 

A chi lo ferma Guillet risponde che è uno yemenita rimasto in Eritrea dopo il crollo dell'esercito italiano. Ma la sua trasformazione non è solo esteriore, inizia a pregare 5 volte al giorno secondo il rituale cattolico o islamico. Inizia quindi a vivere nella comunità musulmana, in modo completamente mimetico, tanto che non lo prenderanno mai, per questo però attraversa anche una crisi di identità che per qualche tempo lo fa rimanere sospeso tra due culture. Non è più un Italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. È un indigeno tra gli indigeni e la sua figura ricorda molto quella di Lawrence d'Arabia.

 

Nascosto dietro alla sua nuova identità, con i suoi indigeni inizia una lotta senza quartiere contro gli Inglesi, sabotando ferrovie, tagliando linee telegrafiche, facendo saltare ponti e saccheggiando depositi militari. Le azioni della banda inizialmente vengono considerate opera di fuorilegge locali, di banditi del deserto, ma con il tempo la stampa intuisce che dietro a tutto ciò c?è Amedeo Guillet e subito sulle sue gesta cala il velo della censura, diventando oggetto di un rapporto top secret dell'intelligence inglese che inoltre sulla sua testa fissa una taglia di mille 'gold pound?.

 

Nel rapporto destinato al capo dell'intelligence inglese, il comandante Max Harari si legge: scapolo, alto 1,74, colorito bruno, capelli e baffi castani, segni particolari sterno incavato, tatuaggio arabo sul seno sinistro, ferita alla mano sinistra, pluridecorato di sei medaglie militari, di varie decorazioni militari spagnole al valore, promozione per merito di guerra, campagne di Etiopia, Spagna e operazioni di polizia coloniale.

 

Di giorno in giorno Guillet viene sempre più braccato: «Non ero più protetto dalle leggi internazionali, quindi se mi prendevano mi avrebbero fucilato. Infatti avevo una taglia di mille sterline, vivo o morto!». Ma i suoi indigeni non lo tradiranno mai. E quelle mille sterline sarà proprio lui a intascarle prendendosi gioco dei servizi segreti inglesi fornendogli false informazioni sotto mentite spoglie!



La fuga

Un giorno mentre sente della musica italiana a Guillet viene una forte nostalgia di casa, in quello stesso momento si trova a dover scappare ancora una volta dal nemico: la sua casa è circondata da soldati. Salta quindi dalla finestra e scappa per una collina, mentre gli Inglesi gli intimano di fermarsi e gli sparano alla spalle. A salvargli la vita è un operaio della sua fattoria: dice agli Inglesi che quello era solo un operaio sordo che stava andando a pregare.

Ormai comunque Guillet sa di avere i giorni contati e che la messinscena non può durare ancora a lungo. Poiché è ferito e spesso in preda alle febbri malariche sono i suoi stessi uomini a insistere perché si rifugi altrove per curarsi. 

 

Guillet quindi parte per lo Yemen: «Ho lascito i miei soldati, ho dovuto lasciare Kadija, eravamo commossi entrambi'mi ha guardato e le ho detto: 'Addio Kadija'. Non ci siamo neanche abbracciati, mi ha guardato negli occhi e se ne è andata camminando. Io sono rimasto solo, mi sono seduto a terra dietro a una pietra e ho iniziato a piangere».

 

Solo uno dei suoi uomini lo accompagna. Raggiunta la costa si adattano a fare i lavori più umili, come il facchino e l'acquaiolo: «Facevo un po' di concorrenza, invece che due lire (ghirbe) facevo pagare una lira sola. Devo dire una cosa strana, guadagnavo di più di quando ero sottotenente! E ho potuto mettere i soldi da parte per arrivare nello Yemen». I due partono con i contrabbandieri ma durante la notte questi preoccupati della loro presenza li gettano in mare. A nuoto riescono ad arrivare sulla terra ferma dove vicino a un pozzo incontrano dei pastori nomadi che li picchiamo lasciandoli sanguinanti nel deserto.

 

Dallo Yemen all'Italia

La fame e la sete si fanno sentire sempre di più, fino a quando non riescono più ad andare avanti. Ma una sera finalmente Guillet vede qualcosa in lontananza, un uomo su un cammello: è Al Sayed Ibrahim un mercante che, da buon samaritano, li accoglie a casa loro. Oltre all'ospitalità a Guillet offre anche sua figlia, una bellissima ragazza, ma questi seppur tentato di rimanere e dedicarsi a una vita semplice e serena, decide comunque di partire. Alla fine del '41 quindi finalmente arriva nel porto di Hodeida in Yemen: ma per i suoi modi raffinati e la lingua gli Yemeniti sospettano che sia una spia inglese e lo incarcerano. Gli Inglesi venendo a saperlo chiedono la sua estradizione cosa che insospettisce molto gli Yemeniti stessi. Il sovrano quindi gli concede udienza e ascolta tutta la sua storia. Ne rimane affascinato e gli propone di rimanere, prendendolo sotto la sua protezione: lo fa curare, gli dà una casa e uno stipendio da colonnello. Ancora oggi Guillet dice: «Io mi considero l'uomo più fortunato che abbia mai visto!».

 

Finalmente nel '42 gli Inglesi mettono a disposizione una nave della croce rossa per tutti gli Italiani che volevano tornare in patria. Guillet, aiutato dall'Imam e dai suoi vecchi amici del porto, riesce a imbarcarsi furtivamente per non essere riconosciuto. Per tutto il viaggio sta nascosto nel manicomio e deve fingersi pazzo.

Il 2 settembre del '43 finalmente torna in Italia.

 

Il matrimonio e l'addio a Kadija

Quando torna dalla sua Bice la prima cosa che l'ormai maggiore Guillet le racconta è il suo passato sentimentale: «Si è messa a piangere e ha detto: 'Che brava ragazza, chissà se io sarei stata capace di fare lo stesso'?».

Guillet e Bice si sposano il 21 settembre del '44, avranno due figli e a soli 37 anni Guillet viene promosso generale. La sua carriera militare però per lui ormai che l'Italia è diventata una Repubblica non ha più senso. Mentre le sue conoscenze linguistiche lo rendono perfetto per il lavoro di intelligence: alla fine del '45 per esempio riesce a salvare alcuni archivi italiani.

 

Durante una delle sue missioni torna in Eritrea per salutare i suoi uomini e soprattutto Kadija: sua moglie infatti gli ha dato il compito di darle un suo braccialetto con un solitario per ringraziarla da parte sua per tutto quello che aveva fatto per lui.

 

Guillet e Kadija si incontrano in una sala da te, si trattengono alcune ore mano nella mano senza parlare, poi alla fine lei lo saluta senza voltarsi, con fierezza e dignità.

 

La carriera diplomatica e l'Irlanda

Nel Dopoguerra, Guillet inizia a la carriera diplomatica, che prosegue per quasi trent'anni e che lo vede divenire ambasciatore d'Italia in vari Paesi. A seguirli sono sua moglie e la sua nota fortuna: sopravvive a due incidenti aerei nello stesso giorno e a due colpi di Stato di cui è testimone in Yemen e in Marocco. Si batte per promuovere il dialogo tra cristiani, musulmani ed ebrei; non a caso custodisce a casa la reliquia di una spina di Cristo, mentre nella sua scuderia si trova l'ultimo discendente del cavallo di Maometto.

 

Nel 1975 va in pensione per raggiunti limiti di età. Si reca a vivere in Irlanda (la patria dei suo nemici) e va a cavallo ogni giorno. Se in Italia nessuno sapeva della sua storia, in Irlanda viene accolto con grande entusiasmo e ritrova anche il suoi vecchi nemici-ammiratori Max Harari e Vittorio Dan Segre, che oggi è il suo biografo.

 

Nel novembre del 2000 il Capo dello Stato italiano Carlo Azeglio Ciampi ha conferito al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza di 'Cavaliere di Gran croce'.

 

Muore a Roma il 16 giugno 2010, all'età di 101 anni.

 

L'ultimo saluto e l'ultima magia

A 91 anni era tornato in Africa dove era stato accolto con gli onori degni di un capo di Stato. Voleva rivedere quelle terre che aveva tanto amato e soprattutto ringraziare il mercante che nel '41 gli aveva salvato la vita. Essendo passati molti anni, Al Sayed Ibrahim non riconosce l'anziano italiano; lo accoglie comunque cordialmente, con il rammarico di non potergli offrire da bere perché gli era crollato il pozzo. Gli racconta poi una storia, la storia di quando aveva salvato la vita di due yemeniti moribondi nel deserto e di come si fosse affezionato a uno di loro, tanto da credere che quei due uomini gli erano stati mandati da Allah come incontro speciale e spirituale. Guillet non vuole svelargli la sua identità per non distruggere il sogno del mercante, quindi gli dice solo che è convinto che i suoi yemeniti prima o poi ricompariranno magari per riparare il suo pozzo. Prima di andare via paga alcuni operai per far riparare il pozzo quella stessa notte così da dare ad Al Sayed un'altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto.

 

 

Una puntata di Elisabetta Castana