Per la crudezza del filmato "Le esecuzioni" si raccomanda la visione ad un pubblico adulto.
Il processo di Verona
Verona, Repubblica di Salò, 8 gennaio 1944. A Castelvecchio si celebra il processo nel quale il fascismo giudica se stesso. Sul banco degli imputati, sei dei diciannove cosiddetti "venticinqueluglisti" che hanno destituito Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del 24 e 25 luglio '43. Tra questi altissimi gerarchi ci sono il quadrumviro della marcia su Roma Emilio De Bono e il “fascistissimo”conte Galeazzo Ciano, ex ministro degli Esteri (1936), membro del Gran Consiglio nonché marito di Edda Mussolini, la figlia prediletta del Duce.
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Gli altri sono Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Partito a suo tempo inquisito e arrestato per il sequestro e l'uccisione di Giacomo Matteotti, Luciano Gottardi, presidente della confederazione dei lavoratori, Carlo Pareschi, ministro dell'Agricoltura e Foreste e Tullio Cianetti, sottosegretario delle Corporazioni, l'unico che ha ritrattato il voto del 25 luglio con una lettera a Mussolini poche ore dopo il voto, e che è stato l'unico a salvarsi.
Il processo si conclude con cinque condanne a morte e un'assoluzione, quella appunto di Cianetti. La sentenza fu eseguita tre giorni dopo, l’11 gennaio all’alba, sul prato del poligono di tiro di Forte Proclo.
I Tribunali Speciali per giudicare i traditori del 25 luglio erano stati creati nell'ottobre del 1943. Il decreto di costituzione dei tribunali istituiva il reato di "tradimento dell'idea" passibile di pena di morte. Il decreto conteneva in se stesso un assurdo giuridico: una legge penale con effetto retroattivo.
La situazione alla vigilia del Gran Consiglio del 25 luglio 1943
Con il processo di Verona si conclude una tragica pagina di storia la cui origine va cercata nella congiuntura politica e militare che portò alla votazione e all’approvazione dell’ordine del giorno Grandi, durante la seduta del Gran Consiglio del Partito Fascista del 25 luglio 1943 che sancì la fine di Mussolini e del regime da lui costruito. Nel febbraio del 1943 la sesta armata tedesca di Von Paulus viene annientata a Stalingrado. La vittoria sovietica si rivelerà per l’esercito tedesco l’inizio della catastrofe e rappresenterà, accanto alla sconfitta di El-Alamein in Africa, il principio della fine. A febbraio Mussolini si libera di Ciano, da tempo sospettato di simpatie per gli anglo-americani, affidandogli la carica di ambasciatore presso la Santa Sede. Scrive Galeazzo nel suo diario: “È un posto di riposo che può aprire molte possibilità per l’avvenire, il futuro è nelle mani di Dio”. Intanto scioperi e mercato nero corrodono l’economia italiana. Il Re riceve diversi uomini politici, tra cui Ciano, e ascolta il coro unanime di chi vuole l’allontanamento di Mussolini. Il 13 maggio del ’43 arriva la notizia del crollo delle ultime resistenze italiane in Africa. Il 10 luglio gli alleati sbarcano in Sicilia e dopo pochi giorni arrivano a Messina, Roma è sotto le bombe. Il 19 luglio viene bombardato il quartiere San Lorenzo: 1492 morti. Il 24 luglio viene convocato il Gran Consiglio, votato l’ordine del giorno di Grandi in cui si propone di “ridare al Re la suprema iniziativa”. Il fascismo si dissolve, Mussolini dopo l’udienza con Vittorio Emanuele, viene arrestato. Verrà liberato dai tedeschi il 12 settembre per dar vita alla Repubblica Sociale e continuare la guerra al fianco dei tedeschi. Uno dei primi compiti che la neonata Repubblica si propone sarà proprio la condanna dei traditori del 25 luglio.
Il caso Ciano
Il processo di Verona ebbe il carattere di una vendetta da parte dei fascisti più irriducibili contro coloro che ritenevano aver tradito la causa rivoluzionaria. Il reato di "tradimento dell'Idea", era previsto nello stesso decreto che istituiva i Tribunali Speciali, e in base a questa nuova ipotesi di reato si gli imputati vennero giudicati. Il vero obiettivo del processo era comunque Ciano, considerato il simbolo stesso del tradimento, anche più di Grandi, proprio perché più vicino a Mussolini. Ciano beneficiando della vicinanza con Mussolini e del matrimonio con Edda, aveva avuto una carriera sfolgorante all’interno del regime. Nato nel 1903, nel ’21 si iscrive ai Fasci di Combattimento, nel 1925 si laurea in Legge ed entra nel Servizio diplomatico. Diventa Ministro della Stampa e della Propaganda nel 1935 e poi Ministro degli Esteri nel ’36 a trentatre anni. Nel 1939 cura i preparativi diplomatici dell'occupazione dell’Albania. Dopo il 25 luglio, Ciano si rifugiò in Germania ma, dopo l'armistizio dell'8 settembre proclamato dal maresciallo Pietro Badoglio nei confronti delle forze anglo-americane, i tedeschi lo consegnarono ai fascisti della neonata Repubblica Sociale Italiana di Salò. Fu quindi rinchiuso nel carcere di Verona e processato per alto tradimento.Ciano, votando l’ordine del giorno Grandi, non si rese conto che, mettendosi contro Mussolini, si metteva contro i fascisti più irriducibili che non potevano concepire che un uomo che dal fascismo aveva avuto tutto avesse tradito. Pavolini e gli esponenti più radicali del nuovo partito Fascista Repubblicano (PFR) arrivarono a minacciare le dimissioni se per questioni sentimentali non fosse stata fatta giustizia.
La “questione Ciano” per Mussolini era un “banco di prova” che doveva mostrare la sua grandezza come uomo di stato. Di sicuro Mussolini non desiderava la sua morte, ma ben sapeva che, avviando la macchina della vendetta, la prima vittima sarebbe stata proprio il genero. Mussolini chiese al ministro della Giustizia Piero Pisenti di esaminare gli atti del processo. Secondo Pisenti dagli atti non risultavano circostanze tali da un giustificare una sentenza di morte. Ma nel decreto istitutivo dei tribunali, fece notare lo stesso Pisenti, era gia scritta quella condanna, a meno che non fossero state concesse le attenuanti generiche. Mussolini rispose che la questione era politica, non giuridica, ma di rivolgersi comunque al Presidente del Tribunale Aldo Vecchini per l’eventuale concessione delle attenuanti. Vecchini fece notare che il decreto non offriva elementi per la concessione delle attenuanti, Mussolini allora gli fece dire di: “procedere senza riguardi verso chicchessia, secondo coscienza e giustizia”.
"Io sono convinta che Galeazzo non ha tradito... Io mi sono battutta, l'ho fatto fino all'ultimo, rischiando la pelle. Mio padre avrebbe potuto salvarlo, ma a distanza di tempo, mi rendo conto che non poteva fare nient'altro."
(Edda Ciano nell'intervista di Nicola Caracciolo del 1982).
Dopo l'esecuzione Edda fugge in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Un giornalista americano, Paul Ghali, venuto a conoscenza del suo segreto internamento in un convento svizzero, organizza la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1939 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano).
Il giallo del filmato
Intorno al processo di Verona si è sviluppato un mistero riguardo il documento filmato delle fucilazioni, scomparso subito dopo l’esecuzione e poi ritrovato. L'Istituto Luce in quel periodo si stava trasferendo da Roma a Venezia, e in quel passaggio molti materiali andarono perduti o vennero trafugati dai tedeschi. Giuseppe Sangiorgi, Amministratore delegato dell'Istituto, racconta le circostanze del ritrovamento, nel periodo in cui il Luce stava realizzando l'opera "La Storia d'Italia". Il Professor Renzo De Felice, consulente dell'opera, trovò un carteggio del 1953 tra l'Istituto cinematografico e la Presidenza del Consiglio in cui si alludeva a queste immagini. Alla fine De Felice ritrovò le pellicole in alcune scatole nell'Archivio di Stato dell'Eur di Roma.