A partire dal 1929 il governo fascista di Benito Mussolini dà inizio al progetto di conquistare un “proprio posto al sole” sulla scia di Gran Bretagna e Francia: l’aspirazione del duce è, in altre parole, quella di avviare una politica imperialista che sia in grado di dare lustro al regime, di conquistare terre ricche di risorse naturali, di ricostruire un impero sullo stile del grande impero romano. L’Abissinia sembra subito, alle alte gerarchie politiche e militari fasciste, l’obiettivo giusto; è uno Stato ancora indipendente e l’invasione italiana non avrebbe con tutta probabilità provocato reazioni internazionali. Inoltre il livello militare delle truppe etiopi è basso: la guerra di Etiopia sembra l’occasione adatta per vendicare la sconfitta subita dall’Italia, nel 1896 in Africa orientale.
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Gli inizi
E’ il 3 ottobre del 1935: sono 110.000 i soldati italiani e 50.000 le truppe coloniali a varcare il confine fra l’Eritrea, colonia italiana, e l’Etiopia. La guerra d’Etiopia ha già tutte le caratteristiche della guerra moderna: l’invasione è di vaste proporzioni, invasione in cui il regime impiega aerei, mezzi corazzati, e artiglieria pesante. Centinaia di migliaia di ragazzi provenienti da tutta Italia insieme a soldati delle colonie italiane (Eritrea, Libia, Somalia), i cosiddetti ascari (termine che significa soldato) si riversano sui campi di battaglia. Affrontano le truppe abissine, che provengono da tutti i villaggi etiopici, guidate dai ras, i capitribù, che, lungi dall’arrendersi, si battono con coraggio e determinazione e respingono con forza gli aggressori. “Gli aerei ci sorvolavano tutto il giorno, arrivavano in stormi da dieci o quindici e sganciavano le loro bombe…” racconta un soldato etiope. La guerra di Etiopia è cominciata.
I significati della guerra
Venti milioni di uomini, un cuore solo, una sola volontà di combattere. E’ quanto proclama Benito Mussolini il 2 ottobre del 1935 alle 18 e 45 dal balcone di Palazzo Venezia. La mobilitazione ha inizio; l’avventura africana durerà sette mesi, sarà una guerra feroce e violenta che costerà migliaia e migliaia di morti. In Italia la conquista dell’impero rappresenterà una gigantesca operazione di propaganda del regime, un evento che si imprimerà in modo indelebile nella memoria collettiva degli italiani. Eppure, da ieri a oggi gli storici parlano di stragi cadute nell’oblio o cancellate, di orrori dimenticati, di gas letali usati contro i civili inermi. La guerra d’Etiopia avrà costi altissimi e graverà sulle casse dello Stato per 40 miliardi di lire, pari a circa 37 miliardi di euro. Solo in termini di viveri, si parla di 12.000 serbatoi di acqua, 5 milioni di paia di scarpe, 92 milioni di metri di panno per divise, 15 milioni di scatole di minestra, 17 milioni di scatole di carne. E’ bene tuttavia ricordare che le ambizioni coloniali dell’Italia in Africa orientale non nascono in epoca fascista; l’Italia aveva infatti già colonizzato l’Eritrea e parte della Somalia negli ultimi decenni del XIX secolo: nel 1896 il governo guidato da Francesco Crispi aveva tentato invano di conquistare anche l’Etiopia che confinava con le due colonie. Fu un tentativo fallimentare e per questo rapidamente diventato leggendario: nel disastro di Adua un contingente italiano di 16.000 uomini veniva annientato dalle truppe etiopiche. Afferma Nicola Labanca, docente dell’Università di Siena: “Già nel 1896 l’Italia, a quel tempo l’Italia liberale, aveva cercato di conquistare l’Etiopia ma la forza armata del Negus Menelik aveva arginato questo tentativo italiano ad Adua il 1° marzo del 1896. I governi che si succederanno a quello di Crispi non riusciranno a dimenticare la disfatta di Adua”.
E meno ancora la dimenticherà Mussolini. Tuttavia, durante il primo decennio del regime, il duce avrà con l’Etiopia buoni rapporti; risale al 1928 la firma di un patto di amicizia con il grande paese africano. Racconta Richard Panckhurst, dell’Università di Addis Abeba: “Hailé Selassié che aveva governato come reggente sin dal 1916 venne incoronato imperatore solo nel 1930. Avviò immediatamente una politica di riforme allo scopo di modernizzare lo Stato; era un compito enorme ma il processo di formazione di uno Stato moderno era agli albori quando scoppiò la guerra. C’era tantissimo da fare ma tutto fu bloccato dal conflitto imminente; persino l’Accademia militare venne ridimensionata”. Risale al 1932 il progetto mussoliniano di una nuova grande avventura coloniale che avesse come obiettivo proprio l’Etiopia e, più ambiziosamente, la creazione di una nuova grande Africa orientale italiana; Etiopia e Libia, ottenuta con la guerra italo-turca del 1911, avrebbero dato vita all’impero.
Il piano di invasione viene da Mussolini affidato al quadrumviro generale Emilio De Bono, piano che tuttavia rimane inattuato. Continua Labanca: “Che cosa successe fra il 1932, data del piano, e l’ottobre del 1935, data dell’invasione d’Etiopia? Intanto, la volontà mussoliniana è quella di ottenere maggior prestigio sul piano internazionale; in particolare, nel gennaio del 1933 a Berlino è salito al potere Adolf Hitler. Hitler, l’allievo di Mussolini, rischia in questo modo, con la sua forte Germania, di essere più bravo e più importante del suo maestro. Mussolini intuisce, forse prima degli altri, che niente sarebbe stato più come prima. L’ideologia nazista, connotata da militarismo e volontà espansionistica desta in lui grande preoccupazione. Le ambizioni di Hitler sull’Austria ne costituiscono un’inquietante conferma. Ragioni interne e internazionali inducono quindi Mussolini a stringere i tempi di un attacco all’Etiopia sebbene negli anni Trenta una guerra coloniale appaia anacronistica.”
Il colonialismo: l'Italia
Il panorama internazionale sta però lentamente cambiando: in molti paesi colonizzati cominciano a nascere e a farsi strada movimenti nazionalisti e indipendentisti che di lì a poco muteranno gli equilibri geopolitici dell’intero pianeta. Basti citare il caso di Gandhi che nel 1932, con un digiuno a oltranza, provoca una campagna di disobbedienza civile che invita alla ribellione contro la dominazione britannica. Le grandi potenze coloniali, per difendersi da eventuali e più sconvolgenti sommovimenti politici, cominciano a pensare a graduali riforme in senso autonomistico dei loro possedimenti. L’obiettivo è ora quello di non essere più considerati “occupanti”; è per questo che i compiti di gestione politica e amministrativa vengono delegati a funzionari civili, a scapito degli apparati militari.
Ma Mussolini non tiene in alcun conto dell’evoluzione in corso negli altri paesi europei e rispolvera invece il vecchio piano De Bono per la conquista dell’Etiopia. Ed arriviamo a una data fatidica: è il 5 dicembre del 1934: un incidente per l’approvvigionamento di acqua alle fonti di Ual Ual, al confine fra Etiopia e Somalia italiana è il pretesto che Mussolini coglie per accelerare l’entrata in guerra. Definitive le parole che Mussolini scriverà alle autorità del regime: “Il problema dei rapporti italo-abissini è diventato un problema di forza, un problema storico che bisogna risolvere con l’unico mezzo con il quale tali problemi furono sempre risolti: con l’impiego delle armi”. Ma l’obiettivo- Etiopia si attaglia perfettamente ad altre esigenze di Mussolini: è l’ultimo territorio di rilievo non ancora colonizzato da altre potenze europee; si presenta inoltre come un obiettivo facile. Per il duce sarà finalmente l’uomo nuovo forgiato dal fascismo a lavare l’intollerabile onta di Adua. Eppure, nonostante l’apparente facilità dell’impresa etiopica, si assisterà a un eccezionale spiegamento di forze. Spiega ancora Labanca: “Già dal punto di vista militare, se ad esempio poche decine di migliaia di soldati avevano aggredito l’Etiopia ad Adua, Mussolini mise in campo mezzo milione di italiani militari e militarizzati lanciati contro l’Etiopia”. Non era mai accaduto in nessuna guerra coloniale europea contro qualunque dei poteri tradizionali africani.
In guerra
L’Italia ammassa truppe a Nord in Eritrea e a Sud in Somalia. Mussolini scrive a De Bono, già in Eritrea:” Non hai che da domandare, ti sarà mandato sempre di più di quanto chiederai”. Continua ancora Labanca: “Mussolini doveva vincere in pochi mesi quella guerra. L’aveva lanciata appena finita la stagione delle piogge, nell’ottobre del 1935 e doveva vincerla in maniera definitiva prima dell’arrivo dell’altra stagione delle piogge, appunto verso maggio-giugno”. Quindi la tecnologia, insieme a un numeroso esercito, era necessaria per vincere la guerra in breve tempo. Mussolini acclama le folle: “Seminare il terrore in tutto l’impero, è questo che rappresenta l’assoluta superiorità nostra, l’offendere senza essere offesi”. Ancora Labanca: “L’aeronautica italiana, come qualunque altra arma aerea era nata negli anni Venti e nacque quindi come arma fascista, arma littoria. Il fascismo investì sempre nella propaganda aeronautica”. Nella guerra italo-etiopica del ’35-’36 l’aeronautica ha un ruolo di rilievo, per mezzo di essa si osservano le mosse dell’esercito tradizionale etiopico.
Ma al di là di questa realtà militare, eccezionale è la propaganda svolta in Italia a proposito dell’aeronautica fascista in Etiopia. I giornali sono pieni di notizie sull’aviazione in Etiopia e protagonisti di questa propaganda sono i gerarchi, sono gli “uomini nuovi” del fascismo. “La guerra aerea” scrive lo storico Giorgio Rochat “era moderna, facile da raccontare, illustrata da fotografie e filmati. Le macchine volanti erano terribili e affascinanti ma lasciavano spazio a imprese individuali, ai nuovi eroi del regime.” Nella lunga storia delle guerre coloniali mai un paese europeo aveva mobilitato forze così ingenti. La guerra d’Etiopia doveva essere assolutamente vinta e sarà vinta ma costerà moltissimo non soltanto in termini di vite umane ma anche in termini di risorse economiche; oltre alle quantità di armi, incredibili suonano le cifre che riguardano l’apparato logistico e di approvvigionamento.
L’imperatore Hailé Selassié mobilita 300.000 uomini ben poco attrezzati e muniti solo di armi primitive. Lanciati contro un esercito dotato di mezzi moderni, non possono che soccombere. Racconta Pankhurst: “ A quell’epoca il potere era nelle mani dei signori feudali o semifeudali che governavano le province; quando scoppiò la guerra vigeva ancora il sistema di potere tradizionale e furono proprio i vecchi capi a organizzare la difesa contro l’invasione; all’inizio essi in grande maggioranza si schierarono con l’imperatore ma dopo la sconfitta molti passarono dalla parte degli aggressori”. Questo il ritornello di Mussolini: “Il popolo italiano è il protagonista della propria storia”.
La propaganda
Ma il duce ha mire ancora più ambiziose: la sola vittoria militare non gli basta. Vuole che l’intero popolo italiano si senta direttamente coinvolto nell'avventura coloniale. E sulla guerra voluta dal popolo tornerà più volte nei suoi discorsi e nei suoi scritti. Per il duce la guerra d’Africa è il simbolo della guerra di civiltà e di liberazione. La Roma fascista di Mussolini dovrà avere la stessa missione della Roma dei Cesari. La grande Roma dovrà tornare a essere un impero. Continua Labanca: “Per convincere gli italiani della necessità di questa guerra che avrebbe così duramente impegnato mezzo milione di soldati, che avrebbe avuto un prezzo così alto, che avrebbe messo a così alto rischio la posizione internazionale dell’Italia, la propaganda era necessaria. Da qui il bombardamento concentrico delle coscienze degli italiani. Il fascismo doveva vincere il cuore e le menti degli italiani per poter poi vincere la guerra d’Etiopia”. Mussolini voleva “fascistizzare” il paese e a tale scopo saprà sfruttare magistralmente i mezzi di comunicazione di massa. In particolare la radio, che viene ascoltata nelle case, in tutti i posti di ritrovo, persino nelle fabbriche. La colonna sonora è fatta di dichiarazioni, di proclami, di discorsi, di parole d’ordine o di canzonette facili e orecchiabili che colpiscono e accendono la fantasia del popolo. Ma non c’è solo la radio: grande importanza hanno anche i documentari e i cinegiornali dell’Istituto Luce fondato nel 1925.
Inequivocabili e inviolabili sono le direttive alla stampa:”Vanno pubblicate delle fotografie solo per dimostrare che l’Abissinia è un paese arretrato, è un paese di straccioni e di banditi, non si deve quindi parlare né di Stato abissino, né di forma civile dell’organizzazione abissina". E Labanca: “L’ufficio, poi ministero della stampa e propaganda, doveva sovrintendere a tutto in maniera dettagliata e analitica. Certo, tutto questo non poteva non creare un certo consenso alla guerra che il fascismo stava iniziando a combattere. Ma attenzione, fu un consenso di breve durata”. Lo storico Renzo De Felice ha osservato nella sua opera che il consenso degli italiani alla guerra d’Etiopia durò in realtà poche settimane, neppure i sette mesi della guerra.
Ancora guerra
Il 3 ottobre del 1935 100.000 soldati italiani con l’appoggio di aerei, artiglierie e mezzi corazzati e affiancati da un alto numero di truppe coloniali reclutate nelle colonie italiane (Eritrea, Somalia e Libia) sotto il comando del generale De Bono iniziano ad avanzare dall’Eritrea senza neppure una dichiarazione formale di guerra. Racconta il legionario Romeo Polidoro che si trova sul confine la notte dell’invasione: “Ci venne a visitare il generale Carlo Del Croà, che era cieco, senza braccia e con una gamba sola, l’altra ce l’aveva di legno, era il grande invalido della guerra 1915-18 e ci disse ‘ragazzi, da questa notte voi varcherete i confini, c’è l’ordine di mantenervi corretti verso questa povera gente’, poi dopo ci fu una scaramuccia verso Adua…”
Intanto dalla Somalia italiana avanza un contingente agli ordini del generale Graziani. Rodolfo Graziani è nato in provincia di Frosinone nel 1882. Ha buone capacità militari, nutre grandi ambizioni e all’indomani della marcia su Roma si schiera decisamente con il fascismo mettendosi sotto la protezione politica di De Bono e dello stesso Mussolini. Tanto in Libia quanto in Africa orientale si macchierà di numerosi crimini di guerra. Intanto, al fronte, i mezzi moderni dell’armata italiana hanno gioco molto rapidamente dell’armata abissina: gli abissini, come abbiamo detto, erano armati in modo primitivo, per lo più con scimitarre, lance e scudi e riescono a opporre solo una scarsa resistenza all’occupante. Le truppe italiane, che arrivano dall’Eritrea, passando per Adigrat, occupano Adua. In Italia l’impresa suscita una reazione entusiasta. L’onta del 1896 è finalmente lavata.
Dopo pochi giorni l’esercito italiano occupa la città sacra di Axum, la città dei cento obelischi, la capitale religiosa dell’Etiopia. Contro l’Italia vengono decise sanzioni che però tarderanno ad arrivare e non verranno applicate con rigore. Dalle sanzioni vengono escluse materie di fondamentale importanza come il petrolio. I convogli marittimi italiani, inoltre, attraversano tranquillamente il Canale di Suez senza che venga preso alcun provvedimento. In realtà, la Gran Bretagna e la Francia si limitano a condannare in modo superficiale l’impresa e lasciano di fatto a Mussolini mano libera in Etiopia. Il loro timore è che una condanna troppo forte e decisa possa spingere Mussolini nelle braccia di Hitler. Spiega ancora Labanca: “La Società delle Nazioni non poteva non comminare sanzioni punitive nei confronti dell’Italia, dell’Italia fascista che aveva aggredito un altro componente della Società delle Nazioni, l’Etiopia. Gli italiani conoscevano quello che la stampa del regime diceva loro. Quindi, molti si avvicinarono al regime contro le sanzioni. Stupisce, ma va riscontrato, che persino alti intellettuali che avrebbero invece potuto e dovuto conoscere la situazione internazionale abbiano colto questa occasione per avvicinarsi in gran fretta al regime e per sostenere questa aggressione all’Etiopia”.
In Italia
Le spose italiane sono chiamate a contribuire alla guerra con la propria fede nuziale. In cambio, ne riceveranno una di ferro. Sarà addirittura la stessa regina che donerà la propria fede d’oro. Il regime lo definirà “il rito della fede”. Alla raccolta dell’oro parteciperanno anche diversi prelati che regaleranno le loro croci pastorali. Persino grandi personalità della cultura, come Benedetto Croce e Luigi Albertini doneranno la loro medaglia di Senatori del Regno; anche scrittori come Luigi Pirandello parteciperanno a questa raccolta: Pirandello si priverà addirittura della medaglia ricevuta per il Premio Nobel. La raccolta dell’oro si rivelerà cospicua, ammonterà a circa mezzo miliardo di lire dell’epoca.
Al fronte
Al fronte, intanto, la situazione non è così rosea come affermato dalla propaganda di regime. Le ingenti forze messe in campo che nei piani di Mussolini dovevano essere destinate a garantire una vittoria rapida e sicura rappresentano un problema sul piano logistico. L’Eritrea possiede un solo porto, quello di Massaua, troppo piccolo per una flotta di centinaia di piroscafi. Le strutture si rivelano inadeguate, mancano banchine, piazzali, gru per raccogliere uomini, mezzi, animali e vettovaglie. Vi è carenza di personale specializzato. Oltre 60 navi restano alla rada per settimane con tutto il loro carico. Nel mese di ottobre del 1935 attraccano tuttavia 120 navi da cui sbarcano 60.500 uomini, 11.500 voli, 1.300 automezzi e circa 150.000 tonnellate di materiali.
Dopo i primi successi, a novembre, il generale De Bono è costretto a fermarsi. Le strade sono impraticabili e questo provoca guasti ai camion e ai blindati. Il carburante scarseggia. Dalle retrovie tardano ad arrivare rifornimenti e pezzi di ricambio. Mussolini inizia a dare segnali di impazienza: nessun contrattempo è tollerabile, men che meno ritardi sulla tabella di marcia. Ne va dell’immagine del regime, che deve essere sempre e comunque vincente. A farne le spese sarà De Bono. Mussolini, che ha voluto il quadrunviro a capo della spedizione allo scopo di sottolineare ed enfatizzare il carattere fascista dell’impresa, non esita a sostituirlo. Sarà il generale Badoglio ad assumere il comando il 17 novembre: considerato uno degli eroi di Vittorio Veneto, Badoglio è soldato di ben altra caratura rispetto a De Bono. Piemontese, figlio di famiglia contadina, Badoglio è di carattere schivo e austero e concede il minimo indispensabile alle esigenze della propaganda di regime. E infatti, nonostante le pressioni del duce, Badoglio prende tempo e chiede ulteriori rinforzi prima di continuare l’avanzata. Per Badoglio a contare è solo la vittoria finale; si preoccupa, quindi, di rinsaldare le posizioni conquistate e di risolvere i problemi logistici.
Nel frattempo i ras abissini, alla testa di 140.000 uomini, lanciano una pesante controffensiva; per un momento si teme addirittura che le truppe etiopiche possano aggirare i reparti avanzati italiani. La reazione di Badoglio è immediata e durissima. Getta in battaglia tutti mezzi di cui dispone e 120 aerei bombarderanno per giorni e senza tregua le prime linee e le retrovie. Racconta un soldato abissino: “Vedemmo nel cielo quelli che ci parvero degli enormi uccelli, uccelli che ci parvero fare un gran rumore. Non avevamo mai visto e mai sentito nominare gli aerei. Man mano che si avvicinavano, si abbassavano e facevano un frastuono sempre maggiore. Poi cominciarono a buttare delle cose che sembravano delle palle bianche”. Gli abissini capiranno che sono terribili macchine di morte quando a migliaia moriranno sotto i bombardamenti. Badoglio se ne serve anche per spargere gas asfissianti e vescicanti.. Racconta ancora Labanca: “Dopo la Prima guerra mondiale le maggiori potenze europee si erano accordate con una convenzione internazionale per abolire il ricorso ai gas, agli aggressivi chimici. La stessa Italia fascista aveva firmato questa convenzione. Il fatto che l’abbia utilizzato, il gas, contro l’Etiopia, nel ‘ 35-36 non può quindi non stupire e colpire la coscienza degli italiani di oggi. Il gas non era probabilmente necessario per vincere la guerra di Etiopia ma fu utilizzato lo stesso dietro ordine del duce dai comandanti del Fronte Nord-Badoglio- e del Fronte Sud, Graziani perché il regime doveva vincere a tutti i costi, vincere senza incertezze”.
Ma di questa guerra sanguinosa, di questi atroci massacri nulla trapela in Italia. La censura di regime vigila attentamente: qualsiasi azione delle truppe italiane che non sappia di eroismo e di sprezzo del pericolo viene accuratamente nascosta, tanto più se può essere attribuita alle camicie nere. E per marcare, se possibile, ancora di più il carattere fascista dell’impresa il duce vuole che alla guerra d?Etiopia partecipi anche il segretario del partito, Achille Storace.” Alla guida di una colonna motorizzata composta da volontari della Milizia, il 1° aprile del 1936 Storace attraversa un territorio inospitale e di difficile praticabilità e prende l’antica città di Gondar; Gondar non è una città di grande rilievo strategico ma in Italia la notizia viene accolta con enorme entusiasmo. Tuttavia, è a partire dal marzo del 1936 che riprende l’avanzata italiana verso Addis Abeba. Le richieste di rinforzi avanzate da Badoglio sono state tutte soddisfatte.. Il generale può quindi contare su un esercito di 400.000 uomini circa. E’ sull’altopiano dell’Amba Aradan, a circa 800 chilometri da Addis Abeba, che ha luogo uno dei più violenti scontri con le forze abissine. Un ruolo- chiave nella battagli dell’Amba Aradan è giocato dagli alpini della divisione Punteria.
La conquista
Da parte abissina, agli ordini di Hailé Selassié, 35.000 abissini attaccano l’avanguardia italiana composta da 40.000 uomini tra ascari e alpini. E’ un attacco frontale ma le truppe etiopiche sono presto prese fra due fuochi, dal cielo dai bombardamenti, e da terra dal fuoco dell’artiglieria; gli abissini sono quindi costretti a una precipitosa ritirata. Ed arriva il momento tanto atteso: il maresciallo Badoglio “alla testa delle truppe vittoriose” entra in Addis Abeba. Il 7 maggio l’Italia annette ufficialmente il paese e il 9, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annuncia la fine della guerra e insieme la rinascita dell’impero. E’ nata L’Africa orientale italiana composta da Eritrea, Abissinia e Somalia italiana. Con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero, il regime fascista sembra raggiungere l’apice della popolarità. Ma il duce si accorge ben presto che conquistare la capitale dell’Etiopia non vuol dire affatto aver soggiogato l’intero paese.
In quella fase la miopia del regime è totale: Mussolini rifiuta di delegare qualunque tipo di potere ai ras che si sono schierati con l’Italia. E saranno proprio i ras di quelle armate sconfitte a organizzare un movimento di resistenza a cui prenderanno parte in tanti. Continua Panckhurst, “Dopo l’occupazione italiana di Addis Abeba, Badoglio pensava di conferire ruoli di potere ai ras filo-italiani e di creare una forma di governo simile a quella in vigore nelle colonie britanniche. Ma nessuno, e tanto meno Mussolini, condivideva i propositi di Badoglio Ai ras viene quindi conferita solo qualche onorificenza ma viene loro negato qualsivoglia potere reale; è un errore che si rivelerà fatale al momento dell’invasione inglese. La negazione di potere aveva spento nei ras ogni senso di lealtà verso il regime”.
Un’altra data storica, intanto, segna la campagna d’Etiopia: è il 19 febbraio del 1937. Graziani, subentrato a Badoglio, è oggetto di un attentato da parte di alcuni indipendentisti: sono 7 gli alti ufficiali morti mentre Graziani rimane gravemente ferito. La rappresaglia si rivelerà spietata: migliaia di etiopi, tra cui almeno 300 intellettuali, vengono brutalmente trucidati Centinaia le case incendiate, numerose le attività commerciali distrutte. Non verranno risparmiati neppure i luoghi di culto. Gli italiani aspetteranno però fino a maggio sapendo che il 17 di quel mese si sarebbero svolte importanti festività a Debra Libanos; all’alba del 17 circondano Debra Libanos e fanno uscire le donne e i pellegrini, prendono tutti i monaci e i diaconi e li portano su un colle vicino che si chiama Shinkursti. Lì scavano una fossa comune e li fucilano tutti. Spiega Pankhurst: “I cristiani etiopici avevano sempre avuto grandissima venerazione per il loro clero; qualunque oltraggio nei suoi confronti sarebbe stato visto come qualcosa di terribile. Il massacro dei monaci a Debra Libanos pertanto, e l’uccisione di preti e di altri membri della Chiesa ortodossa creò enorme emozione fra gli etiopi proprio perché episodi del genere non si erano mai verificati nella storia dell’Etiopia. Persino i collaborazionisti e i capi che si erano sottomessi all’occupante rimasero scossi da questa azione”. La furia di Graziani non conosce limiti e si scatena persino contro stregoni, indovini e cantastorie che vengono trucidati a centinaia. Tuttavia il pugno di ferro di Graziani non sarà sufficiente a sottomettere del tutto l’Etiopia. Negli anni successivi alla proclamazione dell’impero, le truppe italiane dovranno fronteggiare la guerriglia, i cui episodi saranno numerosi e violenti. Alla fine del 1937 la situazione appare a tal punto intollerabile da convincere Mussolini a silurare Graziani e a sostituirlo con un esponente di casa Savoia, Amedeo D’Aosta. E’ un modo, per il duce, di conferire alla guerra d’Etiopia un carattere non solo fascista ma anche nazionale.
I progetti di Mussolini
In realtà il regime, dal 1937, inizia a bonificare terre, a costruire strade e infrastrutture e a progettare un nuovo piano regolatore che renda Addis Abeba la città modello dell’impero. Vengono persino prese alcune iniziative in campo sanitario, in quello dell’ assistenza alla popolazione locale. In realtà, però, molte di queste iniziative non si realizzeranno mai. Spiega Labanca: “La ricerca di un posto al sole, di un luogo dove far emigrare gli italiani per non farli più sentire bistrattati nei luoghi di emigrazione, in America Latina, in America Centrale, in Europa, era un altro tema della propaganda. Ed effettivamente il fascismo spera di poter portare milioni di coloni italiani in Etiopia. Ma tutte queste rimasero parole perché in realtà mai più di alcune decine di migliaia di italiani si mossero verso l’Etiopia, non ci fu il tempo di sfruttare le risorse del sottosuolo etiopico. L’Italia fascista spese forse 16 miliardi del tempo per la guerra di Etiopia, una cifra immensa che creò un baratro nelle risorse finanziarie italiane”.
L’epilogo
I venti di guerra che soffiano in Italia fanno passare in secondo piano l’impresa coloniale italiana. Per stare al passo con Hitler Mussolini trascina l’Italia in un conflitto insensato che porterà non solo alla fine dell’impero ma a quella, sanguinosa, dello stesso regime. La Gran Bretagna entra in guerra e la situazione nel Corno d’Africa cambia radicalmente: il blocco navale di parte inglese impedisce all’Italia gli approvvigionamenti delle sue truppe. L’Africa orientale viene gradualmente abbandonata dalle forze armate che a malapena riusciranno a inviare i mezzi necessari per continuare la repressione della guerriglia etiopica appoggiata in forze dalla Gran Bretagna. Gli inglesi lanciano un’offensiva su larga scala partendo a sud dal Kenya e a nord dal Sudan e travolgendo in tal modo le truppe italiane.
Allo scopo di effettuare azioni di guerriglia contro gli inglesi vengono reclutate truppe indigene dal Regio Esercito. L’ultima grande battaglia nell’Africa orientale italiana si svolge nei pressi della città eritrea di Keren dove 7 battaglioni italiani e 21 di ascari resistono all’offensiva inglese per quasi due mesi. Vengono alla fine sopraffatti dalla moderna artiglieria e dall’aviazione britannica che ormai domina completamente i cieli. La Somalia italiana sarà conquistata il 25 febbraio del 1941 e l’Etiopia il 6 aprile. Due giorni dopo, sarà la volta dell’Eritrea. Il viceré Amedeo D’Aosta organizza un gruppo di resistenza sull’Amba Alagi dove si arrende con l’onore delle armi il 19 maggio. Per il sogno imperiale del regime è scoccata l’ora finale.
Saranno gli eventi della Seconda guerra mondiale a sancire dolorosamente la fine dell’avventura etiopica.