Genova, 18 aprile 1974: il sostituto procuratore Mario Sossi, titolare di diverse inchieste sulle ali eversive della sinistra extraparlamentare e Pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre, viene rapito da un'organizzazione terroristica, fino ad allora poco conosciuta, che si firma col nome di “Brigate Rosse”.
Per le BR, attive soprattutto nell'ambiente sindacale con numerose infiltrazioni tra gli operai delle fabbriche del Nord, si tratta del primo attacco al cuore dello Stato, un colpo diretto contro i rappresentanti delle istituzioni, che inaugura una tristemente lunga serie di attentati e che può essere considerato come un'anticipazione del rapimento di Aldo Moro.
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Durante i 35 interminabili giorni del sequestro, le trattative per la liberazione di Sossi si trasformano in una rischiosa partita al rialzo tra i terroristi, lo Stato, gli amici e i familiari del giudice, dove la posta in gioco è la vita dell'ostaggio.
"Dottor Manette" bersaglio dell'ultrasinistra
Nel 1974, alla vigilia della storica consultazione referendaria sul divorzio, durante un'infuocata campagna che non risparmia accese polemiche, le Brigate Rosse scelgono la data del 18 aprile, in coincidenza con l'insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria e nell'anniversario delle elezioni politiche del 1948, per dare inizio alla cosiddetta “operazione Girasole”.
Il loro bersaglio è Mario Sossi (Imperia, 1932), sostituto procuratore a Genova, che considerano un “persecutore fanatico della classe operaia”: il giudice ha condotto le indagini e sostenuto la pubblica accusa nel processo al Gruppo XXII Ottobre (formazione dell'ultrasinistra genovese legata ai GAP di Feltrinelli, responsabile del sequestro Gadolla e dell'omicidio del fattorino Alessandro Floris) esprimendo soddisfazione per le pesanti condanne comminate; inoltre ha deciso l'arresto di Vittorio Togliatti (nipote di Palmiro), di Giovanbattista Lazagna e di numerosi ex partigiani nell'ambito di un'inchiesta sulle emergenti BR, ha investigato sull'organizzazione “Soccorso Rosso” (in aperto scontro con Dario Fo, che ne è membro), attirandosi così le violente antipatie della sinistra radicale.
La figura di Sossi è al centro della polemica nel dibattito pubblico, tanto da divenire il bersaglio di critiche veementi dalle colonne de “L'Unità” e addirittura in Francia si forma, sostenuto dal quotidiano “Libération”, un “Comitato per i compagni del XXII Ottobre” (al quale aderiscono anche Jean-Paul Sartre e il regista Jean-Luc Godard) che deplora l'operato della magistratura italiana.
Mario Sossi viene identificato come principale artefice degli esiti di un processo condotto in modo eccezionalmente severo, ma pur sempre collegiale, e diviene per la sinistra extraparlamentare il simbolo dell'apparato repressivo dello Stato “neogollista e fascista”. Si scatena, contro la scrupolosità e la fermezza del giudice, un'intensa campagna di aggressione condotta a colpi di slogan, scritte sui muri e lettere minatorie, ma è difficile ipotizzare che qualcuno possa passare all'azione concreta.
Le BR attaccano lo Stato
Le Brigate Rosse, non ancora percepite come una seria minaccia, si dedicano solitamente ad azioni dimostrative, gesti eclatanti: dal momento della comparsa, dopo la prima riunione di Pecorile (RE) nell'agosto del 1970 che segna il punto di svolta alla lotta armata clandestina, per il successivo quadriennio agiscono secondo una strategia prettamente propagandistica, nel tentativo di guadagnarsi pubblica visibilità senza spargimenti di sangue.
Le grandi fabbriche dei centri industriali del Settentrione, dove i primi nuclei brigatisti operano mimetizzati nelle organizzazioni sindacali, sono lo scenario di intimidazioni, attentati incendiari (il primo, 17 settembre 1970) e sequestri-lampo contro le dirigenze aziendali:
il 3 marzo 1972 viene rapito Idalgo Macchiarini, direttore dello stabilimento milanese della SIT-Siemens, il 28 giugno 1973 l'obiettivo è l'ingegnere dell'Alfa Romeo Michele Mincuzzi, ed il 10 dicembre 1973 è la volta di Ettore Amerio, capo del personale alla FIAT, ma sono tutti rilasciati in poche ore. Lo slogan che riassume la tattica brigatista è in effetti: “Mordi e fuggi. Colpiscine uno per educarne cento”.
Inoltre, ancora manca l'evidenza di una cellula brigatista a Genova, sebbene la diffusione delle “colonne”, secondo un inquadramento che ricalca l'impronta organizzativa dei gruppi partigiani della Resistenza e della guerriglia Tupamaros in Uruguay, non sia più limitata alla sola Milano ma si estenda ormai anche a Torino e nelle zone industriali del Veneto.
Soltanto a partire dal 1975 può essere accertata la nascita di un vero e proprio presidio brigatista genovese, che si dimostrerà presto uno dei più attivi andando a completare la copertura ai poli del “triangolo industriale”, ma il capoluogo ligure, attraversato da una profonda crisi sociale, è stato con il XXII Ottobre il primo banco di prova della lotta armata di sinistra in Italia e le Brigate Rosse si propongono di portare avanti il delirante esperimento.
Il sequestro di Mario Sossi è dunque concepito e gestito dal “nucleo storico” delle Brigate Rosse (Franceschini, Curcio, Cagol e in seconda istanza Moretti) come un “salto di qualità”, un'aperta contrapposizione ai primi segnali di compromesso dal PCI di Berlinguer, un punto di svolta che segna la fine della prima fase di “propaganda armata” e porta l'attacco dalle fabbriche e dalle Università fino al cuore dello Stato.
Ne è dimostrazione l'inedito spiegamento di mezzi che caratterizza l'attuazione del rapimento, in via Forte dei Giuliani dove il magistrato risiede e torna ogni sera, anche se il piano rischia di fallire a causa di un paradossale scontro a fuoco, scoppiato per errore tra le vetture degli stessi brigatisti:
soltanto per un caso fortuito non vi sono vittime nella sparatoria, sebbene Sossi riporti delle lesioni nel conseguente tamponamento e Mara Cagol si salvi dai proiettili grazie alla valigia del giudice.
Il processo al giudice
Tenuto prigioniero nei pressi di Tortona in uno dei covi che i terroristi hanno orgogliosamente battezzato “prigione del popolo”, il giudice Sossi viene sottoposto ad un processo sommario, nel quale le BR in veste di “tribunale rivoluzionario” contestano il suo ruolo di servitore dello Stato e in particolare il suo fondamentale contributo nel processo al Gruppo XXII Ottobre.
Nel primo comunicato del 19 aprile, fatto ritrovare con una telefonata all'ANSA di Genova, la rivendicazione delle BR dipinge Sossi come una "pedina fondamentale nello scacchiere della controrivoluzione"; nel secondo comunicato, consegnato al Corriere Mercantile il 23 aprile, la sfida allo Stato si traduce nella richiesta, enunciata attraverso una lettera autografa dello stesso giudice Sossi, di interrompere le ricerche “inutili e dannose”.
Con il terzo (venerdi 26 aprile) e il quarto comunicato, i brigatisti pongono come condizione per il rilascio dell'ostaggio la scarcerazione degli otto condannati, tra i quali quattro ergastolani, del Gruppo XXII Ottobre: tra le due formazioni, escluso un rapporto di diretta filiazione, si realizza quindi un passaggio di consegne o quantomeno si concretizza l'adesione ideologica ad un percorso politico condiviso. La sfacciata scommessa lanciata allo Stato assume ora però chiaramente la forma di un ricatto che minaccia la vita del sequestrato.
La strategia intransigente pianificata dai brigatisti rischia di giungere alle sue estreme conseguenze davanti all'inflessibile risposta delle istituzioni, che respingono ogni possibilità di trattativa, ma inizia ad essere ridefinita quando il giudice Sossi, diversamente da quanto previsto, si mostra disposto a collaborare con lo scopo di predisporre il sentiero per la propria salvezza.
E' lo stesso magistrato a consigliare i suoi carcerieri nella formulazione delle successive richieste, consapevole che una radicalizzazione del conflitto con il potere centrale può compromettere ogni via d'uscita; forte della propria competenza in materia legale, tenta di indirizzare gli sviluppi del sequestro verso una scappatoia: Sossi suggerisce di ricondurre, tramite i comunicati, la responsabilità sui detenuti del XXII Ottobre alla magistratura genovese, appellandosi all'autonomia del potere giudiziario e occulta, nelle missive allegate, indicazioni criptiche dirette ai colleghi della Procura.
L'eventualità di rivedere e ammorbidire la linea del “muro contro muro” inizialmente decisa genera un conflitto all'interno della direzione strategica delle BR (tra i “falchi”, Curcio e Moretti, e le “colombe”, Franceschini e Cagol), ma si risolve nel quinto comunicato del 9 maggio, inviato allo scopo di richiamare la giurisdizione sul caso alla Corte d'Assise e d'Appello di Genova.
La vita del giudice, nonostante questo segnale incoraggiante, non è però ancora fuori pericolo: in reazione alla cortina di silenzio, scesa per volere delle autorità sulla vicenda mentre le uniche dichiarazioni del Presidente della Repubblica Leone ribadiscono l'impossibilità di un negoziato, le Brigate Rosse inviano il 18 maggio un minaccioso ultimatum.
Lo stesso Alberto Franceschini, mostratosi in precedenza più elastico rispetto ai suoi compagni e propenso ad una risoluzione incruenta, si propone come volontario per l'eventuale esecuzione dell'ostaggio a dispetto di quella confidenza che si vanta di aver con lui instaurato.
Il 23 maggio, tre giorni dopo la decisione della Corte d'Appello di accogliere l'istanza di scarcerazione per il Gruppo XXII Ottobre, ma senza attenderne la concreta attuazione, i brigatisti rilasciano Sossi forse consapevoli di non poter ottenere un migliore risultato, appagati dalla raggiunta visibilità politico-mediatica e probabilmente avvertendo il pericolo di un'imminente cattura. Quattro anni più tardi, una simile clemenza non sarà invece riservata ad Aldo Moro.
La battaglia dei familiari
Nella partita politica dove si affrontano Stato e BR, si inserisce però anche un elemento imprevisto per il quale l'unica priorità è la vita dell'ostaggio: la famiglia del giudice Sossi si afferma infatti come un protagonista di primo piano nella vicenda del sequestro.
La battaglia mediatica che si scatena sulla sorte del giudice non ha precedenti, sia perché le BR fanno del pubblico risalto una caratteristica peculiare, che le distingue dalle precedenti aggregazioni terroristiche, sia perché le autorità statali contrattaccano con l'imposizione del silenzio stampa nel tentativo di arginare la risonanza dello scontro, e da una difficile posizione i familiari di Sossi si impegnano in una lotta contro il tempo con le stesse armi dell'informazione.
Maria Grazia Sossi, moglie del magistrato, si trattiene dall'esternare tutte le sue angosce per proteggere le due figlie ma viene sostenuta per tutta la durata del rapimento dai più intimi conoscenti del marito, che organizzano una dettagliata ed efficace campagna di comunicazione: nasce così il “partito degli amici di Sossi”.
L'avvocato di famiglia Francesco Marcellini ed il giornalista Luciano Garibaldi sono i principali catalizzatori della mobilitazione, concentrano i loro sforzi sulla stampa fino a far diventare il sequestro una questione di importanza nazionale: nel silenzio imposto alla RAI, ottengono per Maria Grazia Sossi l'attenzione di Enzo Tortora alla TV Svizzera Italiana e l'astuto accorgimento giornalistico, che lega alla difesa della famiglia gli appelli verso Papa Paolo VI e il segretario della DC Amintore Fanfani proprio alla vigilia del referendum sul divorzio, determina persino una spaccatura all'interno della Democrazia Cristiana.
Inoltre, in risposta all'ultimatum del 18 maggio e davanti all'immobilità del Governo, del Parlamento e della Magistratura, mentre gli stessi avvocati del Gruppo XXII Ottobre tardano a sollecitarne la liberazione, è proprio l'avvocato Marcellini a prendere l'iniziativa presentando l'istanza di scarcerazione che salva Sossi dall'esecuzione nella prigione brigatista.
Lo Stato di fronte al ricatto
Il piano delle Brigate Rosse si conclude senza essere pienamente assecondato, poiché di fatto le istituzioni non cedono alla richiesta di rilascio per i detenuti del XXII Ottobre, ma mette in luce contrasti e contraddizioni tra i funzionari e tra gli stessi apparati dello Stato, che con estrema difficoltà tentano di reagire alle richieste dei terroristi secondo un indirizzo unitario.
Per tutta la durata del sequestro si confrontano le posizioni dei più intransigenti, che sostengono la necessità di dimostrare la solidità e l'inflessibilità dello Stato di fronte al ricatto, e le opinioni di chi vede la trattativa come l'unico, inevitabile binario da seguire per salvaguardare la vita dell'ostaggio; le divergenze nel metodo e nell'impostazione di fondo evidenziano, in particolare, una frattura tra il potere della politica e quello della magistratura.
A complicare la questione, si aggiungono il fatto che la figura di Sossi, alpino nel 1953-54 e magistrato dal 1957, rappresenti un simbolo per l'onore dello Stato e soprattutto il problema della natura ancora incerta delle BR.
All'indomani del rapimento, infatti, il prefetto capo della Polizia Egidio Zanda Loy ammette una pressoché completa mancanza di documenti e informazioni sull'organizzazione terroristica responsabile della rivendicazione, e il 25 aprile a Genova, dopo il secondo comunicato brigatista, il ministro dell'Interno Taviani attribuisce il sequestro a nuclei eversivi di matrice fascista, sottovalutando il fenomeno delle bande armate di estrema sinistra e ostacolandone in tal modo l'immediata comprensione.
Anche per questo le indagini, interrotte in acquiescenza al secondo comunicato ma riprese in breve tempo, anziché essere concentrate sugli ambienti della militanza comunista extraparlamentare sono intraprese come delle battute a tappeto, che vedono un eccezionale dispiego di uomini e mezzi ma che d'altra parte rischierebbero di coinvolgere, in un eventuale conflitto a fuoco, anche il magistrato sequestrato.
Un tale atteggiamento di rigore, comunque, manifestandosi come un atto di forza desta preoccupazione tra i brigatisti: il blitz effettuato il 10 maggio dagli uomini del generale Dalla Chiesa per sedare una rivolta nel carcere di Alessandria, non lontano dal luogo dove Sossi è imprigionato, si conclude con un bilancio di sette vittime e, interpretato come il preparativo per una prossima irruzione, induce le BR a rilanciare la posta in gioco.
In risposta ai comunicati che giungono dalla “prigione del popolo” e alle lettere dell'ostaggio che, forse sotto coercizione, si appella alle responsabilità delle istituzioni, il ministro Taviani decreta il silenzio stampa e oppone un reiterato rifiuto per ogni spazio di trattativa, confermato (6 e 15 maggio) anche dal Presidente Leone: la spietata partita che vede confrontarsi Stato e terroristi, sviluppandosi come uno scontro senza apparenti vie d'uscita, giunge inesorabilmente ad un punto di estrema tensione.
Mentre le autorità, ma anche i cittadini, continuano ad interrogarsi sull'autenticità delle missive spesso compromettenti che Sossi firma di proprio pugno, l'ultimatum brigatista del 18 maggio tenta di rompere il silenzio stampa con l'ennesimo, terribile ricatto: “se entro 48 ore [...] non saranno liberati gli 8 compagni del 22 Ottobre [...], Mario Sossi verrà giustiziato”.
Il dilemma non sembra scuotere l'atteggiamento irremovibile dell'esecutivo, ma la solidarietà per Sossi raccolta nell'ambiente giudiziario, soprattutto tra i colleghi di Genova, determina caute aperture che si riveleranno determinanti per la felice conclusione della vicenda.
Cogliendo le velate indicazioni del collega prigioniero, la magistratura genovese preme per provvedere autonomamente alla scarcerazione dei detenuti del XXII Ottobre, ma in un simile quadro di incertezza la posizione dell'integerrimo Procuratore Francesco Coco appare combattuta, divisa tra il rapporto personale di amicizia che lo lega a Sossi ed il difficile ruolo di servitore dello Stato.
Quando, il 20 maggio, la Corte d'Assise e d'Appello dispone il rilascio dei carcerati come imposto dalle BR, il Procuratore Coco presenta un ricorso che blocca la procedura e nega ai brigatisti la riuscita del loro cinico ricatto.
La decisione della Corte d'Appello è subordinata, per garanzia, all'incolumità dell'ostaggio e a liberazione finalmente avvenuta il ricorso del Procuratore viene accolto, formalmente a causa di alcune contusioni: il giudice Sossi è salvo, ma il suo superiore Francesco Coco diviene bersaglio della ritorsione brigatista. Verrà ucciso a Genova, l'8 giugno 1976, assieme ai due agenti della sua scorta.
L'incubo del terrorismo, con il rilascio di Sossi il 23 maggio 1974, è purtroppo destinato a crescere d'intensità: i nuclei speciali antiterrorismo, creati appena il giorno precedente dal generale Dalla Chiesa, affronteranno gli attentati brigatisti per molti anni ancora, mentre l'eversione nera ricomincia immediatamente a colpire, con la bomba in Piazza della Loggia del 28 maggio 1974.