Oriana Fallaci è stata una voce appassionata e coraggiosa; inviata in prima linea sui fronti di guerra, intraprendente e aggressiva, ha discusso con le più alte personalità della politica internazionale e ha cambiato il modo di fare giornalismo in Italia; con i suoi 13 libri ha venduto più di venti milioni di copie in tutto il mondo.
Gli esordi
Oriana Fallaci nasce a Firenze il 29 giugno 1929, prima di tre sorelle. Il padre Edoardo, liberale antifascista la coinvolge, a soli dieci anni, nella Resistenza. La giovanissima Oriana si unisce al movimento clandestino “Giustizia e Libertà”, vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei tedeschi il padre viene catturato e torturato dai nazisti, e in seguito rilasciato. Per il suo attivismo durante la guerra Oriana riceve, a soli 14 anni, un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.Esordisce non ancora diciassettenne come cronista di un quotidiano fiorentino, esortata dallo zio Bruno Fallaci, direttore di settimanali. Collabora con vari quotidiani locali poi, nel 1951, inizia a collaborare con "L'Europeo". Il settimanale, fondato da Arrigo Benedetti nel 1945, è uno dei luoghi più vivaci della cultura italiana; Moravia, Flaiano, Montanelli, Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Oreste Del Buono, sono solo alcune tra le moltissime firme che si possono trovare sulle sue pagine. La Fallaci, in un primo tempo, si occupa di attualità e costume; a questa fase appartengono i suoi primi libri: I sette peccati di Hollywood (1957), Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna (1961), il romanzo Penelope alla guerra (1962) e Gli antipatici (1963).
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Così la Fallaci racconta la sua decisione di diventare scrittrice: "La prima volta che sedetti alla macchina da scrivere, mi innamorai delle parole che emergevano come gocce, una alla volta, e rimanevano sul foglio… ogni goccia diventava qualcosa che se detta sarebbe scivolata via, ma sulle pagine quelle parole diventavano tangibili".
Sempre sulla notizia
Oriana Fallaci si occupa anche, sempre per "L'Europeo" e poi per "Il Corriere della sera", dei conflitti indo-pakistani e mediorientali e delle insurrezioni in America Latina. Nell’ottobre del 1968, a Città del Messico, viene ferita durante una manifestazione. La città è alla vigilia della XIX edizione dei Giochi Olimpici. Il 2 ottobre la polizia attacca una manifestazione studentesca provocando centinaia di morti; tra i feriti c’è anche la Fallaci che, inizialmente creduta morta, viene traspostata all’obitorio. Solo a quel punto un prete si accorge che è ancora viva. La Fallaci definisce la strage come “un massacro peggiore di quelli che ho visto in guerra”.
In un passaggio del libro Niente e così sia (1969), parlando delle rivolte studentesche italiane, irride “i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta”. Una posizione simile a quella dell’amico Pier Paolo Pasolini, di cui la Fallaci e il suo compagno Alekos Panagulis erano amici. (Anni dopo la Fallaci, convinta del movente politico dell’omicidio del poeta, deporrà al processo a Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini, e promuoverà, con la collaborazione di altri giornalisti, la “controinchiesta” sul delitto del poeta condotta dal settimanale “L'Europeo”.)
Oriana Fallaci segue da vicino lo sbarco sulla luna; parte per gli USA per incontrare e intervistare astronauti e tecnici della NASA. Nel 1969 il comandante dell'Apollo 12, Pete Conrad, alla vigilia del lancio, si reca a New York per incontrare Oriana Fallaci e chiederle un consiglio sulla frase da usare al momento di mettere piede sulla luna. Poiché Neil Armstrong aveva detto: “Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità”, la scrittrice gli consiglia, vista la bassa statura di Conrad, la frase: “Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo”. Il comandante, che portò con sé una foto di Oriana bambina, disse proprio questa frase una volta giunto sulla luna.
Un posto centrale nella sua biografia lo occupa l’esperienza del Vietnam. Oriana Fallaci ritorna nel paese dell'Indocina 12 volte in 7 anni raccontando la guerra, documentando menzogne e atrocità ma anche tutta l'umanità di un conflitto che definisce “una sanguinosa follia”. Le esperienze di un anno di guerra vissuta in prima persona vengono raccolte nel libro Niente e così sia, pubblicato nel 1969.
Le sue celebri interviste
E' questo anche il periodo delle sue celebri interviste con capi di Stato e i leader politici, da qualcuno giudicate a tratti insolenti, da altri fin troppo addomesticate, ma che restano comunque un modello nel genere più difficile del giornalismo: particolarmente noti e riusciti i suoi "faccia a faccia", raccolti nel libro Intervista con la Storia (1974), con Henry Kissinger, Nguyen Van Giap, Golda Meir, Gheddafi, Deng Xiao Ping e Khomeini e molti altri illustri personaggi dell’epoca. Le cronache raccontano che durante l'intervista all'Ayatollah iraniano, la Fallaci lo apostrofò deliberatamente come "tiranno" e senza timore si tolse il chador che era stata costretta a indossare per essere ammessa alla presenza del leader iraniano. Celebre rimane anche l’incontro con il Segretario di Stato americano, Henry Kissinger.
Oltre alle domande impertinenti, lo stile della Fallaci si caratterizza per la descrizione di dettagli singolari. Ad esempio ha scritto così di Yasser Arafat:
"I suoi folti baffi, com'è d'uopo tra gli arabi, e la sua bassa statura che, insieme alle mani minute e ai piedi piccoli, alle braccia grosse, al tronco massiccio, ai fianchi larghi, al ventre gonfio, lo fanno sembrare alquanto strano (...) egli quasi non ha né guance né fronte ed ogni cosa si riassume in una bocca grande dalle labbra rosse e carnose, un naso aggressivo, e due occhi che ti ipnotizzano".
Ha inoltre intervistato importanti personaggi estranei alla politica come Federico Fellini, Sean Connery, Sammy Davis Jr., Arthur Miller e Orson Welles.
"Non mi sento e non mi sentirò mai come un freddo registratore di ciò che vedo e sento. Su ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima e partecipo a ciò che sento come se mi riguardasse personalmente e dovessi prendere una posizione" (Dalla prefazione di Interviste con la storia, 1974)
I successi editoriali
Al suo passaggio alla narrativa viene premiata dal pubblico di tutto il mondo. Scritto nel 1975 in seguito alla perdita di un figlio, Lettera ad un bambino mai nato è un libro in cui Oriana Fallaci condensa il travaglio di una donna di fronte ad una maternità inaspettata. E’ un enorme successo editoriale; solo in Italia ne vengono stampate 40 edizioni.
Un altro straordinario successo arriva con il romanzo Un uomo, nel 1979, in cui la scrittrice racconta della sua storia d’amore con Alekos Panagulis, eroe della Resistenza greca durante il regime dei colonnelli, morto nel 1976.
Nel 1990 è la volta di Insciallah, tradotto in 30 paesi, nel quale la scrittrice riporta la sua esperienza di inviata in Libano nel 1983.
11 settembre 2001: la Fallaci rompe il silenzio
Dopo l'uscita di Insciallah Oriana Fallaci si isola andando a vivere a New York, in un villino a due piani nell'Upper East Side di Manhattan. E lì, lontana dalla mondanità newyorkese, conduce per dieci anni una vita isolata, uscendo pochissimo e smettendo di scrivere per la stampa. Il suo decennale silenzio si interrompe l’11 settembre 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle. E’ allora che la scrittrice telefona al direttore del "Il Corriere della Sera", Ferruccio de Bortoli, comunicandogli la sua decisione di rompere il silenzio. L’editoriale della Fallaci esce sul Corriere il 29 settembre 2001, con il titolo “La rabbia e l’orgoglio”, e inizia così:
"Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio".
La scrittrice fiorentina attacca senza mezzi termini i leader islamici, bin Laden ma anche Arafat, e si schiera apertamente in difesa dell’America, simbolo della libertà e garante della sopravvivenza della nostra civiltà, contro la minaccia islamica; il linguaggio è diretto, aggressivo, sprezzante, e per queste sue parole finisce al centro della polemica politica, non solo in Italia.
Invettive e polemiche
Nel 2002 una nuova presa di posizione: si schiera contro la presenza del Social Forum europeo a Firenze e al fine di impedirlo incontra i leader politici e il Ministro dell’Interno Pisanu. Pubblica una lettera aperta sul "Corriere della Sera" nella quale esorta i fiorentini a “listare a lutto la città”. Durante la manifestazione, Franca Rame dal palco la definisce una “terrorista”:
Ma è la sua battaglia contro l’Islam in difesa dell’Occidente a suscitare le polemiche più accese, in Italia e all’estero. L’intervento "La rabbia e l'orgoglio" viene rielaborato in un volume, che porta il medesimo titolo. Il tono è quello di un pamphlet contro le dittature, il terrorismo, l'estremismo e il fanatismo religioso. Il libro, pubblicato dopo 11 anni di silenzio, suscita molte critiche per il suo taglio duro e per certe affermazioni che, inizialmente attribuite allo shock per gli attentati, in seguito sono state confermate dall'autrice e riprese nel successivo La forza della ragione (2004), libro che esce all'indomani della strage alla stazione Atocha di Madrid.
"Sono convinta di essermi ammalata in Kuwait, quando Saddam Hussein diede fuoco ai pozzi. Ho respirato quella nuvola nera"; così la Fallaci, in un'intervista al "New York Times" del febbraio 2003, attribuisce la responsabilità del suo tumore all'ex dittatore iracheno Saddam Hussein.
L’ultimo libro pubblicato è Oriana Fallaci intervista se stessa. L’Apocalisse (2004). La sua ultima invettiva, lo scorso 30 maggio 2006, è stata raccolta dal "New Yorker", uno dei più prestigiosi settimanali americani. L'articolo, lungo dieci pagine, è titolato The Agitator - Oriana Fallaci indirizza la sua furia contro l'Islam: la scrittrice attacca un po' tutti, Romano Prodi e Silvio Berlusconi, liquidati come "due fottuti idioti", gli immigranti messicani, il presidente venezuelano Ugo Chavez, Federico Fellini, e l'olio di oliva fatto in New Jersey. Ma il suo obiettivo principale sono ancora una volta, come negli ultimi cinque anni, gli islamici: che non sopporta in generale, perché "non credo che esista un Islam buono e uno cattivo" e più in particolare perché non vorrebbe vedere mai la moschea che dovrebbe sorgere a Colle Val d'Elsa: "E' vicino casa mia, prendo l'esplosivo e la faccio saltare".
L'ultima provocazione risale al febbraio 2006. Ricevendo la medaglia d'oro dal presidente del Consiglio regionale della Toscana, Riccardo Nencini, nella sede del consolato italiano a New York, Oriana Fallaci annuncia che sta preparando una vignetta su Maometto. Il "Giornale della Toscana" spiega che la scrittrice ha detto di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".
Un carattere forte e difficile
Bernardo Valli rievoca gli anni centrali dell’attività della Fallaci, ricordando così, a pochi giorni dalla morte, su “La Repubblica”, la collega scomparsa:
"Amava saltare da un elicottero all'altro, sguazzare nel fango, sudare anzi friggere sotto un elmetto arroventato o rinchiusa in un autoblindo. Ho visto raramente qualcuno lavorare con tanta passione e trasferire questa passione nei propri scritti e riuscire ad imprimere su ogni frase tante sequenze di immagini significative. Oriana non dimenticava un solo istante che per essere letta da molti si deve stupire e quindi accendere fantasie e ferire suscettibilità, sia pure senza mai perdere di vista i bersagli reali, quelli che contano. Quella era la giovane Fallaci. In Vietnam, in Cambogia, in Libano faticava come un soldataccio".
Valli rievoca aneddoti legati a quella donna dalla “sconfinata vanità”, mettendo in luce il suo carattere forte e non sempre facile:
"I camerieri del piano terra dell'Hotel Imperial, a Nuova Delhi, dove Oriana alloggiava nel Natale '71, mentre scriveva un articolo per l'Europeo, erano terrorizzati da quella cliente che in camicia da notte scriveva a macchina da due giorni, ordinando a ripetizione tazze di tè e di caffè, e scacciando con urla isteriche chi osava disturbarla, nella camera cosparsa di fogli accartocciati".
Un carattere che non si è modificato nel tempo se, molti anni dopo, a New York, la Fallaci si racconta così:
"Inizio a lavorare presto la mattina (otto, otto e mezza) e vado avanti fino alle sei o sette di sera senza interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del solito, il che significa circa cinquanta sigarette al giorno. Dormo male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non vado da nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste, il Natale, il Capodanno. Divento isterica, in altre parole, e infelice e colpevole se non produco molto. A proposito, sono una scrittrice molto lenta. E riscrivo ossessivamente".
Gli ultimi mesi
Dopo aver espresso a lungo opinioni anticlericali, negli ultimi anni Oriana Fallaci dichiara pubblicamente la sua ammirazione verso Benedetto XVI, che la riceve a Castel Gandolfo in udienza privata, nell’agosto del 2005. Un incontro molto significativo per lei, che si è dichiarata pubblicamente atea.
Prima dell'incontro ecco cosa la scrittrice ha detto del nuovo Papa:
"Quando leggo i libri di Ratzinger mi sento meno sola, io che sono un'atea. E se un'atea e un papa pensano le stesse cose, ci deve essere qualcosa di vero. È semplicissimo! Qui ci deve essere qualche verità umana che va al di là della religione".
Oriana Fallaci muore a 77 anni, il 15 settembre 2006 a Firenze, nella casa di cura "Santa Chiara", dopo aver combattuto per anni con quel cancro che lei stessa chiamava "l'Alieno". La cerimonia di tumulazione, in forma privata, si svolge al cimitero evangelico degli Allori, alle porte di Firenze, dove c'è la tomba di famiglia. La scrittrice e giornalista viene sepolta con una copia del "Corriere della Sera", il Fiorino d'oro a suo tempo conferito dal comune di Firenze a Franco Zeffirelli e da lui deposto nella bara dell’amica scrittrice, e tre rose gialle.
Parlando su ciò che sarebbe rimasto del suo lavoro, la Fallaci aveva dichiarato che sperava di "morire un po' meno, quando morirò. Di lasciare dei bambini che non ho (…) di fare pensare la gente un po' di più, fuori dai dogmi che questa società ci ha inculcato per secoli. Di fornire alla gente storie e idee che l'aiutino a capire meglio, a pensare meglio, a conoscere un po' di più".