Beirut. 1982
Dalla fine della seconda Guerra Mondiale l’Italia ha scoperto nuovamente di avere un esercito. Nel 1982 i soldati italiani partono per una missione all'estero a Beirut in Libano. Una prima volta dal 23 agosto al 11 settembre 1982 al comando dal tenente colonnello Bruno Tosetti. La seconda dal 24 settembre per 18 mesi. Torneranno il 6 marzo 1984.
A comandarli, un generale di 50 anni: Franco Angioni che racconta alla Storia siamo noi: “Quando siamo arrivati, era palpabile l’aria della tragedia. Le macerie fumavano. La disperazione della gente, la paura…Forse dai nostri sguardi hanno capito che volevamo aiutarli”.
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La cronaca di quei giorni
6 giugno 1982
L’esercito israeliano invade il Libano.
L’obiettivo principale è la distruzione delle forze militari dell’OLP(Organizzazione per la liberazione della Palestina) di Arafat, che dal confine minacciano il nord dello stato ebraico. I carri armati israeliani raggiungono Beirut. E dopo dieci settimane di combattimenti tutto si riduce ad un cumulo di macerie.
23 agosto 1982
Dopo la firma di un accordo di pace, italiani, francesi ed americani sbarcano a Beirut per permettere l’evacuazione delle forze palestinesi dalla città assediata. Dopo 18 giorni, l’evacuazione è completa. L’esercito di Israele rispetta la tregua ma non si ritira.
11 settembre 1982
La forza multinazionale lascia il Libano. Beirut è oramai nelle mani delle forze militari sciite, cristiano maronite e druse. Ovvero campo libero a Israele. E la guerra civile torna a divampare.
14 settembre 1982
Béchir Gemayel, falangista, presidente della repubblica libanese viene ucciso in un attentato. Nonostante i leader palestinesi negano ogni responsabilità nell’accaduto, Ariel Sharon accusa pubblicamente i Palestinesi, facendo sollevare i Falangisti (il partito di Gemayel, appunto) contro la Palestina.
15 settembre 1982
Le truppe israeliane invadono Beirut ovest. Con questa azione Israele rompe l’accordo con gli Usa di non entrare in quella zona, oltre agli accordi di pace con le forze mussulmane intervenute a Beirut e gli accordi con la Siria.
L’accaduto viene giustificato come una contromisura per “proteggere i rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani.”
16 settembre 1982 : il massacro di Sabra e Shatila
Uomini armati appartenenti alla fazione cristiano maronita entrano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila: in una sola notte vengono uccise più di 1500 persone. Shatila era un campo profughi, costruito nel 1949 per i cittadini rifugiati della guerra civile, vicino al sobborgo di Sabra di Beirut.
Elias Hobeika, l’allora capo delle milizie cristiano-falangiste, entra nei campi profughi della zona di Beirut Ovest ed alle 18.00 da inizio alla mattanza. Gli israeliani, che si trovano a 100 metri di distanza, rimangono inermi, a guardare il massacro. Non rispondono ai costanti spari né alla vista dei camion carichi di cadaveri che vengono portati via.
E quei corpi, nella maggior parte dei casi irriconoscibili, di donne, bambini, vecchi e giovani giacciono sotto il sole cocente del giorno dopo. Il numero effettivo delle vittime non è mai stato accertato con esattezza.
La Croce Rossa internazionale parla di 2750 morti, a cui vanno aggiunti i corpi trovati nelle fossi comuni, quelli rimasti sotto le macerie ed i deportati che non sono mai più tornati a casa.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982. Si giunge alla conclusione che il diretto responsabile dei massacri sia Elias Hobeika, nemico giurato dei palestinesi. Contemporaneamente, si ammette, anche se solo in maniera indiretta, che esiste la responsabilità del ministro della difesa Ariel Sharon.
Dopo il massacro di Sabra e Shatila, la comunità internazionale si mobilita.
Non è più possibile lasciare il Libano al suo destino.
E del resto, è lo stesso governo libanese, aggirando il veto posto all’ONU dall’Unione Sovietica, che chiede ai Paesi già coinvolti nella prima missione di pace, l’intervento di una nuova forza multinazionale.
Tra i governi interpellati, c’è anche quello italiano. Ma è una missione complessa. Ed è la prima volta dopo 40 anni che un reparto di 2500 soldati lascia l’Italia.
Partono i soldati italiani
20 settembre 1982
La missione inizia. Nominato comandante della missione, Franco Angioni deve raggiungere Beirut per pianificare le operazioni prima dell’arrivo del contingente italiano.
Ma per il generale Angioni, trovare un Quartier Generale per il suo comando e i suoi uomini è solo la prima di una serie di difficoltà che dovrà affrontare.
Quella in Libano, infatti, è la prima vera missione all’estero dell’Esercito Italiano dalla fine della II Guerra Mondiale: tutto il sistema di difesa del nostro Paese, fino a quel momento, ovvero in piena Guerra Fredda, è stato concepito soprattutto con lo scopo di proteggere le frontiere da una eventuale invasione dall’Est.
Per il governo e per lo Stato Maggiore, insomma, la missione in Libano non è solo una grande opportunità internazionale, ma anche un banco di prova.
Riportiamo la testimonianza di Lelio Lagorio, Ministro della Difesa, 1980-83.
“Una notte andai a parlare con Spadolini (allora Presidente del Consiglio) di come procedeva la spedizione e cercai di spiegargli le implicazione politiche che potevano discendere da questa operazione. Gli dissi: Con questa missione dimostriamo di essere una medio potenza.”
E’ così che il simbolo della missione italiana in Libano diviene l’ elmetto bianco. Simbolo di un esercito di leva che per la prima volta dal 1945 lascia i confini nazionali per una missione di pace.
La missione viene chiamata Italcon. Comandata, come già detto, dall'allora Generale di Brigata Franco Angioni, si è sviluppata nel periodo dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984. La forza media del contingente è stata di circa 2.300 uomini di cui 1.550 destinati alle attività operative e 750 a quelle logistiche.
L'impegno complessivo è di 8.345 persone di cui 595 Ufficiali, 1.150 Sottufficiali, 6.470 militari di leva e 130 Infermiere volontarie. Dispongono di 319 mezzi ruotati, 52 mezzi speciali, 20 cucine rotabili, 97 veicoli di trasporto cingolati e 6 autoblindo.
Il bilancio finale della missione sarà di 75 feriti ed un deceduto: il Marò Filippo Montesi .
In una città sconvolta dalla guerra civile, l’ospedale militare italiano, creato appositamente per le nostre forze, diventa un punto di riferimento per la popolazione di Beirut. Alla fine dell’operazione sono 63.000 i civili libanesi e palestinesi curati dagli italiani. Ogni giorno arrivano nell’ospedale circa 200 feriti o malati civili.
Ottobre 1982
Sul campo sono schierati 2300 soldati italiani, 2000 marines americani e 1300 francesi. Scopo della missione è proteggere la popolazione civile. Beirut diviene come la Berlino del dopoguerra, divisa in “zone d’influenza”, dove ogni contingente ha responsabilità solo nella propria area. Non esiste un comando unificato in quanto le Nazioni Unite non hanno autorizzato le operazioni.
In questa Beirut divisa, i soldati italiani hanno la responsabilità di proteggere la zona sciita e, soprattutto, i campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila.
Dunque è un compito delicatissimo: ed il primo problema che si pone agli ufficiali è quello di definire con chiarezza le regole di ingaggio.
Alle forze italiane vengono ordinate le così dette regole di comportamento definite “regole d’ingaggio”: non offensive, bensì difensive.
Compito principale, infatti, è tenere bassa la violenza. Ovvero tenere lontane le armi. Ma gli sciiti sono convinti che i cristiani non le lasceranno mai da parte.
I nostri soldati italiani sono 2.300 – per lo più di leva – in una città ridotta ad un cumulo di macerie. Ragazzi che non hanno mai visto la guerra da vicino, e che ora si trovano a stretto contatto con una popolazione a loro sconosciuta, di cui devono guadagnarsi fiducia e simpatia.
Nei 18 mesi della missione passano per Beirut circa 7000 soldati di leva. La loro permanenza in Libano ha una durata di quattro mesi. Eppure, da subito, i media parlano di volontari. E’ così che dei semplici soldati furono dichiarati volontari e spediti in missione in Libano.
Quella del Libano è una missione che tutto sommato sta procedendo per il meglio. Quando in una notte di primavera, i nostri soldati vengono improvvisamente attaccati.
È il 15 marzo 1983.
Uno scontro a fuoco durante la notte sorprende le nostre forze. Gli italiani vengono assaltati con spari contro carro e questo li costringe a fermare l’operazione per ricoverare i feriti. E’ una pattuglia del battaglione San Marco ad essere attaccata. Quattro militari italiani restano gravemente feriti: uno di loro, Filippo Montesi, portato d’urgenza a Roma, morirà pochi giorni dopo all’ospedale militare del Celio.
18 aprile 1983
Un’autobomba guidata da un kamikaze fa saltare in area l’ambasciata americana a Beirut. I morti sono 63, tra cui il direttore della Cia per il Medio Oriente.
Sembra sia un avvertimento.
Si inizia a parlare di attacchi effettuati dagli Hezbollah.
Al momento dell’esplosione le truppe italiane si trovavano nella postazione denominata 24 alpha.
Nelle vie c’erano rientranze per i militari, fatte di sacchi di sabbia, rifugio per i militari, dove era possibile fare appostamenti per i nemici.
La rapidità dello spostamento dell’aria aveva colto tutti di sorpresa. Qualcosa di grave era accaduto. Circa 300 i morti americani. 89 i morti francesi. E la paura per gli italiani, che ora aspettano, per loro, la stessa fine. Dalle notizie che affluiscono via radio ci si rende conto che il peggio è passato: fortunatamente le forze italiane sono quasi tutte salve.
Sotto i grandi blocchi di cemento ammucchiati per via dell’esplosione, si creano alcune zone d’aria importanti per la sopravvivenza di qualcuno. Alcuni sono stati portati in salvo. Altri muoiono tra le macerie.
Agosto 1983
Dall’arrivo della missione internazionale è passato quasi un anno ed in Libano la guerra civile torna a scoppiare violentemente. La forza multinazionale si trova sotto le bombe. Non si tratta più solo di qualche cecchino. Questa volta è guerra.
Cominciano i bombardamenti anche nelle zone limitrofe le forze italiane. In realtà fino alla fine di agosto la situazione era ancora sostenibile. Ma nei giorni seguenti ci si deve ritirare nei bunker. I carri vengono utilizzati come rifugi per scappare dai cecchini. Ma le forze multinazionali hanno l’obbligo di non rispondere al fuoco: si può ricevere l’attacco nemico, ma mai rispondere.
A Beirut, nell’estate 1983, è di nuovo guerra.
Il tentativo della forza multinazionale di mantenere la pace in Libano è fallito: le diverse fazioni sono in lotta tra di loro per il controllo del territorio. Eppure il peggio deve ancora venire.
Il 25 ottobre 1983, due autobomba devastano il Quartier Generale dei francesi e quello degli americani. I morti sono 316, i feriti un centinaio. È il momento più drammatico della missione multinazionale di pace arrivata in Libano nel 1982, per cercare di mettere fine alla guerra civile che dilania il Paese.
A quella tragedia, Oriana Fallaci ha dedicato uno dei suoi libri più belli e più intensi: Insciallah.
Nel dramma dei soldati americani e francesi, il nostro contingente viene risparmiato dagli attacchi terroristici.
I nostri soldati, anzi, sono fondamentali per le operazioni di recupero e di soccorso ai feriti.
Ma, ovviamente, la tensione a Beirut è altissima. A Roma, il Capo dello Stato, Sandro Pertini, prende una decisione a sorpresa, tipica del suo stile e della sua Presidenza: a poco più di una settimana dagli attentati, decide di andare a Beirut, in mezzo alle truppe.
4 novembre 1983
Per il sessantesimo anniversario di Vittorio Veneto, il Presidente della Repubblica decide di festeggiare a Beirut, tra i soldati, il giorno della vittoria delle forze armate. Qualche giorno prima, il comandante Angioni, aveva chiesto al Presidente Pertini di incidere un nastro con un messaggio solidale per le truppe italiane. Ma Pertini decide di dirigersi in Libano e parlare direttamente ai soldati.
Il suo arrivo a Beirut è una grande festa.
Dicembre 1983
La situazione in Libano precipita. La guerra civile è sempre più sanguinosa.
Il Presidente libanese è asserragliato sulle montagne: gli americani bombardano dalle navi le artiglierie siriane, i francesi invece, usano i caccia bombardieri contro le postazioni degli Hezbollah.
La forza multinazionale, ormai, è parte in campo nel conflitti libanese.
Gli elmetti bianchi, simbolo della missione di pace, vengono riposti.
E’ arrivato il momento di lasciare il Libano.
I soldati di leva tornano alla vita civile. Quasi nessuno, tra loro, ha fatto carriera.
Oggi, a 24 anni di distanza, gli italiani fanno parte di una nuova forza multinazionale, sotto l’egida dell’ONU, tornata in Libano per mettere fine all’invasione israeliana, e, soprattutto, per cercare una soluzione di pace per una terra così martoriata.