13 novembre 2008: il verdetto del Tribunale di Genova sulle violenze nella scuola Diaz condanna 13 operativi della polizia ma assolve 16 imputati, compresi tutti i dirigenti. In attesa degli altri processi riguardanti il G8 del 2001, la sentenza accende un'intensa polemica.
Alla vigilia della sentenza, una nuova ricostruzione video della BBC ha mostrato un agente che introduce nella scuola Diaz proprio quelle bottiglie incendiarie che la polizia aveva usato come prova regina per giustificare il massacro nella scuola.
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18 luglio 2008: a sette anni dal G8 di Genova, nel processo per l'irruzione alla scuola Diaz sono stati chiesti 110 anni di pena complessiva nei confronti di 28 poliziotti, tra i quali figurano funzionari di vertice come Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, accusati di falso ideologico, calunnia e arresto illegale.
Le richieste dei PM Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini variano, a seconda dei casi, dai tre mesi ai cinque anni di reclusione, mentre la difesa ha proposto le attenuanti generiche. La sentenza del tribunale di Genova è attesa per il prossimo autunno.
Il 14 luglio 2008 si è nel frattempo concluso il processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, con 15 condanne da 5 mesi a 5 anni e 30 assoluzioni: il mondo politico e l'opinione pubblica si dividono sulla sentenza.
76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione: era la condanna complessiva chiesta l'11 marzo 2008 dai PM Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, dopo sette udienze e 200 testimonianze da parte delle vittime, per i 44 imputati
Le pene variano da 5 anni, 8 mesi e 5 giorni a 6 mesi di reclusione. Ma per nessuno degli imputati, tra ufficiali, funzionari, medici poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, è previsto il carcere, poiché la maggior parte dei reati, escluso il falso ideologico, sono destinati alla prescrizione nel gennaio 2009.
Per uno solo dei 45 imputati, Giuseppe Fornasiere, ufficiale ispettore della polizia penitenziaria, è stata chiesta l'assoluzione.
Anche Giovanni Luperi, attuale capo dell'Aisi, agenzia interna al Sisde, il 27 marzo ha parlato pubblicamente dell'operazione del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz, dicendo di aver avuto un ruolo marginale durante l'attacco e sostenendo di essere "profondamente addolorato per tutti quei ragazzi feriti". Eppure la procura mostra filmati e testimonianze che smentirebbero le tesi di Luperi.
"La Storia Siamo Noi"
Il corteo del 17 novembre a Genova, per chiedere verità e giustizia sui fatti del 2001, si apre con lo striscione "La storia siamo noi". Nessuna bandiera politica tra le prime file, i partiti sono stati lasciati in fondo. In queste immagini la ricostruzione di quei giorni drammatici del 2001 e il tentativo di fare luce su una vicenda per molti versi ancora oscura.
Bocciata la commissione d'inchiesta sui fatti del G8
30 ottobre 2007 - La votazione in commissione Affari costituzionali della Camera ha respinto l’istituzione della commissione di inchiesta sui fatti del G8 di Genova del 2001. Italia dei Valori e Udeur hanno votato con l'opposizione facendo bocciare, con 22 voti contro 22, la proposta del centrosinistra.
Il ministro dell'Interno Giuliano Amato ha dichiarato che: "La ferita' c'è", a Genova durante il G8, qualcosa di veramente grave è successo. I fatti del G8 devono essere accertati - ha aggiunto Amato - c'è un tribunale che sta accertando la verita"'.
Fonti di palazzo Chigi fanno sapere che il Governo si esprimerà in merito.
Sembrava una macelleria messicana...
Sembrava una macelleria messicana...quando sono arrivato nella scuola ho visto quattro poliziotti, due in divisa, due in borghese che al primo piano infierivano su una decina di persone a terra, non erano miei uomini.
Lo ha detto, il 13 maggio 2007, al processo in corso davanti al Tribunale Genova, Michelangelo Fournier, all'epoca del G8 di Genova vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, imputato con altri 27 poliziotti per i fatti accaduti alla scuola Diaz.
Faccio parte di una famiglia di poliziotti e in un primo tempo non ho avuto il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte di colleghi.
Le dichiarazione del vicequestore Fournier riportano l’attenzione sui tragici fatti accaduti a Genova nel luglio del 2001, quei giorni in cui, secondo Amnesty International, si verificò “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Già Massimo D’Alema, in un memorabile discorso al Parlamentoa proposito dei fatti della Diaz, parlò di «notte cilena».
Il G8 a Genova
Dopo Venezia (1987) e Napoli (1994) il G8 torna in Italia, a Genova. A gestire il summit dei paesi più industrializzati del mondo è il nuovo governo Berlusconi, appena entrato in carica (11 giugno 2001). Per l’Italia e per il nuovo governo è un appuntamento importante, un'occasione di prestigio, tre giorni in cui i riflettori italiani e internazionali sono puntati su quell'incontro, e invece quelli di Genova finiscono per essere i giorni dell’odio e della follia: ci sono scontri violentissimi tra manifestanti e forze dell’ordine, centinaia di feriti, e un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani, viene ucciso da un carabiniere ancora più giovane di lui.
Un passo indietro
La notizia che il vertice si sarebbe tenuto a Genova viene accolta con entusiasmo dalla città. Nel ‘94, il G7 di Napoli era stato un grande successo per l’Italia e per il capoluogo campano, un evento che la città aveva saputo sfruttare come vetrina e di cui l’amministrazione comunale aveva approfittato per l’attuazione di importanti lavori di riqualificazione urbana. Il vertice porta soldi e grande attenzione dei media internazionali, e si pensa che a Genova possa ripetersi la positiva esperienza napoletana. Ma nel corso dei mesi, intorno al G8 di Genova, crescono le perplessità. Un vertice così importante richiama migliaia di persone, e la struttura del luogo non sembra adatta a garantirne la sicurezza. La stessa struttura della città, stretta tra il mare e gli Appennini e con un centro storico fatto di una miriade di strade anguste e senza vie di sbocco, preoccupa gli organizzatori e le forze deputate ad assicurare l’ordine. Lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi, nei giorni precedenti il G8, afferma che Genova “è la città la meno adatta a garantire uno svolgimento tranquillo del vertice”. A preoccupare, inoltre, è la crescente forza del movimento “no global”; la contestazione in occasione di vertici internazionali (G8 - WTO, vertice UE) è diventa una prassi da parte del movimento, già sfociata in più occasioni in episodi di violenza e in durissimi scontri con le forze dell’ordine.
Il movimento “no global”
La critica principale del movimento no global è rivolta contro le multinazionali che, con il loro enorme potere, condizionano le scelte dei singoli governi, indirizzandole verso politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, non rispettose delle peculiarità locali, e dannose per i lavoratori. Il movimento no global ha il suo battesimo di fuoco il 30 novembre 1999, a Seattle, in occasione del Millennium Round, la riunione dei 134 ministri dell'economia di tutto il mondo. Per l’occasione scendono in piazza 50.000 manifestanti e la giornata finisce con più di cinquecento arresti, oltre ad ingenti danni economici. Dopo Seattle è il turno di Davos; poi Praga, Nizza fino alla dura contestazione di Napoli, nel marzo 2001, in occasione del vertice sul Digital Divide (divario tecnologico). Gli scontri avvenuti in quei giorni rappresentano una novità per le forze dell’ordine, abituate ormai da molti anni a gestire le situazioni di conflitto con modalità più morbide. A Napoli, invece, le forze dell’ordine reagiscono con particolare fermezza, suscitando reazioni e polemiche, anche perché in carica, in quel momento, c’è un governo di centro-sinistra. La protesta si intensifica e il 15 giugno 2001, in occasione del vertice europeo di Goteborg, ci sono nuovi scontri; questa volta il bilancio è ancora più pesante: un manifestante di soli 19 anni viene ferito gravemente da un proiettile sparato dalla polizia. Il ragazzo è un “black block”(blocco nero), un’altra novità nel panorama della contestazione radicale. Si tratta di giovani, provenienti in prevalenza del nord Europa, che esprimono il loro rifiuto verso qualsiasi forma di globalizzazione e lo fanno attraverso l’azione violenta. Il loro obiettivo è combattere i simboli del capitalismo: i bersagli sono fast food, banche, ma anche agenzie di lavoro interinale. Devastano, saccheggiano; organizzano le azioni come dei veri e propri blitz. Al G8 di Genova manca solo un mese, e le preoccupazioni crescono. Nei giorni precedenti il vertice arrivano forti allarmi dai servizi stranieri ed italiani, trasmessi al Ministro degli Interni Claudio Scajola, l’uomo che ha il compito di coordinare e garantire la sicurezza.
Il Movimento in Italia
In Italia il movimento viene rappresentato dal Genoa Social Forum, una rete di associazioni il cui portavoce è Vittorio Agnoletto, che si inizia a riunire a Genova a partire dall’ottobre del 2000. Le istanze del movimento sono molte e diverse: dalla richiesta di cancellazione del debito dei paesi più poveri, al no alla privatizzazione dell’acqua, dalla possibilità di accesso ai farmaci per le popolazioni del terzo mondo alla riconversione dell’industria militare. Agnoletto ricorda che lo slogan che rappresenta tutte queste associazioni riunite diceva: “Voi otto, noi sei miliardi”, mettendo in evidenza “la contrapposizione tra la totalità della popolazione mondiale e gli otto potenti, che rivendicavano in modo arrogante il diritto di decidere sulle sorti del mondo”. Un’altra figura nello scenario italiano è quella di Luca Casarini, leader delle tute bianche, l’ala radicale del movimento, i cosiddetti "Disobbedienti", giovani vicini agli ambienti dei centri sociali.
La “Zona rossa”
La tensione tra governo e movimento cresce; alla notizia che il governo ha deciso di schierare a Genova i militari, per l’operazione “G8 tranquillo”, Luca Casarini risponde così: “Vi dichiariamo ufficialmente guerra. E’ una scelta che voi avete provocato, perché noi preferiamo la pace”. La città diventa dunque un fronte di guerra, una trincea, e viene suddivisa in tre zone: una “verde”, dove è consentito manifestare liberamente, una “gialla” dove la circolazione è limitata, ed una terza, la tristemente famosa “zona rossa”, completamente “off limits”, la zona dove si terrà il G8 vero e proprio. Per delimitare i confini di quest’ultima vengono erette grate di cinque metri di altezza. Arrivare ai limiti della zona rossa e , se è possibile, oltrepassarla, diventa la parola d’ordine dell’ala più radicale della contestazione. Genova è una città militarizzata, presidiata da 13.000 agenti delle forze dell’ordine. Tra loro c’è anche Mario Placanica, un giovane carabiniere calabrese di 21 anni, ausiliario da soli 10 mesi. Placanica si trova aGenova quasi per caso, dopo la rinuncia di un suo collega; e proprio il caso vuole che finisca per diventare il protagonista della tragedia di quei giorni. La tensione è alle stelle; nei giorni che precedono il vertice vari pacchi bomba vengono recapitati nei commissariati e nelle redazioni dei giornali. Le forze dell’ordine sono pronte a tutto. Secondo la testimonianza di Placanica, alla vigilia del vertice gli agenti vengono informati dai loro superiori di come potrebbero andare le cose; viene anche detto loro che “chi tornerà a casa sarà fortunato”. E’ il 18 luglio; mentre il centro storico di Genova è blindato e deserto, poco lontano centinaia di migliaia di giovani, venuti da tutto il mondo, si ritrovano ad ascoltare il concerto di Manu Chao e dei 99 Posse. Non ci sono episodi di violenza, così come pacifica è la manifestazioni dei 50.000 “migranti” del giorno successivo.
20 luglio 2001: il giorno più triste
È il giorno dell’inizio ufficiale del vertice; dopo una notte di pioggia, la città si sveglia tranquilla, ma la situazione cambia rapidamente. Vari cortei si snodano per le città, anime diverse di uno stesso movimento, ciascuna con i suoi slogan e con i suoi metodi di lotta; ci sono i Cobas, le tute bianche di Casarini e, naturalmente i Black block, che nel giro di poco tempo già hanno messo a ferro e fuoco la zona nord della città per poi assaltare il carcere “Marassi”. E’ difficile ricostruire tutto quello che è successo in quelle poche ore, e il perché di certe decisioni (come ad esempio quella dei Carabinieri di caricare il corteo delle tute bianche nella parte ancora autorizzaata del suo percorso invece di dirigersi, come gli era stato ordinato, a sedare la rivolta dei black block al carcere Marassi); quel che è certo è che a Genova ha inizio una vera e propria guerra per le strade. La confusione regna e le comunicazioni tra i reparti delle forze dell’ordine e il centro operativo sono quantomeno difficili, come dimostrano i sonori originali di quelle telefonate. A sostegno dei carabinieri, che stanno avendo la peggio con le tute bianche, viene mandato il 12° Battaglione dei Carabinieri, il Battaglione “Sicilia”, quello in cui presta servizio Mario Placanica. Come egli stesso racconto, Placanica si sentiva male, forse per l’intossicazione da gas lacrimogeno, e un suo superiore lo autorizza a ripararsi a bordo di un Defender dei Carabinieri. In piazza Alimonda il Defender, isolato dal resto dei Carabinieri, si incaglia in un cassonetto della spazzatura e viene preso d’assalto dai manifestanti. Placanica si sente accerchiato, estrae la pistola e la brandisce verso i manifestanti intimando loro di allontanarsi. Tra loro c’è Carlo Giuliani, genovese, 23 anni, il volto coperto da un passamontagna. Il ragazzo si china a terra, raccoglie un estintore e lo lancia verso l’interno del Defender, ed è a quel punto, racconta Placanica, “che ho deciso di sparare due colpi”: Carlo Giuliani muore sul colpo, alle 17.27 del 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, a Genova. La notizia della morte di Carlo Giuliani raggiunge Berlusconi e il Presidente della Repubblica Ciampi proprio poco dopo l’apertura dei lavori del vertice. “Provo sgomento e dolore immenso per una giovane vita spezzata. Mi rivolgo ai dimostranti perché cessi subito questa violenza”; queste le prime parole del Capo dello Stato. Il Genoa Social Forum, dopo molte incertezze, decide di confermare la manifestazione per il giorno successivo. Il corteo del 21 è imponente e perlopiù pacifico, ma presto i black block tornano in scena e la guerra ricomincia. La polizia carica i manifestanti, senza far sconti e senza distinzione. E’ una giornata di scontri durissimi che si conclude con centinaia di feriti. Il G8 nel frattempo chiude i suoi lavori, in sordina, senza nessuna eco sui media dei temi trattati o dei risultati raggiunti. La morte di Carlo Giuliani ha sconvolto l’Italia e tutta l’attenzione è su quello che è successo per le strade di Genova.
A Genova non è ancora finita
Dopo due giornate di scontri il bilancio degli arresti è di 160 persone fermate. Ora la polizia vuole stanare i black block. Crede di averne individuato il covo nella scuola “Dìaz”, usata come dormitorio dal Genoa Social Forum. La sera del 21 luglio la polizia sfonda la porta della scuola ed entra. E lì inizia la violenza arbitraria contro i manifestanti pacifici che si trovano nella scuola. I black block non ci sono. Le testimonianze di questi ultimi giorni riportano all’attualità quelle drammatiche ore, di arbitrio, di violenza e, soprattutto, di temporanea sospensione delle libertà e delle garanzie considerate fondamentali in ogni paese libero e democratico. Qualche giorno dopo il summit, l’opinione pubblica viene a conoscenza di un altro episodio controverso, le presunte violenze nella caserma di polizia di Bolzaneto, a pochi chilometri da Genova. La caserma era stata adibita come centro di prima detenzione per i manifestanti fermati, e lì, secondo le testimonianze dei protagonisti, i fermati sono stati picchiati e sottoposti a trattamenti coercitivi che avevano tutta l’aria di una vendetta per i rovesci subiti dalle forze dell’ordine nei giorni precedenti. Il G8 si chiude con questo tragico bilancio: 1 morto, 560 feriti, 360 tra arrestati e fermati, 25 milioni di danni, 62 manifestanti sotto processo e 85 tra le forze dell’ordine.
Le responsabilità
Le responsabilità di ciò che accadde alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto in quei giorni non sono mai state chiarite. Il processo al carabiniere Mario Placanica è stato archiviato il 5 maggio del 2003. Fu legittima difesa. Nelle motivazioni dell’ordinanza si legge: «Il suo comportamento appare scriminato da una situazione di legittima difesa, atteso che la intenzionalità nella produzione dell'evento voluto o anche solo previsto, è stata certamente determinata dalla necessità di difesa di diritti ingiustamente offesi, posta in essere nel rispetto dei limiti della proporzione sia con riferimento al valore dei beni posti in essere che ai mezzi a disposizione per la loro tutela». Sull'uso legittimo o meno della pistola di ordinanza, il gup ritiene che la condotta di Placanica è «scriminata ai sensi dell'articolo 53 del codice penale, tanto più che l'uso dell'arma, assolutamente indispensabile, è stato graduato in modo da risultare il meno offensivo possibile, atteso che i colpi sono stati certamente diretti verso l'alto e solo per un'imprevedibile modifica della traiettoria (l'impatto nel calcinaccio in volo), uno di essi è andato a colpire Carlo Giuliani». Fatto sta che Mario Placanica, poco dopo, è stato congedato dall’Arma perché “non idoneo per infermità dipendente da cause di servizio”.