Il 26 aprile 1986, un reattore della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplode sprigionando un'energia pari a dieci volte la potenza della bomba di Hiroshima: una nube radioattiva minaccia tutta l'Europa.
A ventuno anni di distanza dal disastro di Chernobyl, il 16 luglio 2007 un terremoto colpisce il Giappone provocando una fuga radioattiva dalla centrale di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo. Mentre si torna a riflettere sulla pericolosità degli impianti nucleari, il 17 luglio una nube di gas tossico, fuoriuscita a Leopoli per il deragliamento di un treno, fa sprofondare nuovamente l'Ucraina nell'incubo della contaminazione.
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Oggi il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi torna a parlare di nucleare per l'Italia e a Roma il 25 febbraio 2009 ha firmato un accordo con Sarkozy per uno sviluppo congiunto dei reattori di terza generazione. Gli Italiani che avevano detto "no" al nucleare con un referendum negli anni '70 oggi come ieri temono un disastro come quello di Chernobyl. Ma per capire come stanno veramente le cose bisogna innanzitutto sapere che il reattore RBMK di Chernobyl presentava diverse assurdità, prima fra tutte la mancanza di un sistema di contenimento.
La storia del disastro di Chernobyl inizia la notte del 26 aprile 1986, quando una nube radioattiva ricopre gran parte dell’Europa in seguito all'esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare ucraina: l’energia sprigionata è pari a dieci volte la potenza della bomba di Hiroshima.
La notte del disastro
Sono gli anni della 'guerra fredda' e la paura di un attacco nucleare è forte sia in Occidente che nei Paesi legati all’Ex Unione Sovietica. Nelle centrali nucleari vengono quindi operati degli esperimenti per capire e prevedere i possibili effetti di un attacco nemico condotto contro le centrali. A Chernobyl si vuole verificare nello specifico, se la turbina del reattore possa continuare a generare energia per inerzia anche quando il circuito di raffreddamento è incapace di produrre vapore nell'ipotesi di un possibile guasto.
A causa di questi esperimenti la sera del 26 aprile 1986, nel laboratorio della centrale si scatena una violenta discussione: sono le 00:29 e il vice capo ingegnere, Anatoly Dyatlov, un uomo già legato tristemente agli effetti collaterali dell’energia nucleare (in Siberia, infatti, aveva provocato un incidente nel quale perse la vita anche suo figlio per gli effetti di una devastante leucemia), vuole procedere all’attuazione di uno speciale test nonostante le condizioni del reattore non siano ottimali.
Circa un’ora prima dell’esperimento vengono quindi disabilitati alcuni circuiti di emergenza, l'impianto di raffreddamento secondario e quello principale. In questa situazione la prassi prevede che la potenza del reattore, per eseguire il test, debba mantenersi tra i 700 e i 1.000 megawatt, ma Dyatlov decide di abbassarli a 200. Nikolai Steinberg, Vice ministro per l’Energia Nucleare in Ucraina commenta così l'atteggiamento di Dyatlov: “Sfortunatamente, quella notte, in quella sala controllo non c’era nessuno che Dyatlov avvertisse come pari grado o suo superiore. Nessuno che avesse un carattere forte quanto il suo, né che avesse una qualifica pari o superiore alla sua”.
Nessuno inoltre vuole perdere il suo posto di lavoro: il salario è ottimo e la zona in cui vivono le famiglie è comoda e piena di comfort. Anche il capo ingegnere Alexander Akimov sta infatti tranquillamente dormendo nella sua casa a Pripyat, la città dormitorio dove vivono tutti coloro che lavorano alla centrale.
La centrale
La centrale di Chernobyl è situata vicino all'insediamento di Pripyat, in Ucraina, a 110 km a nord della capitale Kiev, e a 16 dal confine con la Bielorussia. L'impianto è composto da quattro reattori, ognuno in grado di produrre 1 gigawatt di energia elettrica. L'ultimo reattore, il numero 4, è stato finito di costruire nel 1983.
I reattori sono di tipo RBMK-1000: si tratta di reattori a canali, moderati a grafite e refrigerati ad acqua. Una caratteristica di questi reattori è quella di operare a coefficiente di vuoto positivo: con l'aumentare della temperatura, quindi, la reazione nucleare, anziché moderarsi, aumenta. Caratteristica vietata nei reattori occidentali per motivi di sicurezza, nonostante si tratti di reattori che utilizzando acqua naturale (e non pesante) per il raffreddamento e grafite come elemento moderatore, permettono l'uso di uranio naturale (o comunque arricchito solo al 2%) come combustibile, riducendo di molto i costi di costruzione e gestione.
Il fine di questi reattori è la produzione di elettricità per uso civile (insieme producono circa il 10% dell'elettricità ucraina) e di plutonio per uso militare.
Quando la centrale è stata costruita, il capo progettista Viktor Bukanov, ha affrettato i tempi di apertura del reattore numero 4 per incassare gli incentivi previsti: la sicurezza, quindi, diviene un aspetto secondario.
Inoltre Dyatlov è determinato a testare il reattore perché spinto da motivazioni professionali: il suo superiore dovrebbe essere presto trasferito e lui aspira alla sua carica.
Ma come funziona il reattore RBMK?
Il corpo del reattore è costituito da circa 2.500 blocchi di grafite che sono cavi, il cui interno è predisposto come canale di immissione del combustibile. Nella parte inferiore del canale il combustibile viene lambito dall'acqua refrigerante. Sotto il coperchio del reattore, spesso 15 metri, ci sono 1.661 barre di uranio, che scendendo verso il nocciolo, nei suddetti canali, creano una scissione di atomi rilasciando così un calore immenso che trasforma l’acqua, con cui sono a contatto, in vapore. Il vapore poi muove una gigantesca turbina che genera elettricità. All’interno del nocciolo (alto circa 7 metri), inoltre, ci sono 211 barre di carburo di boro che hanno il compito di frenare e controllare l’energia sprigionata: se vengono alzate, infatti, la potenza aumenta, se abbassate diminuisce. In poche parole sono l’acceleratore e i freni del reattore.
Questo tipo di reattore è dotato di un sistema di refrigerazione di emergenza, mentre non è dotato di un sistema di contenimento (ovvero di un edificio di cemento costruito intorno al reattore che avrebbe almeno diminuito la fuoriuscita di radioattività nell'ambiente) ma di un sistema di confinamento compartimentato: si tratta in pratica di varie stanze, circondanti il reattore, dentro le quali si sarebbe dovuta espandere la radioattività che un eventuale incidente avrebbe rilasciato.
A ciò bisogna aggiungere che il reattore non possedeva nemmeno dei dispositivi di purificazione delle emissioni gassose, e che sul tetto venne usato materiale combustibile.
La più importante caratteristica di questo reattore, comunque, è di possedere una grande instabilità a basse potenze, stato che può, a sua volta, generare improvvisi sbalzi di potenza. Sarà proprio questo il maggior fattore che influirà sull'incidente.
Anteprima dell’esplosione…
Per realizzare il test, si sarebbe dovuto stabilizzare il reattore a circa 1.000 MW termici, prima di essere fermato, ma a seguito di un errore di procedura le barre di controllo vengono abbassate più del previsto e la potenza del reattore precipita a circa 30 MW, fino a bloccarsi completamente alle 00:36. A questo punto gli ingegneri dovrebbero interrompere il test e spegnere il reattore, ma Dyatlov ordina di farlo ripartire: alle 00:42 quindi, i tecnici ridanno energia al reattore e in meno di 5 minuti la potenza risale a 160 MW. Dopo dieci minuti, però, scatta un altro allarme: manca acqua nei boilers.
All’01:09 la mancanza d’acqua fa scattare ulteriori allarmi, ma ancora nessuno degli ingegneri pensa che possa accadere qualcosa di grave; vengono quindi fatti gli ultimi controlli prima del test effettivo, ma i sensori non riescono a rilevare il calore che si è condensato in piccoli punti del reattore. A 6 minuti dall’inizio del test, quindi, nel nocciolo del reattore il calore continua a crescere. In questo momento la turbina è a potenza minima e fornisce intorno ai 10 MW elettrici, quantità insufficiente per far funzionare le pompe del sistema di refrigerazione.
Normalmente nei reattori a pressione, quando si perde l'acqua di raffreddamento come in questo caso, le reazioni nucleari a catena diminuiscono perché i neutroni non vengono più rallentati: in questo caso quindi le barre di controllo rappresentano un secondo sistema di sicurezza. Ma quando il moderatore è la grafite, come nel caso del reattore di Chernobyl, e si perde l'acqua di raffreddamento, i neutroni continuano a essere rallentati dalla grafite stessa e le reazioni a catena proseguono indisturbate. In questo caso è decisivo l'inserimento rapido delle barre di controllo che assorbono neutroni.
Invece per realizzare il test vengono alzate altre barre di controllo lasciandone dentro il nocciolo un numero ben inferiore a quanto previsto dalla direttiva di sicurezza.
All’01:23:04 inizia l'esperimento... Viene staccata l'alimentazione alle pompe dell'acqua, che continuano a girare per inerzia. La turbina viene scollegata dal reattore e, con il surriscaldamento dell'acqua, i tubi si riempiono di sacche di vapore. Scattano così una serie di eventi a catena che in 60 secondi portano alla catastrofe: le turbine rallentano, le pompe spingono minore quantità d’acqua nel nocciolo del reattore causando una quantità maggiore di vapore; lo stesso vapore resta nel nucleo e forma rapidamente delle bolle al suo interno: gli elementi di combustibile iniziano pericolosamente a surriscaldarsi.
Nel contempo il flusso totale dell'acqua di refrigerazione diminuisce perché le pompe che la fanno circolare sono, come già accennato, sottoalimentate a seguito della decelerazione del turbogeneratore. Nella sala del reattore quindi la pressione inizia a sollevare le coperture (del peso di ben 350 chili!) portando le barre di combustibile fuori dagli involucri.
All’01:23:40 iniziano a suonare le sirene di allarme per emergenza grave. Sono passati solo 36 secondi dall'inizio della prova, ma è già troppo tardi. I tecnici aprono il sistema di emergenza per ridurre la potenza e vengono abbassate le barre di controllo in modo automatico, ma l’operazione produce un effetto imprevisto e letale: le barre di boro quando vengono inserite nel reattore, anziché ridurre la potenza la aumentano (a causa della copertura in grafite).
Dal momento in cui è stato premuto il pulsante fino all’esplosione la potenza si è ingrandita di cento volte, raddoppiando quindi ogni secondo.
L’esplosione
All’1:23 la pressione del vapore nel punto caldo non è più contenuta e il reattore è come un vulcano che esplode. Alcuni secondi dopo la prima esplosione ne segue un’altra, ancora più forte. Il coperchio da 500 tonnellate viene scoperchiato e l’aria, risucchiata dal fondo, si trasforma in una gigantesca fiamma ossidrica che disperde nell’atmosfera 50 tonnellate di carburante nucleare, mentre 700 tonnellate di grafite radioattiva si sprigionano per tutto l’impianto; le nubi di polvere vengono risucchiate anche nella sala controllo.
La nube di fumi, contenenti isotopi radioattivi, si alza per oltre un chilometro sopra la centrale. E mentre i componenti pesanti di questi fumi ricadono nelle vicinanze della centrale, quelli leggeri, ovvero i gas, iniziano la loro marcia per l'Europa. La polvere radioattiva si trasforma in un invisibile killer che contamina tutto ciò che incontra.
Conseguenze del disastro
600mila persone accorrono alla centrale per limitare i danni e trenta di loro, tra cui i pompieri, muoiono subito per le esposizioni. Gli operatori sopravvivono all’esplosione perché lontani dal nocciolo del reattore, ma in realtà li attendono giorni, mesi, anni di sofferenza prima di essere uccisi lentamente dagli effetti dell’esposizione alle radiazioni. Alexander Akimov muore il giorno dopo per avvelenamento. Le sue ultime parole sono: “Non capisco cosa sia successo … ho fatto tutto bene”.
Il capoingegnere viene condannato a dieci anni di lavori forzati; in seguito verrà rilasciato per esaurimento nervoso. Anatoly Dyatlov è sopravvissuto a lungo. È morto di infarto nel 1995. In una dichiarazione ha dato la colpa all’autorità dell’energia atomica: “Non ha assolutamente fornito la corretta documentazione quando e dove ce n’era bisogno: questo ha reso l’esplosione del reattore inevitabile”.
Sasha Yuvchenko, uno dei tecnici, si è salvato ma ha dovuto subire molti trapianti, quindici solo nel primo anno. Le ustioni che hanno ricoperto il suo corpo sono aumentate progressivamente di dimensione, facendo diventare la sua pelle completamente nera: “Quando toglievano il lenzuolo - ricorda - la pelle si staccava a brandelli. Devo far attenzione: le ferite non guariranno mai perché il sangue non si coagula. Bisogna saperci convivere, del resto non c’è altra via”.
Il mondo come ha appreso la notizia?
Attraverso le immagini di Mixer, è possibile vedere i filmati girati da videoamatori a Pripyat, città ora fantasma, durante quel sabato d’aprile e i giorni che seguirono. La moglie di un operaio capo della centrale ricorda come all’improvviso iniziarono a sparire dai banchi del mercato i vegetali e poi altri generi alimentari. Ma passarono ben 24 ore, prima che le autorità prendessero la decisione di evacuare la zona. Ormai sgombrarla però non serve più a molto e le condizioni meteorologiche, il vento di quei giorni, portano le radiazioni nucleari dall’Ucraina fino alla Svezia.
In Italia si viene a conoscenza dell’accaduto solo due giorni dopo, il 28 aprile, quando alle 17:58 l'ANSA dirama per la prima volta la notizia che i sistemi di controllo della centrale nucleare di Forsmark, 150 Km a nord di Stoccolma, avevano registrato picchi notevoli di radioattività su uno degli addetti all'impianto. In Svezia vengono quindi evacuate immediatamente 600 persone, finché ci si rende conto che le forti anomalie non provenivano dalla loro centrale. Il responsabile dell'Istituto nazionale di ricerca per la difesa, Ingemar Vintesved, dichiara quindi alla radio svedese: "Crediamo che provenga dall'Unione Sovietica, forse da una centrale nucleare".
Ma il Cremlino fino all’ultimo nega le sue responsabilità con l’ambasciatore svedese: la sera stessa, però, l'agenzia di stampa sovietica, la Tass, diffonde un comunicato in cui si ammette l'incidente: "Il danneggiamento di un reattore ha provocato oggi un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl, nella regione di Kiev, in Ucraina. Si sta dando aiuto a coloro che sono stati colpiti".
A dieci anni della tragedia, nel 1996, l’inviata di Mixer, Marcella De Palma, andò a Chernobyl, al reattore numero 4 a filmare la centrale: una scritta rimane ancora oggi all’ingresso della città abbandonata di Pripyat: “I vivi chiedono perdono ai morti”.
I colpevoli
Riguardo le cause dell'incidente esistono due divergenti ipotesi. La prima, pubblicata nell'agosto 1986 attribuiva tutta la responsabilità agli operatori dell'impianto. La seconda, pubblicata nel 1991, attribuiva l'incidente a debolezze nel progetto del reattore RBMK, in particolare alle barre di controllo. Sottolineando come inoltre gli operatori della centrale non fossero o a conoscenza dei problemi del reattore stesso (secondo Anatoly Dyatlov, per esempio, i progettisti sapevano che esso era pericoloso in certe condizioni, ma nascosero intenzionalmente tale informazione).
Inoltre il personale dell'impianto era composto per la maggior parte da operatori non qualificati per questo tipo di reattore: il direttore V.P. Bryukhanov aveva esperienza di impianti a carbone; il capo ingegnere, Nikolai Fomin, proveniva da impianti convenzionali; e Anatoly Dyatlov, aveva solo una limitata esperienza con i reattori nucleari, per lo più su piccoli esemplari VVER, progettati per i sottomarini nucleari sovietici.
Conseguenze immediate
Durante l'esplosione morirono due lavoratori della centrale travolti dai detriti. Tra le circa 1.000 persone che si trovavano nella centrale durante il disastro e i pompieri che intervennero per spegnere l'incendio (che inoltre non erano stati informati di quanto pericolosa fosse l'esposizione diretta alle radiazioni) 134 contrassero la sindrome da intossicazione radioattiva acuta avendo subìto radiazioni comprese tra i 2 e i 20 gray.
200 persone furono ricoverate immediatamente: 31 morirono nel 1986 e 19 nei vent'anni successivi. La contaminazione provocata dall'incidente di Chernobyl non interessò solo le aree vicine alla centrale ma si diffuse irregolarmente secondo le condizioni atmosferiche.
Ricerche condotte da scienziati sovietici ed occidentali indicano che il 60% delle zone contaminate si trova in Bielorussia. Anche una vasta area a sud di Bryansk, in Russia e parti dell'Ucraina nord-occidentale furono contaminate.
Le vittime
In totale un rapporto della FAO, poi confermato dal Chernobyl Forum, stima che vi siano state 58 morti dal 1986 al 2006. Ma in realtà non è possibile stimare con precisione il numero di vittime dovute alle radiazioni nucleari.
Le stime più recenti e neutrali provengono dal suddetto Chernobyl Forum e includono anche gli effetti sulla popolazione delle aree limitrofe alla centrale e di quelle maggiormente colpite dalla ricaduta di scorie, per lo più in Bielorussia e Ucraina. Si stima, tra l’altro, che circa un migliaio tra addetti al reattore che lavoravano sul posto e componenti delle brigate di intervento, sono stati esposti a dosi di irraggiamento molto elevate il primo giorno dell'incidente; inoltre, su più di 200.000 lavoratori incaricati di assicurare un ritorno alla normalità, 2.200, potranno morire in seguito all'esposizione alle radiazioni.
Si calcolano circa 4.000 casi di cancro alla tiroide, imputabili alla contaminazione conseguente all'incidente: almeno 9 bambini ne sono morti; tuttavia, il tasso di sopravvivenza tra i pazienti colpiti da questo tipo di cancro, si attesta pressoché al 99%.
Ma gli studi commissionati da gruppi e personalità contrarie al nucleare, come Greenpeace e fondazioni mediche in Gran Bretagna, Germania, Ucraina e Scandinavia, citano valori molto diversi: le sole forme tumorali, per esempio, secondo questi studi, sarebbero pari a 270mila casi fra Ucraina, Bielorussia e Russia.
Ma, a più di vent’anni dall’evento che ha causato non solo terribili danni fisici, ma anche psicologici, purtroppo ancora nessuno è in grado di - o non vuole - accertare le vere dimensioni della catastrofe-Chernobyl.