19 giugno 2008: la Corte di Cassazione respinge il ricorso della Procura di Roma volto a far processare Mario Lozano, l'ex marine coinvolto nell'omicidio di Nicola Calipari, confermandolo come "non giudicabile". Un simile esito non contribuisce a far luce sulla vicenda, oscura già nei suoi primi sviluppi.
Il 4 gennaio 2008, dopo la deposizione delle motivazioni della sentenza di non luogo a procedere emessa il 25 ottobre 2007, la Procura di Roma ha ritenuto sussistenti i presupposti per processare l'ex soldato USA Lozano per l'omicidio di Nicola Calipari e impugna la sentenza davanti alla Cassazione.
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La salma dell'agente, nel terzo anniversario della sua scomparsa, è stata traslata nella cappella di famiglia presso il cimitero del Verano a Roma, mentre la procura di Roma e i legali della famiglia Calipari hanno presentato un ricorso in Cassazione contro il non luogo a procedere, per difetto di giurisdizione, da parte della terza Corte d'assise di Roma, contestandone i presupposti di legge.
L'ex marine si era dimostrato soddisfatto ("Ho ricevuto un trattamento corretto. Fu un terribile incidente"), mentre la Rosa Villecco Calipari, vedova dell'agente del Sismi, avevano così commentato la sentenza: "Hanno ucciso Nicola per la seconda volta, e stavolta in nome del popolo italiano".
La Corte presieduta dal giudice Angelo Gargani, richiamandosi ad una consuetudine del diritto internazionale che assegna allo stato di origine la giurisdizione sui contingenti militari impegnati all'estero, ha dichiarato il difetto di giurisdizione per Mario Lozano, l'ex soldato Usa che il 4 marzo 2005 uccise a Bagdad l'agente del Sismi Nicola Calipari.
Il nome di Mario Luis Lozano era emerso grazie ad una decriptazione fatta da un giovane blogger di Bologna sugli omissis del rapporto redatto dalla Commissione d'inchiesta statunitense. Il dipartimento di Giustizia di Washington aveva già comunicato che non sarebbero stati resi noti "ufficialmente" i nomi del componenti del commando militare Usa.
Il ministro degli Esteri e vicepremier Massimo D’Alema, dopo l’incontro del 16 giugno 2007 avuto con il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, si era detto dispiaciuto che, sulla vicenda Calipari, “non ci sia stata collaborazione da parte americana".
L'8 febbraio 2007 il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma Sante Spinaci ha deciso il rinvio a giudizio del marine Usa Mario Luis Lozano, che la sera del 4 marzo 2005 al check point alle porte di Bagdad sparò e uccise il funzionario del Sismi. Secondo la magistratura italiana Nicola Calipari fu ucciso volontariamente, per fermarlo e impedirgli di portare a termine la sua missione. Nell'inchiesta si ipotizzava ''un delitto politico'' che ledeva gli interessi di sicurezza dello Stato italiano.
4 marzo 2005, Route Vernon, Bagdad
“Mancano 700 metri e ci siamo, mi ha detto Nicola, poi ci ha colpito la prima raffica. Nicola mi ha spinta giù tra i sedili della macchina e si è buttato sopra di me, evidentemente per proteggermi". Così Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto sequestrata a Bagdad un mese prima e liberata grazie ad un'operazione coordinata dall'agente del SISMI, racconta i drammatici momenti della morte di Nicola Calipari.
E' la sera del 4 marzo 2005. L'agente del Sismi ha appena liberato Giuliana Sgrena.
Insieme viaggiano a bordo di una Toyota Corolla guidata da un collega di Calipari, il maggiore del SISMI Andrea Carpani. La vettura imbocca la rampa che dalla route Vernon si immette sulla Irish; è l'ultimo tratto di strada prima di raggiungere l'areoporto. La strada è buia. Nessun segnale lascia prevedere la presenza di un posto di blocco. Carpani procede sicuro. Poi la tragedia.
Una manciata di secondi e il "fuoco amico" di una pattuglia del 69° reggimento “irlandese” uccide Nicola Calipari.
Ma come è potuto accadere?
Perchè quel posto di blocco volante (Block point in gergo) non aveva le segnalazioni luminose previste dalle regole d'ingaggio?
Possibile che gli americani non sapessero della missione di Nicola Calipari?
Sono molti gli interrogativi ancora aperti per capire se si è trattato soltanto di una tragica fatalità o di qualcosa di più.
La commissione d'inchiesta congiunta
Per la prima volta nella loro storia gli Stati Uniti accettano di istituire una commissione d’indagine militare congiunta, a guidare la delegazione italiana è il diplomatico Cesare Ragaglini. Ma la conclusione dell’indagine non porterà a una verità condivisa dai due paesi. Secondo la versione americana i militari hanno rispettato le regole d’ingaggio, la questione è chiusa. L’Italia non accetta la versione americana. I dubbi italiani riguardano il funzionamento del posto di blocco, la difficoltà di comunicazione e soprattutto i quattro, cinque secondi , immediatamente precedenti alla sparatoria, nei quali la pattuglia avrebbe dovuto seguire determinate procedure di avvertimento e di segnalazione della sua presenza. In Italia intanto si apre un procedimento giudiziario contro ignoti affidato ai sostituti procuratori Ionta, Saviotti e Amelio.Gli omissis della relazione statunitense che nascondono i nomi dei soldati coinvolti, vengono facilmente aggirati con una banale operazione informatica da un blogger italiano, che svela i nomi di tutti i soldati americani coinvolti. Il 22 dicembre 2005 l’indagine italiana si chiude con il rinvio a giudizio per omicidio volontario e tentato omicidio a carico del soldato Mario Lozano. Ma Lozano è irreperibile.
Chi era Nicola Calipari?
Nicola Calipari nasce a Reggio Calabria il 23 giugno del 1953, sposato, due figli: Silvia (20 anni) e Filippo (14). La moglie Rosa lavora al CESI, l’ufficio che coordina i servizi segreti italiani. Nel 1979 entra in Polizia e viene assegnato alla squadra mobile di Genova e nel 1982 arriva alla Questura di Cosenza. Nel 1988 minacciato dalla mafia calabrese, è costretto a trasferirsi in Australia con tutta la famiglia. L’anno successivo approda alla questura di Roma come dirigente della squadra mobile. Successivamente dirige una sezione della Criminalpol e nel 1999 l’ufficio stranieri del Ministero degli Interni. Nel 2002 diventa caporeparto delle operazioni all’estero del SISMI, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, che opera alle dipendenze del Ministro della Difesa e sotto la supervisone del Presidente del Consiglio.
In Iraq
Il 13 giugno del 2003, dopo la fine delle operazioni militari su larga scala, viene inviato il primo contingente italiano a sostegno della ricostruzione irachena. Anche una squadra del SISMI viene inviata a Baghdad: circa venti persone, coordinate da Nicola Calipari. IL SISMI informa il governo del rischio rapimenti, ma non basta.
Il 13 aprile vengono rapite quattro guardie del corpo private italiane sulla strada che da Baghdad porta ad Amman. Il giorno successivo arriva l’annuncio dell'uccisione di uno degli ostaggi: Fabrizio Quattrocchi. L'8 giugno vengono liberati con un blitz gli altri tre. Fonti giornalistiche ipotizzano una trattativa e il pagamento di un riscatto, sempre smentita dalle autorità.
Il 20 agosto 2004, viene rapito il giornalista free lance Enzo Baldoni sull’autostrada che da Bagdad porta a Najaf. Questa volta la trattativa non sarà possibile, verrà giustiziato sei giorni dopo.
Il 7 settembre 2004 vengono sequestrate due operatrici umanitarie italiane Simona Torretta e Simona Pari dell'associazione "Un ponte per...". Vengono liberate il 28 settembre in seguito a una trattativa condotta dagli uomini del SISMI. Per Nicola Calipari e la sua squadra, la liberazione delle due ragazze è un successo clamoroso, ma devono rimanere nell’ombra e lasciare agli altri la raccolta degli elogi.
Il rapimento di Giuliana Sgrena
Il 30 gennaio 2005 si vota in Iraq: Giuliana Sgrena viene inviata per conto del giornale Il Manifesto a Baghdad per seguire le prime elezioni irachene del dopo Saddam. Dopo qualche giorno, il 4 febbraio la giornalista viene rapita mentre esce dall’università: sono le 13 e 50. Poco dopo attraverso Internet viene rilasciato un ultimatum al governo italiano affinché ritiri le truppe dall’Iraq entro settantadue ore; lo firma l’“Organizzazione della Jihad Islamica”. Nicola Calipari si attiva immediatamente. Passano i giorni e la preoccupazione aumenta. Calipari e i suoi lavorano nell'ombra mentre in tutto il paese monta la mobilitazione per il rilascio della giornalista. In poco tempo si riesce a stabilire un contatto con i rapitori e ad avviare la trattativa per la liberazione, ma la situazione è molto difficile. Poi la svolta. Il 4 marzo del 2005 Calipari e alcuni suoi collaboratori arrivano a Baghdad.
“Ho sentito una voce. Sono Nicola, sono Nicola non temere sono amico di Gabriele e di Pier, adesso sei libera. Non temere.” La Sgrena ricorda così il momento della sua liberazione e l’incontro con Nicola Calipari. Sono le 18.30 di venerdì 4 marzo 2005 in un punto imprecisato di Baghdad; dopo un mese esatto di prigionia Giuliana Sgrena viene liberata. Si tratta ora soltanto di arrivare all’aeroporto e di imbarcarsi per l’Italia.
Verso l'areoporto, il checkpoint 541
Quella sera piove a Baghdad e lo spostamento dell’ambasciatore John Negroponte, invitato a cena a Camp Victory, avviene in auto invece che in elicottero. Il convoglio dell’ambasciatore deve passare sulla Route Irish. Per questo vengono formati dei posti di blocco dai militari americani. Tra questi il BP (Block Point) 541, situato su una rampa della Route Vernon. Il suo compito è di evitare che qualsiasi veicolo si immetta nella Route Irish.
La macchina dell'ambasciatore passa ma il Blocco non viene smobilitato.
La Toyota Corolla con a bordo Nicola Calipari e Giuliana Sgrena sta passando proprio sulla rampa della Route Vernon per immettersi sulla Irish e proseguire verso l’aeroporto. Sono le 20 e 50. L'automobile si avvicina inconsapevolmente al blocco. Una prima raffica la colpisce, poi gli altri colpi. Il “fuoco amico” uccide Nicola Calipari e fersice Giuliana Sgrena.
Nell’inchiesta americana i militari hanno dichiarato che l’auto viaggiava a forte velocità e nonostante i ripetuti avvertimenti non si è fermata. Ma l’autista della macchina e la stessa Giuliana Sgrena hanno dato una ricostruzione completamente diversa. Le procedure da seguire, le regole d’ingaggio al checkpoint sono o non sono state rispettate? Il checkpoint deve essere caratterizzato dai seguenti elementi: segnaletica in lingua locale e in inglese in corrispondenza della linea d’allerta a una distanza di 200 – 400 metri dalla linea di stop, con coni riflettenti in funzione di restringimento della carreggiata a una sola corsia in corrispondenza della linea di avvertimento. Segnaletica che impone al veicolo di arrestarsi a cento metri dalla linea di stop. Linea di stop con ostacoli tipo cavalli di frisia o barriere di cemento. Il BP 541 è allestito in maniera completamente diversa, non c’erano cartelli, non c’erano coni riflettenti.
La mancanza di questi segnali rende impossibile per una macchina capire che c’è un posto di blocco, dopo una rampa in salita e dietro una curva. Secondo le regole d’ingaggio il mitragliere deve tenere nella mano sinistra un potente faro che deve indirizzare sul parabrezza dell’auto, un altro militare deve indirizzare il fascio di un laser sempre sul parabrezza, nel caso l’autovettura non si arresti il mitragliere deve appoggiare il faro sull’autoblindo e sparare dei colpi traccianti al lato dell’autovettura per segnalare il posto di blocco. Se l’auto ancora non si ferma, il mitragliere deve sparare al motore dell’autovettura, solo dopo è autorizzato a sparare all’interno dell’abitacolo. Secondo la perizia italiana queste procedure non sono state rispettate. Le testimonianze italiane parlano di un'andatura normale, di un improvviso fascio di luce e quasi contemporaneamente dell'arrivo dei colpi.