Gioacchino Rossini

 Gioacchino Rossini

 


Gioacchino Rossini nasce a Pesaro il 29 febbraio 1792. Il padre Giuseppe Antonio, “pubblico trombettista” del comune di Pesaro, per incrementare i guadagni suona il corno nelle manifestazioni teatrali. La madre Anna Gualdarini, cantante, compie una breve carriera teatrale in varie città emiliane. Nel 1802, dopo il trasferimento della famiglia a Lugo di Ravenna, il giovanissimo Gioacchino studia nella casa dei fratelli Malerbi che lo introducono alla musica di Mozart e di Haydn. Nel 1804, a soli dodici anni, Rossini compone le sei “Sonate a quattro” per violini, violoncello e contrabbasso. Nel 1806 entra nel liceo musicale di Bologna, sotto l’attenta guida di padre Mattei. Ne esce in grado di suonare la viola ed altri strumenti ad arco, il cembalo e il pianoforte; si perfeziona inoltre nel canto. Il suo debutto teatrale è travolgente. Dall’esordio nel 1810 al San Moisè di Venezia con “La cambiale di matrimonio” al 1823, anno in cui si chiude la fase italiana della sua carriera con “Semiramide”, Rossini fa rappresentare oltre trenta opere tra buffe, serie e semiserie, dominando la scena senza rivali. Nel 1813 inizia la fase della sua maturità artistica. In quell’anno produce infatti due autentici capolavori, “Tancredi” e “L’italiana in Algeri”, a cui seguono “Il Turco in Italia” nel 1814, “Il barbiere di Siviglia” nel 1816, e “La Cenerentola” nel 1817. Ben presto la fama di Rossini valica i confini nazionali. La conquista del mercato europeo parte da Vienna, piazza tradizionalmente favorevole all’espansione operistica italiana, e si conclude a Parigi, notoriamente la più difficile conquista per i musicisti italiani a causa della presenza di un forte teatro d’opera nazionale. Nell’esperienza straniera tuttavia la posizione di Rossini si capovolge: da innovatore in Italia egli diviene conservatore in Europa, a contatto con le novità introdotte dal romanticismo tedesco anche in campo teatrale. Il senso profondo della sua arte si manifesta nell’attaccamento agli ideali di vita dell’ ”ancien régime”, e contro di lui si scaglia non solo l’impazienza artistica dei “novatori” come Berlioz, ma anche l’istintiva ostilità politica dei patrioti e dei liberali. In questo contesto la messa in scena del “Guglielmo Tell”, nel 1829, rappresenta la punta estrema dell’adeguamento di Rossini al “nuovo”, nell’intento di recuperare il controllo di una situazione che gli sfugge, “manifestando - come ha scritto il Fétis - un uomo nuovo nello stesso uomo“. Ma Rossini è attaccato con tutta la forza delle sue abitudini al vecchio mondo che tramonta. Di fronte all’aggressiva invadenza dei tempi nuovi egli prova un senso di sgomento per la fretta, l’affanno e la crescente intensità del vivere: la sua salute ne risulta minata da una profonda depressione nervosa. Il lungo silenzio in cui si rifugia è dunque un no al romanticismo e ai tempi nuovi. Se durante i primi anni del suo ritiro Rossini si impegna generosamente per facilitare l’affermazione dei suoi connazionali a Parigi, in particolare di Bellini e Donizetti, a lungo andare la sua presenza finisce per pesare sullo sviluppo della musica italiana. Nel 1863 produce “La Petite messe solennelle”, che orchestra nel 1867, con cui finalmente supera molti dei problemi che si è posto negli anni del “silenzio”. Le soluzioni estremamente audaci mostrano una nuova concezione timbrica del suono che anticipa direttamente quella del Novecento, scavalcando quell’esperienza romantica alla quale Rossini non ha mai potuto adeguarsi completamente. Il grande compositore italiano muore nella sua villa di Passy, nella campagna parigina, il 13 novembre 1868. Nel 1887 la sua salma viene traslata nella chiesa di Santa Croce a Firenze. La riscoperta dell’autentico messaggio di Rossini e la rivalutazione della sua modernità iniziano solo nel corso del Novecento.