Ernesto Rossi

 Ernesto  Rossi

 


Ernesto Rossi nasce nel 1897 a Caserta. A diciott'anni va in guerra come volontario e, tra il '19 e il '22, si avvicina al nazionalismo e inizia a scrivere sul quotidiano "Popolo d'Italia", diretto da Benito Mussolini. In questi anni conosce Gaetano Salvemini, del quale diviene fraterno amico. Di lui, Rossi scrive: "Se non avessi incontrato sulla mia strada al momento giusto Salvemini, che mi ripulì il cervello da tutti i sottoprodotti della passione suscitata dalla bestialità dei socialisti e dalla menzogna della propaganda governativa, sarei facilmente sdrucciolato anch'io nei Fasci da combattimento".
Egli, infatti, divenne da lì in avanti un tenace avversario del regime. Entra, così, nelle file di "Giustizia e Libertà" divenendone presto uno dei dirigenti più in vista, ma il suo dinamismo gli costa una condanna dal Tribunale speciale a vent'anni di carcere. Gli ultimi quattro anni di pena li trascorre al confino sull'isola pontina di Ventotene.Qui conosce Altiero Spinelli e Eugenio Colorni con i quali elabora le idee che andranno a comporre il Manifesto di Ventotene.
Finita la guerra, Rossi è uno dei dirigenti del Partito d'Azione. Diviene sottosegretario alla Ricostruzione nel governo di Ferruccio Parri e, fino al 1958, presidente dell'Azienda Rilievo Alienazione Residuati (ARAR).
Dopo lo scioglimento del Partito d'Azione, nel 1955, è tra i fondatori nel Partito Radicale - inizialmente chiamato Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani - con Leo Valiani, Francesco Compagna, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Franco Libonati, Felice Ippolito, Alberto Mondadori, Arrigo Olivetti, Mario Pannunzio, Leopoldo Piccardi, Nina Ruffini, Rosario Romeo, Eugenio Scalfari, Paolo Ungari, ma non accetta alcun incarico direttivo perchè, dice, si sente come "un cane in chiesa".
Si dedica, quindi, alla saggistica e al giornalismo sul "Mondo" diretto da Pannunzio, col quale collabora dal 1949 al 1962.
Il periodo della sua attività al "Mondo" è il suo periodo più fervido di idee. Molto noti sono i titoli dei volumi entro i quali Rossi raccoglie scrupolosamente i suoi articoli. Tra tutti: "Aria fritta" (Bari, 1955) e "I padroni del vapore" (Bari, 1956).
Nel 1962 passa al periodico "L'Astrolabio" diretto da Ferruccio Parri.
Nel 1966 vince il premio "Francesco Saverio Nitti" e l'anno seguente, il 9 febbraio del 1967, Rossi muore a Roma quasi settantenne.
Pochi mesi prima di morire scrive: "se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su noi stessi come trottole, finchè il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe. [..] Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com'è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po' prima o un po' dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all'eternità, che non riusciamo neppure ad immaginare. Ma ho sempre avuto timore della cattiva morte".