Dino Grandi

 Dino Grandi



Dino Grandi nasce il 4 giugno 1895 a Mordano, un paese vicino Imola.
Da giovane è un ammiratore di Alfredo Oriani, della 'Voce' di Prezzolini e del radicalismo nazionale di inizio secolo. Come molti suoi coetanei, anche Grandi è un critico di Giolitti e un severo antipositivista. Quando scoppia la prima guerra mondiale si schiera a favore dell'intervento e si arruola volontario negli alpini. Nel 1920 si laurea in Giurisprudenza e si iscrive al Fascio di combattimento di Bologna. È un fascista della prima ora.

Nelle elezioni del 1924 viene eletto deputato e, dopo il delitto Matteotti, si distingue per il più completo allineamento alle posizioni di Mussolini, che, nel luglio dello stesso anno, lo nomina sottosegretario all'Interno.
Nel maggio del 1925 è sottosegretario agli Esteri e quattro anni dopo viene promosso Ministro. Mussolini vuole affidare la politica estera ad un 'vero fascista', ad un politico noto e autorevole che conosce bene il ministero. E Grandi è intelligente, abile e duttile. Apre, in breve tempo, una nuova fase della politica estera italiana.

È convinto che occorra persuadere i francesi e gli inglesi a cedere sulle richieste coloniali che l'Italia avanza in sede internazionale e che, si possa procedere, poi, ad una politica di disarmo. Per realizzare questo progetto crede sia necessario accreditare gli italiani presso gli inglesi, quali soci più affidabili dei francesi in materia di stabilizzazione europea. Ed è in questo senso che nel 1932 è a Ginevra, alla conferenza per il disarmo. Ma il suo disegno non è destinato a concretizzarsi. I francesi non hanno nessuna intenzione di essere scavalcati dall'Italia nel rapporto privilegiato che hanno con l'Inghilterra. Al contrario, nel luglio del 1932, con la conferenza di Losanna, l'intesa anglo francese si rafforza.

Ancora più difficili per Grandi sono i rapporti con il partito. La sua visione della politica estera, infatti, gli provoca diverse critiche all'interno del regime. I fascisti più intransigenti lo accusano di 'pacifismo', di 'disarmismo', in una parola, di cedere di fronte alle ideologie democratiche. Nel 1932, attribuendo a Grandi tutte le responsabilità delle scelte compiute nei tre anni di guida del ministero degli Esteri, Mussolini gli toglie l'incarico governativo e lo nomina ambasciatore a Londra. Sono anni difficili per Grandi che tenta di comporre i dissidi anglo italiani e di impedire un eccessivo avvicinamento italo tedesco. Due mesi dopo la firma del patto d'acciaio del maggio 1939, è richiamato a Roma, nominato presidente della Camera dei fasci e delle Corporazioni e ministro di Grazia e Giustizia.

Nel corso delle drammatiche vicende del luglio del 1943, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, Grandi diventa uno dei protagonisti del crollo del fascismo.
Vuole che al re vengano restituiti i poteri militari, che si formi un governo di unità nazionale e che si inizino le trattative con gli ex nemici, già alleati di fatto. È ciò che propone la notte fra il 24 e il 25 luglio nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo. In quella sede i gerarchi approvano l'ordine del giorno che porta il suo nome. È un atto di esplicita sfiducia nei confronti di Mussolini. Il pomeriggio del 25 luglio Vittorio Emanuele III accetta le dimissioni del Capo del Governo che viene arrestato dai carabinieri.

Al processo di Verona, organizzato dalla repubblica sociale italiana nel gennaio 1944, contro i traditori del regime, Grandi viene condannato a morte in contumacia. Torna in Italia alla fine degli anni Cinquanta e gestisce un'azienda agricola, vicino Modena. Muore il 21 maggio del 1988 a Bologna.