Ciriaco De Mita

 Ciriaco De Mita

 


Ciriaco De Mita nasce a Nusco, in provincia di Avellino, il 2 febbraio del 1928. La madre lavora in casa, il padre fa il sarto e lui è il quarto di sette figli. Alla licenza liceale, il giovane Ciriaco si presenta come privatista. Il liceo è a Sant'Angelo dei Lombardi, dieci chilometri da Nusco che lui percorre a piedi il giorno in cui escono i quadri. Gli hanno fatto uno scherzo dicendogli che è stato bocciato e che i promossi sono solo quattro. Ciriaco non ci crede e va a vedere. Promosso a pieni voti, vince una borsa di studio al collegio Augustinianum, si trasferisce a Milano, dove lavora per mantenersi e frequenta la facoltà di giurisprudenza dell'Università Cattolica.

Si avvicina alla democrazia cristiana nei primi anni Cinquanta e nel 1953 aderisce alla corrente «Base» che rappresenta la sinistra del partito cattolico. Con lui ci sono esponenti del mondo economico, come Ezio Vanoni ed Enrico Mattei. Nel 1956, quando ha ventotto anni, De Mita viene eletto consigliere nazionale della DC al congresso di Trento. In quella sede si fa notare perché critica Fanfani, e contesta i criteri organizzativi del partito. Eletto deputato per la prima volta nel 1963, per il collegio di Benevento, Avellino e Salerno, nel 1966 alla Camera lancia l'ipotesi di un accordo con i comunisti a proposito dell'attuazione dell'ordinamento regionale. Rieletto nel 1968, per essere nominato sottosegretario all'Interno nel primo governo guidato dal democristiano Mariano Rumor, nell'aprile del 1969 De Mita torna a ribadire il suo progetto e lancia il «nuovo patto costituzionale». Si tratta di una proposta ufficiale al partito comunista, che allora è guidato da Luigi Longo: De Mita è convinto della necessità di stabilire insieme ai comunisti nuove regole per trasformare le istituzioni democratiche del paese. Non è una proposta di governo e non prevede l'accordo fra i vertici dei partiti, quanto, piuttosto, l'ipotesi di estendere la partecipazione democratica alla politica.

Nel settembre del 1969 De Mita propone ad Arnaldo Forlani un accordo per estromettere il doroteo Flaminio Piccoli dalla segreteria del partito. Il patto funziona e De Mita diventa vicesegretario politico della DC. Vi resta fino al 1973 quando i cosiddetti cavalli di razza, Moro e Fanfani, rilanciano la politica del centro sinistra, con l'intesa di Palazzo Giustiniani, e tornano il primo a Palazzo Chigi e il secondo a Piazza del Gesù. A metà degli anni Settanta, De Mita è Ministro del Commercio Estero, nel quarto e nel quinto governo Moro. Rieletto in Parlamento nel 1972 e nel 1976, dal terzo governo Andreotti, del luglio 1976 fino all'estate del 1979 è Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Nel 1979 è di nuovo vicesegretario del suo partito. Ormai è un uomo di potere. Come ha scritto lo storico Giuseppe Tamburrano, in un volume del 1974 intitolato «L'iceberg democristiano», «De Mita non ama il termine clientela ma è certo che conosce, protegge, aiuta i democristiani della sua provincia e spesso anche di quelle vicine. Li riceve una volta alla settimana, in una stanza del comitato provinciale di Avellino. Fanno anticamera come dal dentista, escono dopo aver strappato una promessa, sicuri del suo interessamento». E in effetti è ciò che molti gli rimproverano a proposito della gestione dei fondi pubblici erogati per la ricostruzione delle zone danneggiate dal terremoto, che nel novembre del 1980 ha colpito la sua Irpinia. Migliaia di miliardi stanziati per servizi e infrastrutture che non sono mai nate e per aiutare comuni che non furono mai colpiti dal terremoto: da cento che erano, in pochi anni i paesi che hanno avuto diritto al risarcimento sono diventati settecento.

La guida del partito e il successo come leader politico arrivano negli anni Ottanta. Nel 1982, infatti, De Mita viene eletto presidente della DC. È un successo della sinistra democristiana che vuole proseguire l'opera di rinnovamento iniziata da Moro e da Zaccagnini. In realtà gli anni della Presidenza De Mita, gli anni in cui Arnaldo Forlani è segretario del partito, sono caratterizzati dal duro scontro fra lo stesso De Mita e Bettino Craxi. Il 4 agosto del 1983 nasce il governo Craxi che ha fra le sue premesse quello che molti definiscono «il patto fantasma»: un'intesa fra il segretario socialista e De Mita per alternarsi alla guida del governo a metà legislatura. De Mita è convinto di aver stipulato un accordo e che entro la fine del 1986 il governo passerà in mano democristiana. Nel febbraio del 1984, alle elezioni europee, il PCI supera il partito cattolico; pochi mesi dopo Craxi comincia ad esternare la sua critica contro qualunque ipotesi di staffetta alla guida del governo. Nel maggio del 1986 De Mita è confermato segretario del suo partito, ma la guerra con l'alleato di governo continua. In luglio la crisi della maggioranza porta ad un nuovo incarico a Craxi, e nel febbraio del 1987, in un'intervista a Mixer, il segretario socialista sconfessa l'accordo con i democristiani. De Mita raccoglie la sfida e il 3 marzo del 1987 è di fatto fra i responsabili della caduta del governo. Dopo un breve incarico ad Andreotti, l'unica strada è quella delle elezioni anticipate. Il 13 aprile del 1988 nasce il governo De Mita: è un pentapartito, sostenuto dai socialisti, dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai liberali che resta in carica fino al luglio del 1989 e per 400 giorni registra la guerra di posizione di De Mita con i socialisti e con alcuni esponenti del suo partito. L'attuazione delle direttive europee, le riforme istituzionali con il riassetto della Pubblica Amministrazione e il controllo del disavanzo e della spesa pubblica rimangono per lo più promesse inattuate.

All'inizio degli anni Novanta, De Mita è uno dei pochi politici italiani ad uscire indenne dalla tempesta provocata dall'inchiesta Mani Pulite. Nominato Presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, da cui si è dimesso nel marzo del 1993, di fronte alle spaccature del suo partito, De Mita ha scelto il centro sinistra e ha aderito prima al partito popolare e poi all'Ulivo. Nel 2002 è stato fra i sostenitori dell'entrata della Margherita nel Partito Democratico.